Riflettiamo Insieme

nella vigna ...

Una fiaba metafisica per raccontare l'ineluttabile - II

Questa sera pubblichiamo la seconda parte della bellissima fiaba tratta dal libro di Eric-Emmanuel Schmitt "Oscar e la dama in rosa", che abbiamo cominciato a leggere lo scorso venerdì:

UNA PRODIGIOSA FIABA METAFISICA PER RACCONTARE, CON PAROLE SEMPLICI, L’INELUTTABILE.


Caro Dio,
bravo! Sei fortissimo. Addirittura prima che abbia impostato la lettera, mi hai dato la risposta. Come fai?
Stamattina giocavo a scacchi con Einstein nella sala di ricreazione quando Pop Corn è venuto ad avvertirmi: “Ci sono i tuoi genitori”.
“I miei genitori? Non è possibile. Vengono solo la domenica.”
“Ho visto l’auto, la Jeep rossa con il tettuccio bianco.”
“Non è possibile.”
Ho alzato le spalle e ho continuato a giocare con Einstein. Ma siccome ero preoccupato, Einstein mi fregava tutti i miei pezzi e la cosa mi ha innervosito ancora di più. Se lo chiamiamo Einstein non è perché sia più intelligente degli altri, ma perché ha la testa molto più grossa. Sembra che dentro ci sia dell’acqua. Peccato, se ci fosse stato del cervello, avrebbe potuto fare grandi cose, Einstein.
Quando ho visto che stavo per perdere, ho smesso di giocare e ho seguito Pop Corn, la cui camera dà sul parcheggio. Aveva ragione: i miei genitori erano arrivati.
Devo dirti, Dio, che abitiamo lontano, i miei genitori e io. Non me ne rendevo conto quando ci abitavo, ma adesso che non ci abito più trovo che è veramente lontano. Perciò i miei genitori vengono a trovarmi una volta alla settimana, la domenica, perché la domenica non lavorano e io nemmeno.
“vedi che avevo ragione” ha detto Pop Corn.
“Cosa mi dai per averti avvertito?”
“Ho dei cioccolatini alle nocciole.”
“Non hai più delle fragole Tagada?”
“No.”
“O.K., vada per i cioccolatini.”
Ovviamente non si ha il diritto di dar da mangiare a Pop Corn, visto che si trova qui per dimagrire. Novantotto chili a nove anni, un metro e dieci di altezza per un metro e dieci di larghezza! Il solo indumento in cui entri completamente è una tuta sportiva americana, le cui righe sembrano avere il mal di mare. Francamente, siccome siamo convinti che non potrà mai smettere di essere grasso e ci fa pietà tanto la fame lo tormenta, gli diamo sempre i nostri avanzi. Un cioccolatino è minuscolo rispetto a una tale massa di lardo! Se abbiamo torto, allora anche le infermiere la smettano di infilargli delle supposte.
Sono ritornato nella mia stanza ad aspettare i miei genitori. All’inizio non ho visto passare i minuti perché ero senza fiato, poi mi sono reso conto che avevano avuto quindici volte il tempo di arrivare a me.
A un tratto, ho capito dov’erano. Mi sono infilato nel corridoio e, di nascosto, sono sceso dalle scale; poi ho camminato nella penombra fino allo studio del dottor Düsseldorf.
Bingo! Erano là. Le voci mi arrivavano da dietro la porta. Siccome ero sfinito per la discesa, mi sono fermato alcuni secondi per rimettermi il cuore a posto e allora tutto si è guastato. Ho sentito quello che non avrei dovuto sentire. Mi a madre singhiozzava, il dottor Düsseldorf ripeteva: “Abbiamo provato di tutto, credetemi, le abbiamo tentate tutte” e mio padre rispondeva con voce soffocata: “Ne sono sicuro, dottore, ne sono sicuro”. Sono rimasto con l’orecchio incollato alla porta di ferro. Non sapevo più che cosa fosse più freddo, se il metallo o io.
Poi il dottor Düsseldorf ha detto: “Volete abbracciarlo?”.
“Non ne avrò mai il coraggio” ha detto mia madre.
“Non deve vederci in questo stato” ha aggiunto mio padre.
Ed è stato allora che ho capito che i miei genitori erano due vigliacchi. Peggio: due vigliacchi che mi prendevano per un vigliacco!
Siccome dallo studio arrivava il rumore di sedie che si spostavano, ho intuito che stavano per uscire e ho aperto la prima porta che mi sono trovato davanti.
E’ così che mi sono ritrovato nel ripostiglio delle scope dove ho passato il resto della mattinata perché, forse non lo sai, Dio, ma i ripostigli delle scope si aprono dall’esterno, non dall’interno….. come se avessero paura che di notte le scope, i secchi e gli strofinacci tagliassero la corda!
A ogni modo, non mi dava fastidio trovarmi rinchiuso al buio, perché non avevo più voglia di vedere nessuno e perché le gambe e le braccia non mi rispondevano più tanto bene, dopo il colpo che avevo ricevuto sentendo quello che avevo sentito.
Verso mezzogiorno, ho udito un gran trambusto al piano di sopra. Ascoltavo i passi, le corse. Poi si sono messi a gridare il mio nome dappertutto: “Oscar! Oscar!”.
Mi faceva bene sentirmi chiamare e non rispondere. Avevo voglia di scocciare il mondo intero. Dopo, credo di aver dormito un po’, poi ho percepito il ciabattare della signore N’da, la donna delle pulizie. Ha aperto la porta e ci siamo fatti paura l’un l’altra e abbiamo urlato fortissimo: lei perché non si aspettava di trovarmi là dentro, io perché non mi ricordavo che fosse così nera. Né che gridasse così forte.
Dopo c’è stata una bella confusione. Sono venuti tutti: il dottor Düsseldorf, la capoinfermiera, le infermiere di servizio, le altre donne delle pulizie. Invece di sgridarmi, come avrei creduto, sembravano sentirsi tutti in colpa e ho capito che bisognava approfittare in fretta della situazione.
“Voglio vedere Nonna Rosa.”
“Ma dove ti eri cacciato, Oscar? Come ti senti?”
“Voglio vedere Nonna Rosa.”
“Come sei finito in quel ripostiglio? Hai sentito qualcuno? Hai sentito qualcosa?”
“Voglio vedere Nonna Rosa.”
“Bevi un bicchiere d’acqua.”
“No. Voglio vedere Nonna Rosa.”
“Prendi una boccata di…..”
“No. Voglio vedere Nonna Rosa.”
Un pezzo di granito. Una roccia, una lastra di cemento. Niente da fare. Non ascoltavo più nemmeno quello che mi dicevano. Volevo vedere Nonna Rosa.
Davanti ai suoi colleghi, il dottor Düsseldorf appariva piuttosto seccato di non aver alcuna autorità su di me. Ha finito col cedere.
“Chiamate quella signora!”
Allora ho acconsentito a riposarmi e ho dormito un po’ nella mia stanza.
Quando mi son svegliato, Nonna Rosa era lì. Sorrideva
“Bravo, Oscar, ce l’hai fatta. E’ stato un bello schiaffo per loro. Ma il risultato è che adesso mi invidiano.”
“Ce ne freghiamo.”
“Sono brave persone, Oscar. Bravissime.”
“Me ne sbatto.”
“Che cosa c’è che non va?”
“Il dottor Düsseldorf ha detto ai miei genitori che sarei morto e loro sono scappati. Li detesto.”
Le ho raccontato tutto nei particolari, come a te, Dio.
“Mmm” ha fatto Nonna Rosa “Mi ricorda il mio torneo a Béthune contro Sarah Youp La Boum, la lottatrice dal corpo unto d’olio, l’anguilla del ring, un’acrobata che si batteva quasi nuda e che ti sgusciava tra le mani quando cercavi di farle una presa. Combatteva solo a Béthune dove vinceva ogni anno la coppa di Béthune. Beh, io la volevo, la coppa di Béthune!”
“Che cos’ha fatto Nonna Rosa?”
“Dei miei amici le hanno gettato addosso della farina quando è salita sul ring. Olio più farina, era pronta da friggere. In tre croci e due movimenti, l’ho spedita al tappeto, Sarah Youp La Boum. Dopo di me, non la chiamavano più l’anguilla dei ring, ma il merluzzo impanato!”
Mi scuserà, Nonna Rosa, ma non riesco proprio a capire il paragone.”
“Ma è lampante! C’è sempre una soluzione, Oscar c’è sempre un sacco di farina da qualche parte. Dovresti scrivere a Dio. e’ più forte di me.”
“Anche per il catch?”
“Si, anche per il catch, Dio sa il fatto suo. Prova, Oscar. Che cos’è che ti fa più male?”
“Detesto i miei genitori.”
“Allora detestali moltissimo.”
“E’ lei a dirmelo, Nonna Rosa?”
“Si, detestali moltissimo. Quando ti sarai sfogato, ti accorgerai che non era il caso. Racconta tutto a Dio e, nella tua lettera, chiedigli di venirti a trovare.”
“Lui si sposta?”
“A modo suo. Non spesso. Addirittura di rado.”
“Perché? E’ malato anche lui?”
Allora ho capito dal sospiro di Nonna Rosa che non voleva confessarmi che anche tu, Dio,
sei messo male.
“I tuoi genitori non ti hanno mai parlato di Dio, Oscar?”
“Lasci perdere. I miei genitori sono dei cretini.”
“Certo. Ma non ti hanno mai parlato di Dio?”
“Si. Solo una volta. Per dire che non ci credevano. Loro credono giusto a Babbo Natale.”
“Sono proprio così cretini, Oscar?”
“Non se lo immagina! Il giorno in cui sono tornato da scuola dicendo che dovevano finirla di raccontare fesserie, che sapevo, come tutti i miei compagni, che Babbo Natale non esisteva, avevano l’aria di cadere dalle nuvole. Siccome ero piuttosto furioso di essere passato per un idiota nel cortile della ricreazione, mi hanno giurato che non avevano mai voluto ingannarmi e che avevano creduto sinceramente che Babbo Natale esistesse, e che erano molto delusi, ma davvero molto delusi nell’apprendere che non era vero!
Due autentici deficienti, le dico, Nonna Rosa!”
“Dunque non credon o in Dio?”
“No.”
“E la cosa non ti ha incuriosito?”
“Se mi interesso a quello che pensano i cretini, non avrò più tempo per quello che pensano le persone intelligenti.”
“Hai ragione. Ma il fatto che i tuoi genitori che, secondo te, sono dei cretini….”
“Si. Dei veri cretini, Nonna Rosa!”
“Dunque, se i tuoi genitori che si sbagliano non ci credono, perché non dovresti crederci tu e chiedergli una visita?”
“D’accordo. Ma non mi ha detto che è infermo?”
“No. Ha un modo molto speciale di far visita. Ti viene a trovare con il pensiero. Nel tuo spirito.”
Questo mi è piaciuto. L’ho trovato fortissimo.
Nonna Rosa ha aggiunto: “Vedrai: le sue visite fanno un gran bene”.
“O.K., gliene parlerò. Per il momento, le visite che mi fanno più bene sono le sue.”
Nonna Rosa ha sorriso e, quasi timidamente, si è chinata per darmi un bacio sulla guancia. Non osava andare fino in fondo. Chiedeva il permesso con lo sguardo.
“Su. Mi baci. Non lo dirò agli altri. Non voglio rovinarle la reputazione di ex lottatrice.”
Le sue labbra si sono posate sulla mia guancia e la cosa mi ha fatto piacere, ho sentito un calore, un solletico, un profumo di cipria e di sapone.
“Quando torna?”
“Ho il diritto di venire solo due volte alla settimana.”
“Non è possibile, Nonna Rosa! Non aspetterò tre giorni!”
“E’ il regolamento.”
“Il dottor Düsseldorf.”
“Il dottor Düsseldorf, in questo momento, se la fa addosso quando mi vede. Vada a chiedergli il permesso, Nonna Rosa, non scherzo.”
Mi ha guardato esitante.
“Non scherzo. Se non viene a trovarmi tutti i giorni, io non scrivo a Dio.”

“Proverò.”
Nonna Rosa è uscita e mi sono messo a piangere. Prima non mi ero reso conto di quanto avessi bisogno di aiuto. Non mi ero reso conto, prima, di quanto fossi veramente malato. All’idea di non vedere più Nonna Rosa, capivo tutto e mi scioglievo in lacrime che mi bruciavano le guance. Per fortuna ho avuto un po’ di tempo per riprendermi prima che rientrasse.
“E’ tutto sistemato: ho il permesso. Per dodici giorni posso venire a trovarti ogni giorno.”
“Me e me soltanto?”
“Te e te soltanto, Oscar. Dodici giorni.”
Allora non so che cosa mi ha preso, ho ricominciato a singhiozzare. Eppure so che i ragazzi non devono piangere, soprattutto io, con la mia testa d’uovo, che non somiglio né a un ragazzo né a una ragazza, ma piuttosto a un marziano. Niente da fare, non riuscivo a fermarmi.
“Dodici giorni? Va davvero così male, Nonna Rosa?”
Anche lei aveva voglia di piangere. Si tratteneva a fatica. L’ex lottatrice impediva alla ragazza di un tempo di lasciarsi andare. Era bello da vedere e mi ha distratto un po’.
“Che giorno è oggi, Oscar?”
“Diamine! Non vede il mio calendario? E’ il 20 dicembre.”
“Nel mio paese, Oscar, c’è una leggenda che sostiene che, durante gli ultimi dodici giorni dell’anno, si può indovinare che tempo farà nei dodici mesi dell’anno seguente. Basta osservare ogni giornata per avere, in miniatura, il quadro del mese. Il 20 dicembre rappresenta gennaio, il 21 dicembre febbraio, e così via, fino al 31 dicembre che prefigura il dicembre seguente.”
“E’ vero?”
“E’ una leggenda. La leggenda dei dodici giorni divinatori. Vorrei che ci giocassimo, tu e io. Soprattutto tu. A partire da oggi, osserverai ogni giorno come se ciascuno contasse per dieci anni.”
“Dieci anni?”
“Si. Un giorno: dieci anni.”
“Allora, fra dodici giorni, avrò centovent’anni!”
“Si, te ne rendi conto?”
Nonna Rosa mi ha baciato, ci prendo gusto, lo sento, e poi se n’è andata.
Allora ecco, Dio: stamattina sono nato e non me ne sono reso conto bene; è diventato più chiaro verso mezzogiorno, quando avevo cinque anni, ho guadagnato in coscienza ma non è stato per apprendere delle buone notizie; stasera ho dieci anni ed è l’età della ragione. Ne approfitto per chiederti una cosa: quando hai qualcosa da annunciarmi, come a mezzogiorno per i miei cinque anni, sii meno brutale. Grazie.

A domani, baci,
Oscar.

P. S. ho una cosa da chiederti. So che ho diritto a un solo desiderio, ma il mio desiderio di un attimo fa più che un desiderio era un consiglio.
Sarei d’accordo per una visitina. Una visita in spirito. Trovo la cosa fortissima. Mi piacerebbe molto che me ne facessi una. Sono disponibile dalle otto del mattino alle nove di sera. Il resto del tempo dormo. Talvolta schiaccio dei pisolini anche durante la giornata, a causa delle cure. Ma se mi trovi così, non esitare a svegliarmi. Sarebbe stupido mancare all’appuntamento per così poco, no?

Una fiaba metafisica per raccontare l'ineluttabile

Questa sera vogliamo riflettere grazie alla nostra Enza che ci ha segnalato (e trascritto di mano sua) una vera perla tratta dal libro di Eric-Emmanuel Schmitt "Oscar e la dama in rosa":

UNA PRODIGIOSA FIABA METAFISICA PER RACCONTARE, CON PAROLE SEMPLICI, L’INELUTTABILE.

Caro Dio,
mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo di aver persino arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo. Ti avverto subito: detesto scrivere. Bisogna davvero che ci sia obbligato. Perché scrivere è soltanto una bugia che abbellisce la realtà. La prova? Per esempio, prendi l’inizio della mia lettera: “Mi chiamo Oscar, ho dieci anni ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo di aver persino arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo”.

Avrei potuto esordire dicendo: “Mi chiamano Testa d’uovo, dimostro sette anni, vivo all’ospedale a causa del cancro e non ti ho mai rivolto la parola perché non credo nemmeno che tu esista”. Ma se ti scrivo una roba del genere, fa un brutto effetto e ti interesseresti meno a me. E io ho bisogno che ti interessi. Inoltre mi farebbe comodo che tu avessi il tempo di farmi due o tre piaceri. Ti spiego. L’ospedale è un posto strasimpatico, con un sacco di adulti di buon umore che parlano forte, con un mucchio di giocattoli e di signore in rosa che vogliono divertirsi con i bambini, con amichetti sempre disponibili come Bacon, Einstein o Pop Corn, insomma. L’ospedale è molto gradevole se sei un malato gradito. Io non faccio più piacere. Da quando sono stato sottoposto al trapianto di midollo osseo sento proprio che non faccio più piacere.

Quando il dott. Dȕsseldorf mi visita, la mattina, lo fa di malavoglia, lo deludo. Mi guarda senza dire nulla, come se avessi commesso un errore. Eppure ho affrontato con impegno l’operazione; sono stato bravo, mi sono lasciato addormentare, ho avuto male senza gridare, ho preso tutte le medicine. Certi giorni ho voglia di insultarlo, di dirgli che è stato forse lui, il dottor Dűsseldorf, con le sue soppraciglie nere, a sbagliarla, l’operazione. Ma ha un’aria talmente infelice che gli insulti mi restano in gola. Più il dottor Dȕsseldorf tace con il suo sguardo sconsolato, più mi sento colpevole. Ho capito che sono diventato un cattivo malato, un malato che impedisce di credere che la medicina sia straordinaria. Il pensiero di un medico è contagioso. Adesso tutto il piano, le infermiere, gli interni e le donne delle pulizie mi guardano nello stesso modo.

Hanno l’aria triste quando sono di buon umore; si sforzano di ridere quando racconto una storiella. E’ vero, non ridono più come prima. Solo Nonna Rosa non è cambiata. Secondo me, è comunque troppo vecchia per cambiare. E poi è anche troppo Nonna Rosa. Nonna Rosa non te la presento, Dio, è una tua buona amica, visto che è stata lei a dirmi di scriverti. Il problema è che sono l’unico a chiamarla Nonna Rosa. Dunque, devi fare uno sforzo per capire di chi parlo: fra le signore in camice rosa che vengono da fuori per passare del tempo con i bambini malati, è la più vecchia di tutte. “Quanti anni ha, nonna Rosa?”
“Riesci a tenere a mente i numeri con tredici cifre, Oscar?”

Oh! Lei esagera!”
“No. Qui non devono assolutamente sapere la mia età, altrimenti mi cacciano e non ci vedremo più”.
“Perché”?
“sono qui di contrabbando. C’è un’età limite per essere una signora in rosa. E io l’ho superata abbondantemente”.
“E’ scaduta”?
“Si”
“Come uno yogurt”?
“Ssss!”
“O.K.! Non dirò nulla”.

E’ stata davvero coraggiosa a confessarmi il suo segreto. Ma con me ha avuto fortuna. Sarò muto anche se trovo strano, viste tutte le rughe simili a raggi di sole che ha attorno agli occhi, che a nessuno sia venuto il sospetto. Un’altra volta sono venuto a conoscenza di un altro suo segreto e così sono sicuro, Dio, che potrai identificarla. Passeggiavamo nel parco dell’ospedale e lei ha pestato una cacca.
“Merda”!
“Nonna Rosa ma che brutte parole dice!”
“Oh, ragazzino, lasciami in pace! Parlo come voglio.”
“Oh, nonna Rosa!”
“E muovi le chiappe. Stiamo passeggiando, non facendo una corsa di lumache.”
Quando ci siamo seduti su una panchina per succhiare una caramella, LE HO CHIESTO:
“Com’è che parla così male?
“Deformazione professionale, piccolo mio. Nel mio mestiere ero fottuta se avevo un vocabolario troppo delicato.”
“E che mestiere faceva?”
“Non mi crederai…..”
“Le giuro di si.”
“Lottatrice di catch.”
“Non le credo!”
“Lottatrice di catch! Mi avevano soprannominato la Strangolatrice del Languedoc.”
Da quel momento quando ho una botta di tristezza e Nonna Rosa è sicura che nessuno può sentirci, mi racconta i suoi grandi tornei: la Strangolatrice del Languedoc contro la Macellaia del Limousin; la sua lotta per vent’anni contro la Diabolica Sinclair, un’olandese che aveva delle granate al posto delle tette; e soprattutto la vittoria della coppa del mondo contro Ulla-Ulla, detta la Cagna di Bȕchenwald, che non era mai stata battuta, nemmeno da Cosce di Acciaio, il grande modello di Nonna Rosa quando era lottatrice. I suoi combattimenti mi fanno sognare, perché immagino la mia amica sul ring com’è adesso, una vecchietta in camice rosa un po’ traballante, intenta a dare un sacco di botte a delle orchesse in costume da bagno. Ho l’impressione di essere io, Divento il più forte. Mi vendico.
Dio, se con tutti questi indizi non indovini chi è Nonna Rosa, o la Strangolatrice del Languedoc, allora devi smettere di essere Dio e andare in pensione. Sono stato chiaro?
Torno ai fatti miei.
Insomma, il mio trapianto ha molto deluso qui. Anche la mia chemio deludeva, ma era meno grave finché c’era la speranza del tra trapianto. Adesso ho l’impressione che i medici non sappiano più cosa proporre, e che mi considerino un caso pietoso. Il dott. Dȕsseldorf, che la mamma trova così bello, anche se per me è un po’ forte di sopracciglia, ha l’aria sconsolata di un Babbo Natale che non abbia più regali nella sua gerla.
L’atmosfera si deteriora. Ne ho parlato al mio amico Bacon. Per la verità non si chiama Bacon, ma Yves. Lo abbiamo chiamato Bacon perché gli si addice molto di più, visto che è un grande ustionato.
“Bacon, ho l’impressione che i medici non mi vogliano più bene. Li deprimo”.
“Figurati, Testa d’uovo! I medici sono tosti. Progettano sempre un sacco di operazioni da farti. Io ho calcolato che me ne hanno promesse almeno sei.”
“Forse li ispiri.”
“Probabilmente.”
“Ma perché non mi dicono semplicemente che morirò?”
Allora Bacon ha fatto come tutti all’ospedale: è diventato sordo. Se dici: “morire” in un ospedale, nessuno sente. Puoi star sicuro che ci sarà un vuoto d’aria e che si parlerà d’altro. Ho fatto la prova con tutti. Tranne con Nonna Rosa.
Allora stamattina ho voluto vedere se anche lei in quel momento diventava dura d’orecchi.
“nonna rosa, ho l’impressione che nessuno mi dica che morirò.”
Mi ha guardato. Avrebbe reagito come gli altri? Per favore, Strangolatrice del Languedoc, resisti e conserva l’udito!
“Perché vuoi che te lo dicano se lo sai già, Oscar?”
Uffa ha sentito.
“Ho l’impressione Nonna Rosa, che abbiano inventato un ospedale diverso da quello che esiste veramente. Fanno come se si venisse all’ospedale solo per guarire. Mentre ci si viene anche per morire.”
“Hai ragione, Oscar, e credo che si commetta lo stesso errore per la vita. Dimentichiamo che la vita è fragile, friabile, effimera. Facciamo tutti finta di essere immortali.”
“E’ fallita la mia operazione, Nonna Rosa?”
Nonna Rosa non ha risposto. Era il suo modo di dire si. Quando è stata sicura che avevo capito?, si è avvicinata e mi ha chiesto, in tono supplichevole: “Non ti ho detto nulla, naturalmente.
Me lo giuri?”
”Giuro.”
Abbiamo taciuto un momentino per riflettere un po’
“E se scrivessi a Dio, Oscar?”
“Ah no, non lei Nonna Rosa!”
“Cosa non io?”
“Non lei! Credevo che non fosse bugiarda.”
“Ma non ti dico bugie….”
“allora perché mi parli di Dio? Mi hanno già raccontato la frottola di Babbo Natale. Una volta basta!
“Oscar non c’è alcun rapporto fra Dio e Babbo Natale.”
“Si, è la stessa cosa. Ti riempiono la testa di tutt’e due!”
“Immagini che io, una ex lottatrice di catch con centosessanta tornei vinti su centosessantacinque, di cui quarantatre per K.O., la Strangolatrice del Languedoc, possa credere per un attimo a Babbo Natale?”
“No.”
“Beh, io non credo a Babbo Natale ma credo in Dio. Ecco.”
Ovviamente, detto così, cambiava tutto.
“E perché dovrei scrivere a Dio?”
“Ti sentiresti meno solo.”
“Meno solo con qualcuno che non esiste?”
“Fallo esistere.”
Si è chinata verso di me.
“Ogni volta che crederai in Lui, esisterà un po’ di più. Se persisti, esisterà completamente. Allora, ti farà del bene.”
“Che cosa posso scrivergli?”
“Confidagli i tuoi pensieri. I pensieri che non dici sono pensieri che pesano, che si incrostano, che ti opprimono, che ti immobilizzano, che prendono il posto delle idee nuove e che ti infettano. Diventerai una discarica di vecchi pensieri che puzzano, se non parli.”
“O.K.”
“E poi, a Dio puoi domandare una cosa al giorno. Attenzione! Una sola.”
“E’ una nullità, il suo Dio, Nonna Rosa. Aladino aveva diritto a tre desideri con il genio della lampada.”
“Un desiderio al giorno è meglio di tre in una vita, no?.”
O.K. allora posso ordinargli tutto? giocattoli, caramelle, un’auto…”
“No, Oscar. Dio non è Babbo Natale. Puoi chiedere solo cose dello spirito.”
“Esempio?”
“Esempio: del coraggio, della pazienza, dei chiarimenti.”
“O.K. capisco.”
“E puoi anche, Oscar, suggerirgli dei favori per gli altri.”
“Non esageriamo, Nonna Rosa, un desiderio al giorno me lo tengo per me!”
Ecco. Allora Dio, in occasione di questa prima lettera, ti ho mostrato un po’ il genere di vita che conduco qui, all’ospedale, dove adesso mi considerano come un ostacolo alla medicina, e mi piacerebbe chiederti un chiarimento: guarirò? Rispondi di si o di no. Non è molto complicato. Si o no. Ti basta cancellare la menzione inutile.

A domani, baci,
Oscar.
P.S. Non ho il tuo indirizzo: come faccio?

La 2° parte domani

Beato Giovanni Duns Scoto raccontato da Papa Benedetto XVI

Oggi la Chiesa Cattolica fa memoria del Beato Giovanni Duns Scoto. Conosciamolo meglio attraverso le parole del Santo Padre Benedetto XVI pronunciate a una delle Udienze Generali dello scorso anno:



BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 7 luglio 2010

Giovanni Duns Scoto




Cari fratelli e sorelle,

questa mattina voglio presentarvi un’altra figura importante nella storia della teologia: si tratta del beato Giovanni Duns Scoto, vissuto alla fine del secolo XIII. Un’antica iscrizione sulla sua tomba riassume le coordinate geografiche della sua biografia: “l’Inghilterra lo accolse; la Francia lo istruì; Colonia, in Germania, ne conserva i resti; in Scozia egli nacque”. Non possiamo trascurare queste informazioni, anche perché possediamo ben poche notizie sulla vita di Duns Scoto. Egli nacque probabilmente nel 1266 in un villaggio, che si chiamava proprio Duns, nei pressi di Edimburgo. Attratto dal carisma di san Francesco d’Assisi, entrò nella Famiglia dei Frati minori, e nel 1291, fu ordinato sacerdote. Dotato di un’intelligenza brillante e portata alla speculazione - quell’intelligenza che gli meritò dalla tradizione il titolo di Doctor subtilis, “Dottore sottile”- Duns Scoto fu indirizzato agli studi di filosofia e di teologia presso le celebri  Università di Oxford e di Parigi. Conclusa con successo la formazione, intraprese l’insegnamento della teologia nelle Università di Oxford e di Cambridge, e poi di Parigi, iniziando a commentare, come tutti i Maestri del tempo, le Sentenze di Pietro Lombardo. Le opere principali di Duns Scoto rappresentano appunto il frutto maturo di queste lezioni, e prendono il titolo dai luoghi in cui egli insegnò: Ordinatio (in passato denominata Opus Oxoniense – Oxford), Reportatio Cantabrigiensis (Cambridge), Reportata Parisiensia (Parigi). A queste sono da aggiungere almeno i Quodlibeta (o Quaestiones quodlibetales), opera assai importante formata da 21 questioni su vari temi teologici. Da Parigi si allontanò quando, scoppiato un grave conflitto tra il re Filippo IV il Bello e il Papa Bonifacio VIII, Duns Scoto preferì l’esilio volontario, piuttosto che firmare un documento ostile al Sommo Pontefice, come il re aveva imposto a tutti i religiosi. Così – per amore alla Sede di Pietro –, insieme ai Frati francescani, abbandonò il Paese.

Cari fratelli e sorelle, questo fatto ci invita a ricordare quante volte, nella storia della Chiesa, i credenti hanno incontrato ostilità e subito perfino persecuzioni a causa della loro fedeltà e della loro devozione a Cristo, alla Chiesa e al Papa. Noi tutti guardiamo con ammirazione a questi cristiani, che ci insegnano a custodire come un bene prezioso la fede in Cristo e la comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale.

Tuttavia, i rapporti fra il re di Francia e il successore di Bonifacio VIII ritornarono ben presto amichevoli, e nel 1305 Duns Scoto poté rientrare a Parigi per insegnarvi la teologia con il titolo di Magister regens. Successivamente, i Superiori lo inviarono a Colonia come professore dello Studio teologico francescano, ma egli morì l’8 novembre del 1308, a soli 43 anni di età, lasciando, comunque, un numero rilevante di opere.

A motivo della fama di santità di cui godeva, il suo culto si diffuse ben presto nell’Ordine francescano e il Venerabile Giovanni Paolo II volle confermarlo solennemente beato il 20 Marzo 1993, definendolo “cantore del Verbo incarnato e difensore dell’Immacolata Concezione”. In tale espressione è sintetizzato il grande contributo che Duns Scoto ha offerto alla storia della teologia.

Anzitutto, egli ha meditato sul Mistero dell’Incarnazione e, a differenza di molti pensatori cristiani del tempo, ha sostenuto che il Figlio di Dio si sarebbe fatto uomo anche se l’umanità non avesse peccato. “Pensare che Dio avrebbe rinunciato a tale opera se Adamo non avesse peccato, - scrive Duns Scoto - sarebbe del tutto irragionevole! Dico dunque che la caduta non è stata la causa della predestinazione di Cristo, e che - anche se nessuno fosse caduto, né l’angelo né l’uomo - in questa ipotesi Cristo sarebbe stato ancora predestinato nella stessa maniera” (Reportata Parisiensia, in III Sent., d. 7, 4). Questo pensiero nasce perché per Duns Scoto l’Incarnazione del Figlio di Dio, progettata sin dall’eternità da parte di Dio Padre nel suo piano di amore, è il compimento della creazione, e rende possibile ad ogni creatura, in Cristo e per mezzo di Lui, di essere colmata di grazia, e dare lode e gloria a Dio nell’eternità. Duns Scoto, pur consapevole che, in realtà, a causa del peccato originale, Cristo ci ha redenti con la sua Passione, Morte e Risurrezione, ribadisce che l’Incarnazione è l’opera più grande e più bella di tutta la storia della salvezza, e che essa non è condizionata da nessun fatto contingente.

Fedele discepolo di san Francesco, Duns Scoto amava contemplare e predicare il Mistero della Passione salvifica di Cristo, espressione della volontà di amore, dell’amore immenso di Dio, il Quale comunica con grandissima generosità al di fuori di sé i raggi della Sua bontà e del suo amore (cfr Tractatus de primo principio, c. 4). Questo amore non si rivela solo sul Calvario, ma anche nella Santissima Eucaristia, della quale Duns Scoto era devotissimo e che vedeva come il Sacramento della presenza reale di Gesù e come il Sacramento dell’unità e della comunione che induce ad amarci gli uni gli altri e ad amare Dio come il Sommo Bene comune (cfr Reportata Parisiensia, in IV Sent., d. 8, q. 1, n. 3). “E come quest’amore, questa carità – scrivevo nella Lettera in occasione del Congresso Internazionale a Colonia per il VII Centenario della morte del beato Duns Scoto, riportando il pensiero del nostro autore – fu all’inizio di tutto, così anche nell’amore e nella carità soltanto sarà la nostra beatitudine: «il volere oppure la volontà amorevole è semplicemente la vita eterna, beata e perfetta»” (AAS 101 [2009], 5).

Cari fratelli e sorelle, questa visione teologica, fortemente “cristocentrica”, ci apre alla contemplazione, allo stupore e alla gratitudine: Cristo è il centro della storia e del cosmo, è Colui che dà senso, dignità e valore alla nostra vita! Come a Manila il Papa Paolo VI, anch’io oggi vorrei gridare al mondo: “[Cristo] è il rivelatore di Dio invisibile, è il primogenito di ogni creatura, è il fondamento di ogni cosa; Egli è il Maestro dell’umanità, è il Redentore; Egli è nato, è morto, è risorto per noi; Egli è il centro della storia e del mondo; Egli è Colui che ci conosce e che ci ama; Egli è il compagno e l’amico della nostra vita... Io non finirei più di parlare di Lui” (Omelia, 29 novembre 1970).

Non solo il ruolo di Cristo nella storia della salvezza, ma anche quello di Maria è oggetto della riflessione del Doctor subtilis. Ai tempi di Duns Scoto la maggior parte dei teologi opponeva un’obiezione, che sembrava insormontabile, alla dottrina secondo cui Maria Santissima fu esente dal peccato originale sin dal primo istante del suo concepimento: di fatto, l’universalità della Redenzione operata da Cristo – evento assolutamente centrale nella storia della salvezza – a prima vista poteva apparire compromessa da una simile affermazione. Duns Scoto espose allora un argomento, che verrà poi adottato anche dal beato Papa Pio IX nel 1854, quando definì solennemente il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria. Questo argomento è quello della “Redenzione preventiva”, secondo cui l’Immacolata Concezione rappresenta il capolavoro della Redenzione operata da Cristo, perché proprio la potenza del suo amore e della sua mediazione ha ottenuto che la Madre fosse preservata dal peccato originale. I Francescani accolsero e diffusero con entusiasmo questa dottrina, e altri teologi – spesso con solenne giuramento – si impegnarono a difenderla e a perfezionarla.

A questo riguardo, vorrei mettere in evidenza un dato, che mi pare importante. Teologi di valore, come Duns Scoto circa la dottrina sull’Immacolata Concezione, hanno arricchito con il loro specifico contributo di pensiero ciò che il popolo di Dio credeva già spontaneamente sulla Beata Vergine, e manifestava negli atti di pietà, nelle espressioni dell’arte e, in genere, nel vissuto cristiano. Tutto questo grazie a quel soprannaturale sensus fidei, cioè a quella capacità infusa dallo Spirito Santo, che abilita ad abbracciare le realtà della fede, con l’umiltà del cuore e della mente. Possano sempre i teologi mettersi in ascolto di questa sorgente e conservare l’umiltà e la semplicità dei piccoli! Lo ricordavo qualche mese fa: “Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi, maestri della fede, che ci hanno insegnato molte cose. Sono penetrati nei dettagli della Sacra Scrittura, della storia della salvezza, ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo... L’essenziale è rimasto nascosto! Invece, ci sono anche nel nostro tempo i piccoli che hanno conosciuto tale mistero. Pensiamo a santa Bernardette Soubirous; a santa Teresa di Lisieux, con la sua nuova lettura della Bibbia ‘non scientifica’, ma che entra nel cuore della Sacra Scrittura” (Omelia. S. Messa con i membri della Commissione Teologica Internazionale, 1 dicembre 2009).

Infine, Duns Scoto ha sviluppato un punto a cui la modernità è molto sensibile. Si tratta del tema della libertà e del suo rapporto con la volontà e con l’intelletto. Il nostro autore sottolinea la libertà come qualità fondamentale della volontà, iniziando una impostazione che valorizza maggiormente quest'ultima. Purtroppo, in autori successivi al nostro, tale linea di pensiero si sviluppò in un volontarismo in contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista. Per san Tommaso d’Aquino la libertà non può considerarsi una qualità innata della volontà, ma il frutto della collaborazione della volontà e dell’intelletto. Un’idea della libertà innata e assoluta – come si evolse, appunto, successivamente a Duns Scoto – collocata nella volontà che precede l’intelletto, sia in Dio che nell’uomo, rischia, infatti, di condurre all’idea di un Dio che non è legato neppure alla verità e al bene. Il desiderio di salvare l’assoluta trascendenza e diversità di Dio con un’accentuazione così radicale e impenetrabile della sua volontà, non tiene conto che il Dio che si è rivelato in Cristo è il Dio “logos”, che ha agito e agisce pieno di amore verso di noi. Certamente l’amore supera la conoscenza ed è capace di percepire sempre di più del pensiero, ma è sempre l’amore del Dio “logos” (cfr Benedetto XVI, Discorso a Regensburg, Insegnamenti di Benedetto XVI, II [2006], p. 261). Anche nell’uomo l’idea di libertà assoluta, collocata nella volontà, dimenticando il nesso con la verità, ignora che la stessa libertà deve essere liberata dei limiti che le vengono dal peccato. Comunque, la visione scotista non cade in questi estremismi: per Duns Scoto un atto libero risulta dal concorso di intelletto e volontà e se egli parla di un “primato” della volontà, lo argomenta proprio perché la volontà segue sempre l’intelletto.

Parlando ai seminaristi romani, ricordavo che “la libertà in tutti i tempi è stata il grande sogno dell'umanità, sin dagli inizi, ma particolarmente nell'epoca moderna” (Discorso al Pontificio Seminario Romano Maggiore, 20 febbraio 2009). Però, proprio la storia moderna, oltre alla nostra esperienza quotidiana, ci insegna che la libertà è autentica, e aiuta alla costruzione di una civiltà veramente umana, solo quando è riconciliata con la verità. Se è sganciata dalla verità, la libertà diventa tragicamente principio di distruzione dell’armonia interiore della persona umana, fonte di prevaricazione dei più forti e dei violenti, e causa di sofferenze e di lutti. La libertà, come tutte le facoltà di cui l’uomo è dotato, cresce e si perfeziona, afferma Duns Scoto, quando l’uomo si apre a Dio, valorizzando la disposizione all’ascolto della Sua voce: quando noi ci mettiamo in ascolto della Rivelazione divina, della Parola di Dio, per accoglierla, allora siamo raggiunti da un messaggio che riempie di luce e di speranza la nostra vita e siamo veramente liberi.

Cari fratelli e sorelle, il beato Duns Scoto ci insegna che nella nostra vita l’essenziale è credere che Dio ci è vicino e ci ama in Cristo Gesù, e coltivare, quindi, un profondo amore a Lui e alla sua Chiesa. Di questo amore noi siamo i testimoni su questa terra. Maria Santissima ci aiuti a ricevere questo infinito amore di Dio di cui godremo pienamente in eterno nel Cielo, quando finalmente la nostra anima sarà unita per sempre a Dio, nella comunione dei santi.

Preghiera di San Carlo Borromeo al Santo Crocifisso

Concludiamo la giornata pregando insieme a San Carlo Borromeo di cui oggi la Chiesa Cattolica fa memoria, con una delle preghiere da egli scritte e rivolte al Santo Crocifisso:



Ciò che mi attira verso di Voi, Signore,
siete Voi!
Voi solo, inchiodato alla Croce,
con il corpo straziato tra agonie di morte.
E il Vostro amore
si è talmente impadronito del mio cuore
che, quand’anche non ci fosse il Paradiso,
io Vi amerei lo stesso.
Nulla avete da darmi
per provocare il mio amore
perché quand’anche non sperassi ciò che spero,
pure Vi amerei come Vi amo.
Amen.

Angelus di Giovanni Paolo II - 1° Novembre 2000

Al termine di questa giornata meditiamo ancora una volta sul mistero della Santità attraverso l'Angelus del Beato Giovanni Paolo II nel giorno di questa Solennità dell'anno 2000:



GIOVANNI PAOLO II 

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

ANGELUS

Mercoledì, 1° novembre 2000

1. Al termine di questa solenne Celebrazione in onore di Tutti i Santi, il nostro sguardo si volge verso l'alto. La festa odierna ci ricorda che noi siamo fatti per il Cielo, dove la Madonna è già giunta e ci attende.


La vita cristiana è camminare quaggiù col cuore rivolto verso l'Alto, verso la Casa del Padre celeste. Così hanno camminato i santi e così, in primo luogo, ha fatto la Vergine Madre del Signore. Il Giubileo ci richiama a questa dimensione essenziale della santità: la condizione di pellegrini, che cercano ogni giorno il Regno di Dio confidando nella divina Provvidenza. Questa è l'autentica speranza cristiana, che non ha nulla a che vedere col fatalismo né con la fuga dalla storia. Al contrario, è stimolo all'impegno concreto, guardando a Cristo, Dio fatto uomo, che ci apre la via del Cielo.


2. In questa prospettiva ci disponiamo a celebrare domani la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Ci rechiamo spiritualmente presso le tombe dei nostri cari, che ci hanno preceduto con il segno della fede e che attendono il sostegno della nostra preghiera. Assicuro un ricordo per quanti, nel corso di quest'anno, hanno perso la vita; specialmente penso alle vittime dell'umana violenza: possa ciascuno trovare nel seno di Dio la sospirata pace.


3. In questa luce, Maria ci appare ancor più quale Regina dei Santi e Madre della nostra speranza. E' a Lei che ci rivolgiamo, perché ci guidi sulla via della santità e ci assista in ogni momento della vita, adesso e nell'ora della nostra morte.


Dopo l'Angelus


In questo giorno di Tutti i Santi saluto cordialmente i numerosi pellegrini francofoni venuti per compiere un gesto giubilare e rinnovare la loro fede in Cristo Salvatore. Sono lieto di vedere gli stendardi qui riuniti, fatti con molta cura e dedizione, e ringrazio tutte le persone che hanno voluto così presentare santi di tutti i secoli. Simili immagini permettono di scoprire il tesoro della Chiesa, gli uomini e le donne che hanno seguito Cristo nel sacerdozio, nella vita consacrata o nel matrimonio.


Cari amici, che possiate udire in modo rinnovato l'appello a entrare nella via della santità, a servire il Signore e i vostri fratelli, e a partecipare alla vita della Chiesa e del mondo! La Chiesa conta su di voi.  Vi  benedico  di  tutto cuore.

Voi siete tutti fratelli

Concludiamo la giornata liturgica attraverso l'ormai consueto appuntamento di meditazione con le riflessioni di noti sacerdoti e movimenti religiosi. Oggi riflettiamo attraverso le parole di mons. Gianfranco Poma:

La Liturgia della domenica XXXI del tempo ordinario ci fa leggere l'inizio del cap.23 (vv.1-12) del Vangelo di Matteo, capitolo che contiene una serrata denuncia degli Scribi e dei Farisei e che costituisce l'introduzione dell'ultimo grande discorso di Gesù, il discorso escatologico, raffinata costruzione di Matteo. Dopo le discussioni, i confronti, gli scontri di Gesù con gli scribi, i Farisei, i Sadducei, i dottori della Legge dei capitoli precedenti, Matteo presenta una risposta sintetica del pensiero di Gesù, del suo modo di concepire la Legge e i Profeti, di ascoltare la Parola di Dio e di viverla. Si tratta di una pagina intensa, dura, con i sette richiami: "Guai a voi, Scribi e Farisei ipocriti", che fanno da contrappunto a ciò che Gesù ha proclamato nelle Beatitudini. La Liturgia ci fa leggere solamente i versetti introduttivi di questo capitolo, ritenendo forse eccessivamente ostile il seguito. E' evidente, da quanto Gesù dice dal v.8, che le sue parole sono ormai rivolte alla comunità cristiana, ed è opportuno che, al termine dell'anno liturgico, le sentiamo rivolte a noi, come richiamo forte alla serietà con cui dobbiamo chiederci se davvero siamo suoi discepoli. Il Vangelo di Matteo è tutto incentrato sulla novità cristiana e sull'identità della comunità cristiana in rapporto all'ebraismo. La domanda che Gesù pone a noi è proprio questa: se noi abbiamo scoperto questa novità e questa identità e se la viviamo senza ipocrisia. E Gesù provoca noi, con la durezza appassionata del profeta, perché abbandoniamo tutto ciò che appesantisce la novità e oscura l'identità cristiana. Gesù ci chiede dunque un coraggioso esame di coscienza e una concreta decisione di coerenza di vita.
Gesù ha appena proclamato il primo e grande comandamento dell'amore di Dio e il secondo, che è simile al primo, dell'amore del prossimo: "da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti". Sarebbe superficiale contrapporre l'amore alla Legge: tutto il Vangelo di Matteo dimostra che Gesù non disprezza per nulla la Legge, come pensano gli Scribi e i Farisei e non intende sostituire l'amore alla Legge, come tendono a pensare i cristiani a cui Matteo si rivolge. L'amore è il compimento della Legge: senza l'amore la Legge muore e il Profeta si spegne. Ma l'amore non è un sentimento vuoto e superficiale, non trascura la Legge, la vive in pienezza: non si accontenta di non dire il falso, cerca la verità; non si accontenta di non uccidere, dona la vita; non solo non ruba, ma viene incontro alla necessità dei fratelli.Questa pagina del Vangelo esprime la passione di Gesù per la Legge, non come serie di precetti da mettere in pratica, ma come i Profeti hanno continuamente richiamato, come espressione della cura con cui Dio come pastore guida il suo popolo nel cammino verso la libertà. L'amore di Gesù per la Legge mostra che egli vive totalmente in ascolto della Parola di Dio: questo è il segno del suo essere il Figlio di Dio che conosce interiormente la volontà del Padre. Solo partendo dall'esperienza interiore di Gesù che ascolta la Parola del Padre e la vive incarnandola, si può capire la novità con cui Gesù ama la Legge, come il farsi concreto della volontà di Dio, che solo l'amore filiale impedisce che si riduca a vuoto e disumano legalismo, ma la rende strumento di autenticità e di libertà.

Il Vangelo di Matteo, avviandosi alla conclusione del cammino pedagogico con cui ha accompagnato i nuovi discepoli di Gesù verso la maturità, intende precisare e non lasciare spazi ad equivoci.
"Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli Scribi e i Farisei". Lo sguardo di Matteo è rivolto alla comunità cristiana che si sta organizzando, la sua attenzione è rivolta in modo particolare a chi, nella comunità esercita una autorità, familiare, religiosa, civile o politica: gli Scribi sono coloro che studiano la Legge; i Farisei sono una setta impegnata nell'osservanza fedele della Legge.

"Qualsiasi cosa, dunque, vi dicano, praticatela ed osservatela": Gesù non contesta il loro insegnamento, che consiste nel dire con precisione la Legge; invita, anzi, come spesso risulta dal Vangelo, ad una osservanza precisa di quanto insegnano. Con parole dure, che non sono maledizioni, come spesso vengono definite, ma invettive e lamenti, espressioni piene di collera e di sofferenza che manifestano il dolore per l'amore tradito, Gesù denuncia situazioni intollerabili. Sono situazioni presenti nella prima comunità cristiana, che ritroviamo, tutte, nelle nostre comunità: "nessuna esclusa, da quelle ridicole, ma non per questo meno pericolose: i paludamenti, i titoli, i posti di onore, a quelle più gravi: l'intellettualismo, il verbalismo, il proselitismo, la casistica, il ritualismo, la persecuzione dei profeti quando sono vivi e la strumentalizzazione quando sono morti" (V.Fusco). Gesù denuncia anzitutto l'ipocrisia di chi con tanto impegno "dice e poi non fa": dice e poi si astrae dalla realtà, non partecipa della fatica della vita, riducendo la Parola di Dio ad un astratto sistema di principi etici da imporre agli altri e praticando l'autorità come potere e non come servizio. Denuncia poi la vanità di chi vuol attirare su di sé l'ammirazione della gente e di chi si ritiene importante e ha il gusto e il desiderio di onori e di titoli: tutto ciò che può pure avere un senso, diventa semplicemente ridicolo o drammaticamente negativo quando devia l'attenzione dall'ascolto della Parola di Dio e dai veri valori che la persona è chiamata a testimoniare.

Questo forte richiamo di Gesù che deve stimolare, oggi, le nostre comunità e ciascuno di noi ad una sincera revisione, è solo la premessa per la proposta di un modo nuovo di relazioni e di vita.
"Ma voi non fatevi chiamare "Rabbì". non chiamate nessuno "Padre" sulla terra.non fatevi chiamare "Guida". E', questa, una delle frasi predilette da San Tommaso d'Aquino, che vede in essa il progetto per una vita comune bella e felice: non è una società anarchica, ma una società nella quale i suoi elementi costitutivi hanno un senso nuovo, che deriva da Gesù Cristo. Egli vive della vita del Padre, ascolta la sua Parola e la annuncia agli uomini assumendo fino in fondo la dimensione umana. Gesù non si arroga il possesso della Parola del Padre: è servo di Dio e servo degli uomini. Nelle parole di Matteo risuona l'eco di quelle di Giovanni: "Io sono la via, la verità e la vita". Gesù "insegna con autorità", ma la sua autorità sta nello scomparire per lasciare trasparire quella del Padre: "Chi vede me, vede il Padre". Nella Chiesa l'autorità è solo servizio, è l'identificazione con Cristo, che si annienta per lasciarsi vivere dal Padre, che condivide per poter parlare agli uomini come uno che conosce le gioie e i dolori. ".Uno solo è il vostro Maestro.uno solo è il vostro Padre, quello che sta nei cieli.uno solo è la vostra Guida, il Cristo". La novità sta nel fatto che nella comunità dei discepoli di Cristo, la forza dell'autorità sta nell'essere trasparenti di Lui, sta nella meravigliosa esperienza dell'essere fratelli. "Tutti voi siete fratelli": con Cristo condividiamo la vita del Padre, ascoltiamo la sua Parola e la mettiamo in pratica. San Tommaso sottolinea che solo tra fratelli, tra amici che hanno gustato l'esperienza di Colui che innalza chi ha avuto il coraggio di svuotarsi del proprio orgoglio, si può esercitare un'autorità, una paternità, una guida, che non domina, non schiaccia, ma libera, perché è solo trasparenza di Amore.

Dagli scritti di Santa Margherita Maria Alacoque: Dobbiamo conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza

Nel giorno in cui la Chiesa Cattolica celebra la memoria di Santa Margherita Maria Alacoque, meditiamo attraverso uno dei suoi scritti il Sacro Cuore di Gesù quale fonte inesauribile di ogni bene:

Dobbiamo conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza


Mi sembra che il grande desiderio di Nostro Signore che il suo Sacro Cuore venga onorato in modo particolare abbia lo scopo di rinnovare nelle anime gli effetti della sua redenzione. Infatti il suo Sacro Cuore é una fonte inesauribile che cerca solo di riempire i cuori umili, vuoti, distaccati da ogni cosa e sempre pronti a sacrificarsi per rendergli piacere. Questo Cuore divino é una fonte inesausta, dalla quale scendono ininterrottamente tre canali: il primo è quello della misericordia verso i peccatori e porta loro lo spirito di contrizione e di penitenza. Il secondo é quello della carità e scorre per portare aiuto a tutti i miserabili che si trovano in qualche necessità, e particolarmente a coloro che tendono alla perfezione: essi vi troveranno la forza per superare gli ostacoli. Il terzo é quello dell’amore e della luce per gli amici perfetti, che egli desidera unire a se stesso, per comunicare loro la sua scienza e i suoi desideri, perché, per una via o per l’altra, si consacrino totalmente alla sua gloria.
Questo Cuore divino é un abisso di bene, in cui i poveri devono riversare le loro necessità. E’ un abisso di gioia, dove bisogna gettare tutte le nostre tristezze. E’ un abisso di umiliazione per il nostro orgoglio, un abisso di misericordia per gli infelici, e un abisso d’amore, in cui bisogna seppellire tutte le nostre miserie. Non avete quindi che da unirvi in tutte le vostre azioni al Sacro Cuore di Nostro Signore, all’inizio per disporvi, al termine per ripagare. Per esempio, vi sentite incapaci di pregare? Accontentatevi di offrire la preghiera che il divin Salvatore fa per noi nel sacramento dell’altare. Offrite i suoi slanci per riparare tutte le vostre imperfezioni. Ripetete dunque ogni vostra azione: Mio Dio, io faccio o soffro questa cosa nel Sacro Cuore del vostro divin Figlio, e secondo le sue sante intenzioni che vi offro per riparare tutto ciò che di impuro e di imperfetto c’é nel mio operare. E così nelle diverse situazioni della vita.
Quando vi toccherà qualche pena, afflizione o mortificazione, dite a voi stessi: Accetta ciò che il Sacro Cuore di Gesù ti manda per unirti a lui. Soprattutto cercate di conservare la pace del cuore, che supera qualsiasi tesoro. Il mezzo per arrivare a questo consiste nel non avere più volontà propria, ma quella di questo divin Cuore al posto della nostra, lasciando che voglia per noi tutto ciò che può aumentare la sua gloria, contenti di sottometterci e di abbandonarci a lui in ogni cosa.

Sezione dedicata alla nostra amica Patrizia:

Il Dolore solo se è accettato e offerto diviene gioia, altrimenti può diventare disperazione. Il maligno tenta sempre di farci imboccare questa strada, che porta alla distruzione di sè e degli altri.
La domanda, il grido ci salva, perchè, come un bambino quando invoca la mamma è aiutato da lei, a maggior ragione o tanto più la nostra Mamma Celeste viene in nostro soccorso, portandoci lo Spirito Consolatore che ci fa ritornare la speranza.

Questo dolore non è capito dagli uomini, difficilmente ci possono aiutare, di solito LO aumentano!

Solo TU Signore ci comprendi totalmente, perchè siamo opera Tua. Fa' o Signore che possiamo amare anche chi non comprendiamo o non ci comprende, grazie. (Patrizia)

Gesù Cristo

Gesù Cristo
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

Riflettiamo

Impariamo a soffermarci sulle parole e meditiamone il loro significato

L'importanza della preghiera

Chi prega, certamente si salva; chi non prega certamente si danna. Tutti i beati, eccettuati i bambini, si sono salvati col pregare. Tutti i dannati si sono perduti per non pregare; se pregavano non si sarebbero perduti. E questa è, e sarà la loro maggiore disperazione nell’inferno, l’aversi potuto salvare con tanta facilità, quant’era il domandare a Dio le di lui grazie, ed ora non essere i miseri più a tempo di domandarle

(Sant'Alfonso Maria De' Liguori)

Accrescere la cultura

«Io voglio vivere per Gesù e per la Chiesa. La scienza che serve a farmi vivere sempre più per il Signore e per la Chiesa è la cultura della mia vita e tutta la mia vita di cultura». Ogni giorno, ogni ora, ogni istante io sento il bisogno di accrescere le mie conoscenze. E la Chiesa è una fonte inesauribile di vita e di cultura per me!».

(San Pio da Pietrelcina)

Il dono della Sapienza

Nella Sapienza c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senz’affanni. 
Onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi. 
È un’emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra. 
È un riflesso della Luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà.

Le preghiere dei Santi:

Le preghiere dei Santi:
Noi ci affidiamo a te. Non abbandonarci alla tristezza perché tu, Signore, sei con noi sempre. Tu non ci lascerai un istante. Se non avessi steso la mano, quante volte la nostra fede avrebbe vacillato! Tu, Signore, sei sempre intento ad accogliere le nostre confidenze. Aiutaci a non abbatterci nelle sofferenze fisiche e morali. Non permettere di affliggerci fino a perdere la pace interiore. Fa’ che camminiamo con buona fede, senza inquietudini e sconforti. Noi ci affidiamo a te: prendici la mano e guidaci pur per incogniti sentieri. Insegnaci ad affrontare la prova a mente serena, per amore tuo che la permetti. Donaci di acquistare tesori per la santa eternità. (San Pio da Pietrelcina)

Dio, nostro Padre, tu hai tanto amato gli uomini da mandare a noi il tuo unico Figlio Gesù, nato dalla Vergine Maria, per salvarci e ricondurci a te. Ti preghiamo, Padre buono, dona la tua benedizione anche a noi, ai nostri genitori, alle nostre famiglie e ai nostri amici. Apri il nostro cuore, affinché sappiamo ricevere Gesù nella gioia, fare sempre ciò che egli ci chiede e vederlo in tutti quelli che hanno bisogno del nostro amore. Te lo chiediamo nel nome di Gesù, tuo amato Figlio, che viene per dare al mondo la pace. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.(Venerabile Giovanni Paolo II)

Padre santo e giusto, Signore Re del cielo e della terra, ti rendiamo grazie per il fatto stesso che tu esisti, ed anche perché con un gesto della tua volontà, per l'unico tuo Figlio e nello Spirito Santo, hai creato tutte le cose visibili ed invisibili e noi, fatti a tua immagine e somiglianza, avevi destinato a vivere felici in un paradiso dal quale unicamente per colpa nostra siano stati allontanati. (San Francesco di Assisi)

Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile. E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te. (Sant'Agostino))

“O Dio di grande Misericordia, bontà infinita, ecco che oggi tutta l’umanità grida dall’abisso della sua miseria alla Tua Misericordia, alla Tua compassione, o Dio, e grida con la voce potente della propria miseria. O Dio benigno, non respingere la preghiera degli esuli di questa terra. O Signore, bontà inconcepibile, che conosci perfettamente la nostra miseria e sai che non siamo in grado di innalzarci fino a Te con le nostre forze, Ti supplichiamo, previenici con la Tua grazia e moltiplica incessantemente su di noi la Tua Misericordia, in modo che possiamo adempiere fedelmente la Tua santa volontà durante tutta la vita e nell’ora della morte. L’onnipotenza della Tua Misericordia ci difenda dagli assalti dei nemici della nostra salvezza, in modo che possiamo attendere con fiducia, come figli Tuoi, la Tua ultima venuta...” (Santa Faustina Kowalska))

Affinché coloro che mi guardano non vedano la mia persona, ma Te in me. Rimani con me. Così risplenderò del Tuo splendore e potrò essere luce per gli altri. La mia luce verrà da Te solo, Gesù, non sarà mio nemmeno un piccolo raggio. Sei Tu che illuminerai gli altri attraverso di me. Ispirami la lode che Ti è più gradita, illuminando gli altri attorno a me. Che io Ti annunci non con le parole ma con l'esempio, con la testimonianza dei miei atti, con lo scatto visibile dell'amore che il mio cuore riceve da Te. Amen. (Madre Teresa di Calcutta))

Signore Gesù, tu hai dato la vita per me: io voglio donare la mia a te. Signore Gesù, tu hai detto: «Amore più grande non c'è che dare la vita per gli amici». Il mio supremo amore sei tu. È sera. Il giorno ormai declina. Resta con me Signore. Voglio seguirti portando la mia croce. Signore, vieni in mio aiuto e guidami nel cammino. La tua voce, Signore, ha un'eco profonda nel mio cuore. Gesù, mio Signore e mio Dio, voglio diventare in tutto simile a te, voglio soffrire e morire con te, per raggiungere con te la gioia della risurrezione. Tu, quel gran Dio che l'universo adora, vivi in me giorno e notte. E sempre la tua voce mi implora e mi ripete: «Ho sete, ho sete di amore»! Anch'io voglio ripetere la tua divina preghiera: ho sete d'amore. Io ho sete d'amore! Sazia la mia speranza, accresci in me, o Signore, il tuo ardore divino. Ho sete d'amore! Quale sofferenza, mio Dio, e come grande! Come vorrei volare da te! Il tuo amore, o Gesù, è il mio solo martirio; perché più brucia d'amore, più desidera amarti l'anima mia. Gesù, fa' che io muoia d'amore per te! (Santa Teresa di Gesù Bambino)