Questa sera pubblichiamo la terza parte della bellissima fiaba tratta dal libro di Eric-Emmanuel Schmitt "Oscar e la dama in rosa", segnalataci dalla nostra Enza:
Caro Dio,
oggi ho vissuto la mia adolescenza e non è andato tutto liscio. Che roba! Ho avuto un sacco di noie con i miei amici, con i miei genitori e tutto a causa delle ragazze. Stasera non sono scontento di avere vent’anni perché mi dico che, uffa, il peggio è alle spalle. La pubertà, grazie tante! Una volta sola può bastare!
In primo luogo, Dio, ti faccio notare che non sei venuto. Oggi ho dormito pochissimo, visti i problemi di pubertà che ho avuto. Dunque mi sarei accorto se ti fossi presentato. E poi, te lo ripeto: se sonnecchio, scuotimi.
Al risveglio Nonna Rosa c’era già. Durante la colazione mi ha raccontato i suoi combattimenti contro Tetta Reale, una lottatrice belga, che ingurgitava tre chili di carne cruda al giorno, annaffiata da ettolitri di birra; sembra che l’arma più potente di Tetta Reale fosse l’alito, a causa della fermentazione carne-birra, e che solo quello mandasse a mandare al tappeto le sue avversarie. Per sconfiggerla, Nonna Rosa aveva dovuto improvvisare una nuova tattica: mettere un passamontagna, impregnarlo di lavanda e farsi chiamare la Giustiziera di Carprentas. Il catch, dice sempre, richiede anche dei muscoli nel cervello.
“Chi ti piace di più Oscar?”
“Qui? All’ospedale?”
“Si.”
“Bacon, Einstein, Pop Corn.”
“e fra le ragazze?”
La domanda mi ha bloccato. Non avevo voglia di rispondere. Ma Nonna Rosa aspettava e, davanti a una lottatrice a livello internazionale, non si può tergiversare più di tanto.
“Peggy Blue.”
Peggy Blu è la bambina blu. Sta nella penultima stanza in fondo al corridoio. Sorride gentilmente ma non parla quasi mai. Si direbbe una fata che riposa un po’ all’ospedale. Ha una malattia complicata, la sindrome del bambino blu, un problema di sangue che dovrebbe andare ai polmoni e che non ci va, rendendo tutta la pelle azzurrognola. E’ in attesa di un’operazione che la renderà rosa. Io trovo che sia un peccato. La trovo bellissima in blu, Peggy Blue. C’è un sacco di luce e di silenzio intorno a lei, si ha l’impressione di entrare in una cappella quando ci si avvicina.
“Glielo hai detto?
“Non mi pianterò davanti a lei per dirle “Peggy Blue, mi piaci tanto”.
“Si. Perché non lo fai?”
“Non so nemmeno se sa che esisto.”
“Ragione di più.”
“Ha visto la testa che ho? Dovrebbe apprezzare gli extraterrestri, e di questo non sono sicuro.”
“Io ti trovo molto bello, Oscar.”
Allora Nonna Rosa ha frenato un po’ la conversazione
E’ piacevole sentire questo genere di cose, fa drizzare i peli, ma non si sa più cosa rispondere esattamente.
“Non voglio sedurre solo con il mio corpo, Nonna Rosa,”
“che cosa provi per lei?”
“Ho voglia di proteggerla dai fantasmi.”
“cosa? Ci sono dei fantasmi, qui?”
“ si tutte le notti. Ci svegliano e non si sa perché. Si ha male perché pizzicano. Si ha paura perché non si vedono. Si fa fatica a riaddormentarsi.”
“Ne percepisci spesso, tu, di fantasmi?”
“No. Io ho un sonno profondo. Ma Peggy Blue la sento spesso gridare la notte. Mi piacerebbe molto proteggerla.”
“Vaglielo a dire.”
“A ogni modo, non potrei farlo veramente perché, la notte, non si ha il permesso di lasciare la propria stanza. E’ il regolamento.”
“I fantasmi conoscono il regolamento? No. Sicuramente no. Sii furbo: se ti sentono annunciare a Peggy Blue che monterai di guardia per proteggerla da loro, non oseranno venire stasera.”
“Ma….ma…..”
“Quanti anni hai, Oscar?”
“Non lo so. Che ore sono?”
“Le dieci. Vai per i quindici anni. Non credi che sia ora di avere il coraggio dei tuoi sentimenti?”
Alle dieci e mezzo mi sono deciso e sono andato fino alla porta della sua stanza, che era aperta.
“Ciao Peggy, sono Oscar.”
Era sdraiata sul suo letto, sembrava Biancaneve quando aspetta il principe, quando quei coglioni di nani credono che sia morta, Biancaneve come le foto di neve in cui la neve è azzurra e non bianca.
Si è girata verso di me e allora mi sono chiesto se mi avrebbe scambiato per il principe o per uno dei nani. Io avrei detto “nano” a causa della mia testa d’uovo, ma lei non ha aperto bocca ed è questo il bello di Peggy Blue, che non dice mai niente e che tutto rimane misterioso.
Sono venuto ad annunciarti che stasera e tutte le sere a venire, se vuoi, monterò di guardia davanti alla tuia stanza per proteggerti dai fantasmi.”
Mi ha guardato, ha battuto le ciglia e ho avuto l’impressione che il film andasse al rallentatore, che l’aria diventasse più rarefatta, il silenzio più silenzioso, che camminassi come nell’acqua e che tutto cambiasse avvicinandomi al suo letto, illuminato da una luce che scendeva da chissà dove.
“Ehi, vacci piano, Testa d’uovo: sarò io a montar di guardia a Peggy!”
Pop Corn stava nel vano della porta, o piuttosto riempiva il vano della porta. Ho tremato. Certo che, se avesse fatto lui la guardia, nessun fantasma sarebbe più riuscito a passare. Pop Corn ha strizzato l’occhio a Peggy.
“Ehi, Peggy? Tu e io siamo amici no?”
Peggy ha guardato il soffitto. Pop Corn ha ritenuto fosse una conferma e mi ha trascinato fuori.
“Se vuoi una ragazza, prendi Sandrine, Peggy è zona proibita.”
“Con quale diritto?”
“Con il diritto che ero qui prima di te. se non sei contento, possiamo batterci.”
“In realtà sono supercontento.”
Ero un po’ stanco e sono andato a sedermi nella sala dei giochi, dove, per l’appunto, c’era Sandrine. E’ leucemica come me, ma la sua cura sembra riuscire. La chiamano la Cinese, perché porta una parrucca nera, lucida, dai capelli diritti, con una frangia, che la fa somigliare ad una cinese. Mi guarda e fa scoppiare una bolla di gomma americana.
“Puoi baciarmi, se vuoi.”
“Perché? La gomma non ti basta?”
“Non sei nemmeno capace, scemo. Sono sicura che non l’hai mai fatto.”
“Questa poi, mi fai proprio ridere a quindici anni l’ho gia fatto parecchie volte, posso assicurartelo.”
“Hai quindici anni?” mi fa lei sorpresa.
Controllo il mio orologio.
“Si. Quindici anni passati.”
“Ho sempre sognato di essere baciata da un grande di quindici anni.”
“Certo, è allettante”
E allora mi fa una smorfia impossibile con le labbra che spinge in avanti, simile ad una ventosa che si schiacci su un vetro e capisco che aspetta un bacio.
Voltandomi, vedo tutti i compagni che mi osservano. Non ho modo di tirarmi indietro. Devo essere un uomo, è il momento.
Mi avvicino e la bacio. Mi afferra con le braccia, non riesco più a staccarmi, sento il bagnato e, tutt’a un tratto, senza avvertimenti, mi infila la sua gomma. Per la sorpresa, l’ho mandata giù. Ero furioso.
E’ in quel momento che una mano mi ha battuto sulla schiena. Le disgrazie non arrivano mai sole: i miei genitori. Era domenica e lo avevo scordato!
“Ci presenti la tua amica, Oscar?”
“Non è mia amica.”
“Ce la presenti lo stesso ?”
“Sandrine. I miei genitori. Sandrine.”
“Sono lietissima di conoscervi” dice la Cinese assumento un’aria sdolcinata.
L’avrei strozzata.
“Vuoi che Sandrine venga con noi nella tua stanza?”
“No. Sandrine resta qui.”
Tornato a letto, mi sono reso conto che ero stanco e ho dormito un po’. A ogni modo, non volevo parlare con loro.
Quando mi sono svegliato, ho visto che naturalmente mi avevano portato dei regali. Da quando sono ricoverato in permanenza all’ospedale, i miei genitori hanno qualche difficoltà con la conversazione; allora mi portano dei regali e trascorrono dei pomeriggi schifosi a leggere le regole del gioco e le istruzioni per l’uso. Mio padre si accanisce nello studio dei fogli illustrativi: anche quando sono in turco o giapponese, non si scoraggia. E’ campione del mondo del pomeriggio domenicale sciupato.
Oggi mi ha portato un lettore di compact. Non l’ho potuto criticare anche se ne avevo voglia.
“Non siete venuti ieri?”
“Ieri? Perché mai? Possiamo solo la domenica. Che cosa te lo fa pensare?”
“Qualcuno ha visto la vostra auto nel parcheggio.”
“Non c’è solo una Jeep rossa al mondo. Le macchine sono intercambiabili.”
“Si. Non sono come i genitori. Peccato.”
Sono rimasti impietriti. Allora ho preso il lettore e ho ascoltato per due volte Lo schiaccianoci, senza fermarmi, davanti a loro. Due ore senza che potessero dire una parola. Sistemati.
“Ti piace?”
“Si. Ho sonno.”
Hanno capito che dovevano andarsene. Erano a disagio in modo evidente. Non riuscivano a decidersi sentivo che volevano dirmi delle cose e che non ce la facevano. Era bello vederli soffrire a loro volta.
Poi mia madre si è precipitata contro di me, mi ha stretto molto forte, e ha detto con voce scossa: “Ti voglio bene, mio piccolo Oscar, ti voglio tanto bene.”
Avrei voluto resistere, ma all’ultimo momento l’ho lasciata fare, mi ricordava il tempo passato, il tempo delle coccole pure e semplici, il tempo in cui non aveva il tono angosciato per dirmi che mi voleva bene.
Dopo credo di essermi addormentato un po’.
Nonna Rosa è la campionessa del risveglio. Arriva sempre al traguardo, nel momento in cui apro gli occhi. E in quel momento ha sempre un sorriso.
“Allora i tuoi genitori?”
“Nulli come al solito. Beh, mi hanno regalato lo schiaccianoci.”
“Lo schiaccianoci? Questa è bella. Avevo un’amica che si chiamava così. Una campionessa formidabile. Spezzava il collo delle sue avversarie fra le cosce. E Peggy Blue, sei andato a trovarla?”
“Non me ne parli. E’ fidanzata con Pop Corn.”
“Te lo ha detto lei?”
“No, è stato lui.”
“Un bluff!”
“Non credo. Sono sicuro che le piace più di me. E’ più forte, più rassicurante.”
“Un bluff, ti dico! Io che sembravo un topo sul ring, ne ho battute tante di lottatrici che somigliavano a balene o a ippopotami. Per esempio, Plum Pudding, l’irlandese, centocinquanta chili a digiuno in slip prima della sua Guinness, avambraccia come cosce, bicipiti come prosciutti, gambe come colonne. Niente vita, impossibili le prese. Imbattibile!”
“Come ha fatto?”
“Quando non è possibile la presa, vuol dire che una è rotonda e che rotola. L’ho fatta correre per stancarla, e poi l’ho atterrata, Plum Pudding. Ci è voluto un argano per rialzarla. Tu, Oscar, hai l’ossatura leggera e poca ciccia, questo è certo, ma la seduzione non dipende solo dall’osso o dalla carne, dipende anche dalla qualità del cuore. e di qualità del cuore tu ne hai in abbondanza.”
“Io?”
“Va’ a trovare Peggy Blur e dille quello che hai sullo stomaco.”
“Sono un po’ stanco.”
“Stanco? Che età hai a quest’ora? Diciott’anni? A diciott’anni non si è mai stanchi.”
Nonna Rosa ha un modo di parlare che da energia.
La notte era scesa, i rumori risuonavano più forti nella penombra, il linoleum del corridoio rifletteva la luna.
Sono entrato da Peggy e le ho allungato il mio lettore di compact.
“Tieni. Ascolta il valzer dei fiocchi di neve. E’ talmente bello che mi fa pensare a te.”
Peggy ha ascoltato il valzer dei fiocchi di neve. Sorrideva come se il valzer fosse un suo vecchio amico che le raccontava cose buffe all’orecchio.
Mi ha restituito l’apparecchio e mi ha detto: “E’ bello”.
Era la sua prima parola. E’ carina, no, come prima parola?
“Peggy Blue, volevo dirti: non voglio che ti faccia operare. Sei bella così. Sei bella in blu.”
Ho visto bene che le mie parole le facevano piacere.
“Voglio che sia tu, Oscar a proteggermi dai fantasmi.”
“Conta su di me, Peggy.”
Ero fiero da matti, alla fine, ero stato io a vincere!
“Baciami.”
E’ veramente una cosa da ragazze il bacio, come se per loro fosse davvero un bisogno, ma Peggy, a differenza della Cinese, non è una viziosa, mi ha teso la guancia e darle un bacio è piaciuto anche a me, per davvero.
“Buonanotte, Peggy.”
“Buonanotte, Oscar.”
Ecco, Dio, questa è stata la mia giornata. Capisco che l’adolescenza venga definita l’età ingrata.
E’ dura. Ma alla fine, a vent’anni suonati, le cose si aggiustano. Allora ti rivolgo la mia richiesta del giorno: vorrei che Peggy e io ci sposassimo. Non sono certo che il matrimonio appartenga alle cose dello spirito, se è questo il tuo settore. Esaudisci questo genere di desiderio, il desiderio da agenzia matrimoniale? Se non è di tua competenza, dimmelo al più presto affinché possa rivolgermi alla persona giusta. Senza voler metterti fretta, ti segnalo che non ho molto tempo. Dunque: matrimonio di Oscar e Peggy Blue. Si o no. Vedi se ce la fai, la cosa mi andrebbe proprio.
A domani, baci,
Oscar
P.S. A proposito: qual è, insomma, il tuo indirizzo?
Una fiaba metafisica per raccontare l'ineluttabile - III
Preghiera a Santa Elisabetta d'Ungheria
Oggi la Chiesa Cattolica venera Santa Elisabetta d'Ungheria, patrona dell'Ordine Francescano Secolare. Vogliamo rivolgerci a lei in preghiera in questo giorno:
O Elisabetta,
giovane e santa,
sposa, madre e regina,
volontariamente povera di beni,
tu sei stata,
sulle orme di Francesco,
primizia dei chiamati
a vivere di Dio nel mondo
per arricchirlo di pace, di giustizia
e di amore ai diseredati e agli esclusi.
La testimonianza della tua vita
rimane come luce per l’Europa
per seguire le vie del vero bene
di ogni uomo e di tutti gli uomini.
Ti preghiamo di impetrarci
dal Cristo Incarnato e Crocifisso,
al quale ti sei fedelmente conformata,
da veri costruttori
Amen
Preghiera tratta dal sito http://www.parrocchiasantamariavetere.it
Una fiaba metafisica per raccontare l'ineluttabile - II
Questa sera pubblichiamo la seconda parte della bellissima fiaba tratta dal libro di Eric-Emmanuel Schmitt "Oscar e la dama in rosa", che abbiamo cominciato a leggere lo scorso venerdì:
UNA PRODIGIOSA FIABA METAFISICA PER RACCONTARE, CON PAROLE SEMPLICI, L’INELUTTABILE.
Caro Dio,
bravo! Sei fortissimo. Addirittura prima che abbia impostato la lettera, mi hai dato la risposta. Come fai?
Stamattina giocavo a scacchi con Einstein nella sala di ricreazione quando Pop Corn è venuto ad avvertirmi: “Ci sono i tuoi genitori”.
“I miei genitori? Non è possibile. Vengono solo la domenica.”
“Ho visto l’auto, la Jeep rossa con il tettuccio bianco.”
“Non è possibile.”
Ho alzato le spalle e ho continuato a giocare con Einstein. Ma siccome ero preoccupato, Einstein mi fregava tutti i miei pezzi e la cosa mi ha innervosito ancora di più. Se lo chiamiamo Einstein non è perché sia più intelligente degli altri, ma perché ha la testa molto più grossa. Sembra che dentro ci sia dell’acqua. Peccato, se ci fosse stato del cervello, avrebbe potuto fare grandi cose, Einstein.
Quando ho visto che stavo per perdere, ho smesso di giocare e ho seguito Pop Corn, la cui camera dà sul parcheggio. Aveva ragione: i miei genitori erano arrivati.
Devo dirti, Dio, che abitiamo lontano, i miei genitori e io. Non me ne rendevo conto quando ci abitavo, ma adesso che non ci abito più trovo che è veramente lontano. Perciò i miei genitori vengono a trovarmi una volta alla settimana, la domenica, perché la domenica non lavorano e io nemmeno.
“vedi che avevo ragione” ha detto Pop Corn.
“Cosa mi dai per averti avvertito?”
“Ho dei cioccolatini alle nocciole.”
“Non hai più delle fragole Tagada?”
“No.”
“O.K., vada per i cioccolatini.”
Ovviamente non si ha il diritto di dar da mangiare a Pop Corn, visto che si trova qui per dimagrire. Novantotto chili a nove anni, un metro e dieci di altezza per un metro e dieci di larghezza! Il solo indumento in cui entri completamente è una tuta sportiva americana, le cui righe sembrano avere il mal di mare. Francamente, siccome siamo convinti che non potrà mai smettere di essere grasso e ci fa pietà tanto la fame lo tormenta, gli diamo sempre i nostri avanzi. Un cioccolatino è minuscolo rispetto a una tale massa di lardo! Se abbiamo torto, allora anche le infermiere la smettano di infilargli delle supposte.
Sono ritornato nella mia stanza ad aspettare i miei genitori. All’inizio non ho visto passare i minuti perché ero senza fiato, poi mi sono reso conto che avevano avuto quindici volte il tempo di arrivare a me.
A un tratto, ho capito dov’erano. Mi sono infilato nel corridoio e, di nascosto, sono sceso dalle scale; poi ho camminato nella penombra fino allo studio del dottor Düsseldorf.
Bingo! Erano là. Le voci mi arrivavano da dietro la porta. Siccome ero sfinito per la discesa, mi sono fermato alcuni secondi per rimettermi il cuore a posto e allora tutto si è guastato. Ho sentito quello che non avrei dovuto sentire. Mi a madre singhiozzava, il dottor Düsseldorf ripeteva: “Abbiamo provato di tutto, credetemi, le abbiamo tentate tutte” e mio padre rispondeva con voce soffocata: “Ne sono sicuro, dottore, ne sono sicuro”. Sono rimasto con l’orecchio incollato alla porta di ferro. Non sapevo più che cosa fosse più freddo, se il metallo o io.
Poi il dottor Düsseldorf ha detto: “Volete abbracciarlo?”.
“Non ne avrò mai il coraggio” ha detto mia madre.
“Non deve vederci in questo stato” ha aggiunto mio padre.
Ed è stato allora che ho capito che i miei genitori erano due vigliacchi. Peggio: due vigliacchi che mi prendevano per un vigliacco!
Siccome dallo studio arrivava il rumore di sedie che si spostavano, ho intuito che stavano per uscire e ho aperto la prima porta che mi sono trovato davanti.
E’ così che mi sono ritrovato nel ripostiglio delle scope dove ho passato il resto della mattinata perché, forse non lo sai, Dio, ma i ripostigli delle scope si aprono dall’esterno, non dall’interno….. come se avessero paura che di notte le scope, i secchi e gli strofinacci tagliassero la corda!
A ogni modo, non mi dava fastidio trovarmi rinchiuso al buio, perché non avevo più voglia di vedere nessuno e perché le gambe e le braccia non mi rispondevano più tanto bene, dopo il colpo che avevo ricevuto sentendo quello che avevo sentito.
Verso mezzogiorno, ho udito un gran trambusto al piano di sopra. Ascoltavo i passi, le corse. Poi si sono messi a gridare il mio nome dappertutto: “Oscar! Oscar!”.
Mi faceva bene sentirmi chiamare e non rispondere. Avevo voglia di scocciare il mondo intero. Dopo, credo di aver dormito un po’, poi ho percepito il ciabattare della signore N’da, la donna delle pulizie. Ha aperto la porta e ci siamo fatti paura l’un l’altra e abbiamo urlato fortissimo: lei perché non si aspettava di trovarmi là dentro, io perché non mi ricordavo che fosse così nera. Né che gridasse così forte.
Dopo c’è stata una bella confusione. Sono venuti tutti: il dottor Düsseldorf, la capoinfermiera, le infermiere di servizio, le altre donne delle pulizie. Invece di sgridarmi, come avrei creduto, sembravano sentirsi tutti in colpa e ho capito che bisognava approfittare in fretta della situazione.
“Voglio vedere Nonna Rosa.”
“Ma dove ti eri cacciato, Oscar? Come ti senti?”
“Voglio vedere Nonna Rosa.”
“Come sei finito in quel ripostiglio? Hai sentito qualcuno? Hai sentito qualcosa?”
“Voglio vedere Nonna Rosa.”
“Bevi un bicchiere d’acqua.”
“No. Voglio vedere Nonna Rosa.”
“Prendi una boccata di…..”
“No. Voglio vedere Nonna Rosa.”
Un pezzo di granito. Una roccia, una lastra di cemento. Niente da fare. Non ascoltavo più nemmeno quello che mi dicevano. Volevo vedere Nonna Rosa.
Davanti ai suoi colleghi, il dottor Düsseldorf appariva piuttosto seccato di non aver alcuna autorità su di me. Ha finito col cedere.
“Chiamate quella signora!”
Allora ho acconsentito a riposarmi e ho dormito un po’ nella mia stanza.
Quando mi son svegliato, Nonna Rosa era lì. Sorrideva
“Bravo, Oscar, ce l’hai fatta. E’ stato un bello schiaffo per loro. Ma il risultato è che adesso mi invidiano.”
“Ce ne freghiamo.”
“Sono brave persone, Oscar. Bravissime.”
“Me ne sbatto.”
“Che cosa c’è che non va?”
“Il dottor Düsseldorf ha detto ai miei genitori che sarei morto e loro sono scappati. Li detesto.”
Le ho raccontato tutto nei particolari, come a te, Dio.
“Mmm” ha fatto Nonna Rosa “Mi ricorda il mio torneo a Béthune contro Sarah Youp La Boum, la lottatrice dal corpo unto d’olio, l’anguilla del ring, un’acrobata che si batteva quasi nuda e che ti sgusciava tra le mani quando cercavi di farle una presa. Combatteva solo a Béthune dove vinceva ogni anno la coppa di Béthune. Beh, io la volevo, la coppa di Béthune!”
“Che cos’ha fatto Nonna Rosa?”
“Dei miei amici le hanno gettato addosso della farina quando è salita sul ring. Olio più farina, era pronta da friggere. In tre croci e due movimenti, l’ho spedita al tappeto, Sarah Youp La Boum. Dopo di me, non la chiamavano più l’anguilla dei ring, ma il merluzzo impanato!”
Mi scuserà, Nonna Rosa, ma non riesco proprio a capire il paragone.”
“Ma è lampante! C’è sempre una soluzione, Oscar c’è sempre un sacco di farina da qualche parte. Dovresti scrivere a Dio. e’ più forte di me.”
“Anche per il catch?”
“Si, anche per il catch, Dio sa il fatto suo. Prova, Oscar. Che cos’è che ti fa più male?”
“Detesto i miei genitori.”
“Allora detestali moltissimo.”
“E’ lei a dirmelo, Nonna Rosa?”
“Si, detestali moltissimo. Quando ti sarai sfogato, ti accorgerai che non era il caso. Racconta tutto a Dio e, nella tua lettera, chiedigli di venirti a trovare.”
“Lui si sposta?”
“A modo suo. Non spesso. Addirittura di rado.”
“Perché? E’ malato anche lui?”
Allora ho capito dal sospiro di Nonna Rosa che non voleva confessarmi che anche tu, Dio,
sei messo male.
“I tuoi genitori non ti hanno mai parlato di Dio, Oscar?”
“Lasci perdere. I miei genitori sono dei cretini.”
“Certo. Ma non ti hanno mai parlato di Dio?”
“Si. Solo una volta. Per dire che non ci credevano. Loro credono giusto a Babbo Natale.”
“Sono proprio così cretini, Oscar?”
“Non se lo immagina! Il giorno in cui sono tornato da scuola dicendo che dovevano finirla di raccontare fesserie, che sapevo, come tutti i miei compagni, che Babbo Natale non esisteva, avevano l’aria di cadere dalle nuvole. Siccome ero piuttosto furioso di essere passato per un idiota nel cortile della ricreazione, mi hanno giurato che non avevano mai voluto ingannarmi e che avevano creduto sinceramente che Babbo Natale esistesse, e che erano molto delusi, ma davvero molto delusi nell’apprendere che non era vero!
Due autentici deficienti, le dico, Nonna Rosa!”
“Dunque non credon o in Dio?”
“No.”
“E la cosa non ti ha incuriosito?”
“Se mi interesso a quello che pensano i cretini, non avrò più tempo per quello che pensano le persone intelligenti.”
“Hai ragione. Ma il fatto che i tuoi genitori che, secondo te, sono dei cretini….”
“Si. Dei veri cretini, Nonna Rosa!”
“Dunque, se i tuoi genitori che si sbagliano non ci credono, perché non dovresti crederci tu e chiedergli una visita?”
“D’accordo. Ma non mi ha detto che è infermo?”
“No. Ha un modo molto speciale di far visita. Ti viene a trovare con il pensiero. Nel tuo spirito.”
Questo mi è piaciuto. L’ho trovato fortissimo.
Nonna Rosa ha aggiunto: “Vedrai: le sue visite fanno un gran bene”.
“O.K., gliene parlerò. Per il momento, le visite che mi fanno più bene sono le sue.”
Nonna Rosa ha sorriso e, quasi timidamente, si è chinata per darmi un bacio sulla guancia. Non osava andare fino in fondo. Chiedeva il permesso con lo sguardo.
“Su. Mi baci. Non lo dirò agli altri. Non voglio rovinarle la reputazione di ex lottatrice.”
Le sue labbra si sono posate sulla mia guancia e la cosa mi ha fatto piacere, ho sentito un calore, un solletico, un profumo di cipria e di sapone.
“Quando torna?”
“Ho il diritto di venire solo due volte alla settimana.”
“Non è possibile, Nonna Rosa! Non aspetterò tre giorni!”
“E’ il regolamento.”
“Il dottor Düsseldorf.”
“Il dottor Düsseldorf, in questo momento, se la fa addosso quando mi vede. Vada a chiedergli il permesso, Nonna Rosa, non scherzo.”
Mi ha guardato esitante.
“Non scherzo. Se non viene a trovarmi tutti i giorni, io non scrivo a Dio.”
“Proverò.”
Nonna Rosa è uscita e mi sono messo a piangere. Prima non mi ero reso conto di quanto avessi bisogno di aiuto. Non mi ero reso conto, prima, di quanto fossi veramente malato. All’idea di non vedere più Nonna Rosa, capivo tutto e mi scioglievo in lacrime che mi bruciavano le guance. Per fortuna ho avuto un po’ di tempo per riprendermi prima che rientrasse.
“E’ tutto sistemato: ho il permesso. Per dodici giorni posso venire a trovarti ogni giorno.”
“Me e me soltanto?”
“Te e te soltanto, Oscar. Dodici giorni.”
Allora non so che cosa mi ha preso, ho ricominciato a singhiozzare. Eppure so che i ragazzi non devono piangere, soprattutto io, con la mia testa d’uovo, che non somiglio né a un ragazzo né a una ragazza, ma piuttosto a un marziano. Niente da fare, non riuscivo a fermarmi.
“Dodici giorni? Va davvero così male, Nonna Rosa?”
Anche lei aveva voglia di piangere. Si tratteneva a fatica. L’ex lottatrice impediva alla ragazza di un tempo di lasciarsi andare. Era bello da vedere e mi ha distratto un po’.
“Che giorno è oggi, Oscar?”
“Diamine! Non vede il mio calendario? E’ il 20 dicembre.”
“Nel mio paese, Oscar, c’è una leggenda che sostiene che, durante gli ultimi dodici giorni dell’anno, si può indovinare che tempo farà nei dodici mesi dell’anno seguente. Basta osservare ogni giornata per avere, in miniatura, il quadro del mese. Il 20 dicembre rappresenta gennaio, il 21 dicembre febbraio, e così via, fino al 31 dicembre che prefigura il dicembre seguente.”
“E’ vero?”
“E’ una leggenda. La leggenda dei dodici giorni divinatori. Vorrei che ci giocassimo, tu e io. Soprattutto tu. A partire da oggi, osserverai ogni giorno come se ciascuno contasse per dieci anni.”
“Dieci anni?”
“Si. Un giorno: dieci anni.”
“Allora, fra dodici giorni, avrò centovent’anni!”
“Si, te ne rendi conto?”
Nonna Rosa mi ha baciato, ci prendo gusto, lo sento, e poi se n’è andata.
Allora ecco, Dio: stamattina sono nato e non me ne sono reso conto bene; è diventato più chiaro verso mezzogiorno, quando avevo cinque anni, ho guadagnato in coscienza ma non è stato per apprendere delle buone notizie; stasera ho dieci anni ed è l’età della ragione. Ne approfitto per chiederti una cosa: quando hai qualcosa da annunciarmi, come a mezzogiorno per i miei cinque anni, sii meno brutale. Grazie.
A domani, baci,
Oscar.
P. S. ho una cosa da chiederti. So che ho diritto a un solo desiderio, ma il mio desiderio di un attimo fa più che un desiderio era un consiglio.
Sarei d’accordo per una visitina. Una visita in spirito. Trovo la cosa fortissima. Mi piacerebbe molto che me ne facessi una. Sono disponibile dalle otto del mattino alle nove di sera. Il resto del tempo dormo. Talvolta schiaccio dei pisolini anche durante la giornata, a causa delle cure. Ma se mi trovi così, non esitare a svegliarmi. Sarebbe stupido mancare all’appuntamento per così poco, no?
Una fiaba metafisica per raccontare l'ineluttabile
Questa sera vogliamo riflettere grazie alla nostra Enza che ci ha segnalato (e trascritto di mano sua) una vera perla tratta dal libro di Eric-Emmanuel Schmitt "Oscar e la dama in rosa":
Caro Dio,
mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo di aver persino arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo. Ti avverto subito: detesto scrivere. Bisogna davvero che ci sia obbligato. Perché scrivere è soltanto una bugia che abbellisce la realtà. La prova? Per esempio, prendi l’inizio della mia lettera: “Mi chiamo Oscar, ho dieci anni ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo di aver persino arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo”.
Avrei potuto esordire dicendo: “Mi chiamano Testa d’uovo, dimostro sette anni, vivo all’ospedale a causa del cancro e non ti ho mai rivolto la parola perché non credo nemmeno che tu esista”. Ma se ti scrivo una roba del genere, fa un brutto effetto e ti interesseresti meno a me. E io ho bisogno che ti interessi. Inoltre mi farebbe comodo che tu avessi il tempo di farmi due o tre piaceri. Ti spiego. L’ospedale è un posto strasimpatico, con un sacco di adulti di buon umore che parlano forte, con un mucchio di giocattoli e di signore in rosa che vogliono divertirsi con i bambini, con amichetti sempre disponibili come Bacon, Einstein o Pop Corn, insomma. L’ospedale è molto gradevole se sei un malato gradito. Io non faccio più piacere. Da quando sono stato sottoposto al trapianto di midollo osseo sento proprio che non faccio più piacere.
Quando il dott. Dȕsseldorf mi visita, la mattina, lo fa di malavoglia, lo deludo. Mi guarda senza dire nulla, come se avessi commesso un errore. Eppure ho affrontato con impegno l’operazione; sono stato bravo, mi sono lasciato addormentare, ho avuto male senza gridare, ho preso tutte le medicine. Certi giorni ho voglia di insultarlo, di dirgli che è stato forse lui, il dottor Dűsseldorf, con le sue soppraciglie nere, a sbagliarla, l’operazione. Ma ha un’aria talmente infelice che gli insulti mi restano in gola. Più il dottor Dȕsseldorf tace con il suo sguardo sconsolato, più mi sento colpevole. Ho capito che sono diventato un cattivo malato, un malato che impedisce di credere che la medicina sia straordinaria. Il pensiero di un medico è contagioso. Adesso tutto il piano, le infermiere, gli interni e le donne delle pulizie mi guardano nello stesso modo.
Hanno l’aria triste quando sono di buon umore; si sforzano di ridere quando racconto una storiella. E’ vero, non ridono più come prima. Solo Nonna Rosa non è cambiata. Secondo me, è comunque troppo vecchia per cambiare. E poi è anche troppo Nonna Rosa. Nonna Rosa non te la presento, Dio, è una tua buona amica, visto che è stata lei a dirmi di scriverti. Il problema è che sono l’unico a chiamarla Nonna Rosa. Dunque, devi fare uno sforzo per capire di chi parlo: fra le signore in camice rosa che vengono da fuori per passare del tempo con i bambini malati, è la più vecchia di tutte. “Quanti anni ha, nonna Rosa?”
“Riesci a tenere a mente i numeri con tredici cifre, Oscar?”
Oh! Lei esagera!”
“No. Qui non devono assolutamente sapere la mia età, altrimenti mi cacciano e non ci vedremo più”.
“Perché”?
“sono qui di contrabbando. C’è un’età limite per essere una signora in rosa. E io l’ho superata abbondantemente”.
“E’ scaduta”?
“Si”
“Come uno yogurt”?
“Ssss!”
“O.K.! Non dirò nulla”.
E’ stata davvero coraggiosa a confessarmi il suo segreto. Ma con me ha avuto fortuna. Sarò muto anche se trovo strano, viste tutte le rughe simili a raggi di sole che ha attorno agli occhi, che a nessuno sia venuto il sospetto. Un’altra volta sono venuto a conoscenza di un altro suo segreto e così sono sicuro, Dio, che potrai identificarla. Passeggiavamo nel parco dell’ospedale e lei ha pestato una cacca.
“Merda”!
“Nonna Rosa ma che brutte parole dice!”
“Oh, ragazzino, lasciami in pace! Parlo come voglio.”
“Oh, nonna Rosa!”
“E muovi le chiappe. Stiamo passeggiando, non facendo una corsa di lumache.”
Quando ci siamo seduti su una panchina per succhiare una caramella, LE HO CHIESTO:
“Com’è che parla così male?
“Deformazione professionale, piccolo mio. Nel mio mestiere ero fottuta se avevo un vocabolario troppo delicato.”
“E che mestiere faceva?”
“Non mi crederai…..”
“Le giuro di si.”
“Lottatrice di catch.”
“Non le credo!”
“Lottatrice di catch! Mi avevano soprannominato la Strangolatrice del Languedoc.”
Da quel momento quando ho una botta di tristezza e Nonna Rosa è sicura che nessuno può sentirci, mi racconta i suoi grandi tornei: la Strangolatrice del Languedoc contro la Macellaia del Limousin; la sua lotta per vent’anni contro la Diabolica Sinclair, un’olandese che aveva delle granate al posto delle tette; e soprattutto la vittoria della coppa del mondo contro Ulla-Ulla, detta la Cagna di Bȕchenwald, che non era mai stata battuta, nemmeno da Cosce di Acciaio, il grande modello di Nonna Rosa quando era lottatrice. I suoi combattimenti mi fanno sognare, perché immagino la mia amica sul ring com’è adesso, una vecchietta in camice rosa un po’ traballante, intenta a dare un sacco di botte a delle orchesse in costume da bagno. Ho l’impressione di essere io, Divento il più forte. Mi vendico.
Dio, se con tutti questi indizi non indovini chi è Nonna Rosa, o la Strangolatrice del Languedoc, allora devi smettere di essere Dio e andare in pensione. Sono stato chiaro?
Torno ai fatti miei.
Insomma, il mio trapianto ha molto deluso qui. Anche la mia chemio deludeva, ma era meno grave finché c’era la speranza del tra trapianto. Adesso ho l’impressione che i medici non sappiano più cosa proporre, e che mi considerino un caso pietoso. Il dott. Dȕsseldorf, che la mamma trova così bello, anche se per me è un po’ forte di sopracciglia, ha l’aria sconsolata di un Babbo Natale che non abbia più regali nella sua gerla.
L’atmosfera si deteriora. Ne ho parlato al mio amico Bacon. Per la verità non si chiama Bacon, ma Yves. Lo abbiamo chiamato Bacon perché gli si addice molto di più, visto che è un grande ustionato.
“Bacon, ho l’impressione che i medici non mi vogliano più bene. Li deprimo”.
“Figurati, Testa d’uovo! I medici sono tosti. Progettano sempre un sacco di operazioni da farti. Io ho calcolato che me ne hanno promesse almeno sei.”
“Forse li ispiri.”
“Probabilmente.”
“Ma perché non mi dicono semplicemente che morirò?”
Allora Bacon ha fatto come tutti all’ospedale: è diventato sordo. Se dici: “morire” in un ospedale, nessuno sente. Puoi star sicuro che ci sarà un vuoto d’aria e che si parlerà d’altro. Ho fatto la prova con tutti. Tranne con Nonna Rosa.
Allora stamattina ho voluto vedere se anche lei in quel momento diventava dura d’orecchi.
“nonna rosa, ho l’impressione che nessuno mi dica che morirò.”
Mi ha guardato. Avrebbe reagito come gli altri? Per favore, Strangolatrice del Languedoc, resisti e conserva l’udito!
“Perché vuoi che te lo dicano se lo sai già, Oscar?”
Uffa ha sentito.
“Ho l’impressione Nonna Rosa, che abbiano inventato un ospedale diverso da quello che esiste veramente. Fanno come se si venisse all’ospedale solo per guarire. Mentre ci si viene anche per morire.”
“Hai ragione, Oscar, e credo che si commetta lo stesso errore per la vita. Dimentichiamo che la vita è fragile, friabile, effimera. Facciamo tutti finta di essere immortali.”
“E’ fallita la mia operazione, Nonna Rosa?”
Nonna Rosa non ha risposto. Era il suo modo di dire si. Quando è stata sicura che avevo capito?, si è avvicinata e mi ha chiesto, in tono supplichevole: “Non ti ho detto nulla, naturalmente.
Me lo giuri?”
”Giuro.”
Abbiamo taciuto un momentino per riflettere un po’
“E se scrivessi a Dio, Oscar?”
“Ah no, non lei Nonna Rosa!”
“Cosa non io?”
“Non lei! Credevo che non fosse bugiarda.”
“Ma non ti dico bugie….”
“allora perché mi parli di Dio? Mi hanno già raccontato la frottola di Babbo Natale. Una volta basta!
“Oscar non c’è alcun rapporto fra Dio e Babbo Natale.”
“Si, è la stessa cosa. Ti riempiono la testa di tutt’e due!”
“Immagini che io, una ex lottatrice di catch con centosessanta tornei vinti su centosessantacinque, di cui quarantatre per K.O., la Strangolatrice del Languedoc, possa credere per un attimo a Babbo Natale?”
“No.”
“Beh, io non credo a Babbo Natale ma credo in Dio. Ecco.”
Ovviamente, detto così, cambiava tutto.
“E perché dovrei scrivere a Dio?”
“Ti sentiresti meno solo.”
“Meno solo con qualcuno che non esiste?”
“Fallo esistere.”
Si è chinata verso di me.
“Ogni volta che crederai in Lui, esisterà un po’ di più. Se persisti, esisterà completamente. Allora, ti farà del bene.”
“Che cosa posso scrivergli?”
“Confidagli i tuoi pensieri. I pensieri che non dici sono pensieri che pesano, che si incrostano, che ti opprimono, che ti immobilizzano, che prendono il posto delle idee nuove e che ti infettano. Diventerai una discarica di vecchi pensieri che puzzano, se non parli.”
“O.K.”
“E poi, a Dio puoi domandare una cosa al giorno. Attenzione! Una sola.”
“E’ una nullità, il suo Dio, Nonna Rosa. Aladino aveva diritto a tre desideri con il genio della lampada.”
“Un desiderio al giorno è meglio di tre in una vita, no?.”
O.K. allora posso ordinargli tutto? giocattoli, caramelle, un’auto…”
“No, Oscar. Dio non è Babbo Natale. Puoi chiedere solo cose dello spirito.”
“Esempio?”
“Esempio: del coraggio, della pazienza, dei chiarimenti.”
“O.K. capisco.”
“E puoi anche, Oscar, suggerirgli dei favori per gli altri.”
“Non esageriamo, Nonna Rosa, un desiderio al giorno me lo tengo per me!”
Ecco. Allora Dio, in occasione di questa prima lettera, ti ho mostrato un po’ il genere di vita che conduco qui, all’ospedale, dove adesso mi considerano come un ostacolo alla medicina, e mi piacerebbe chiederti un chiarimento: guarirò? Rispondi di si o di no. Non è molto complicato. Si o no. Ti basta cancellare la menzione inutile.
A domani, baci,
Oscar.
P.S. Non ho il tuo indirizzo: come faccio?
La 2° parte domani
Beato Giovanni Duns Scoto raccontato da Papa Benedetto XVI
Oggi la Chiesa Cattolica fa memoria del Beato Giovanni Duns Scoto. Conosciamolo meglio attraverso le parole del Santo Padre Benedetto XVI pronunciate a una delle Udienze Generali dello scorso anno:
Preghiera di San Carlo Borromeo al Santo Crocifisso
Concludiamo la giornata pregando insieme a San Carlo Borromeo di cui oggi la Chiesa Cattolica fa memoria, con una delle preghiere da egli scritte e rivolte al Santo Crocifisso:
Angelus di Giovanni Paolo II - 1° Novembre 2000
Al termine di questa giornata meditiamo ancora una volta sul mistero della Santità attraverso l'Angelus del Beato Giovanni Paolo II nel giorno di questa Solennità dell'anno 2000:
La vita cristiana è camminare quaggiù col cuore rivolto verso l'Alto, verso la Casa del Padre celeste. Così hanno camminato i santi e così, in primo luogo, ha fatto la Vergine Madre del Signore. Il Giubileo ci richiama a questa dimensione essenziale della santità: la condizione di pellegrini, che cercano ogni giorno il Regno di Dio confidando nella divina Provvidenza. Questa è l'autentica speranza cristiana, che non ha nulla a che vedere col fatalismo né con la fuga dalla storia. Al contrario, è stimolo all'impegno concreto, guardando a Cristo, Dio fatto uomo, che ci apre la via del Cielo.
2. In questa prospettiva ci disponiamo a celebrare domani la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Ci rechiamo spiritualmente presso le tombe dei nostri cari, che ci hanno preceduto con il segno della fede e che attendono il sostegno della nostra preghiera. Assicuro un ricordo per quanti, nel corso di quest'anno, hanno perso la vita; specialmente penso alle vittime dell'umana violenza: possa ciascuno trovare nel seno di Dio la sospirata pace.
3. In questa luce, Maria ci appare ancor più quale Regina dei Santi e Madre della nostra speranza. E' a Lei che ci rivolgiamo, perché ci guidi sulla via della santità e ci assista in ogni momento della vita, adesso e nell'ora della nostra morte.
Dopo l'Angelus
In questo giorno di Tutti i Santi saluto cordialmente i numerosi pellegrini francofoni venuti per compiere un gesto giubilare e rinnovare la loro fede in Cristo Salvatore. Sono lieto di vedere gli stendardi qui riuniti, fatti con molta cura e dedizione, e ringrazio tutte le persone che hanno voluto così presentare santi di tutti i secoli. Simili immagini permettono di scoprire il tesoro della Chiesa, gli uomini e le donne che hanno seguito Cristo nel sacerdozio, nella vita consacrata o nel matrimonio.
Cari amici, che possiate udire in modo rinnovato l'appello a entrare nella via della santità, a servire il Signore e i vostri fratelli, e a partecipare alla vita della Chiesa e del mondo! La Chiesa conta su di voi. Vi benedico di tutto cuore.



