Riflettiamo Insieme

nella vigna ...

Rinascere dall'Alto

Oggi la Chiesa Cattolica celebra, insieme a San Giuseppe d'Arimatea, la figura di San Nicodemo: scopriamo di chi si tratta attraverso la lettura del Vangelo e meditiamo il significato del suo incontro con Gesù attraverso il commento dei   Monaci Benedettini Silvestrini: 

Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».
 Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».

 
Assistiamo e partecipiamo ad un colloquio notturno. Ci interessano i due interlocutori Gesù e Nicodemo. Questi porta con sé una sincera ammirazione per Gesù che certamente condividiamo: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Forse dobbiamo condividere anche i limiti della sua fede e il bisogno di una ulteriore illuminazione. Egli si reca di notte dal Signore e ciò per timore dei giudei: la notte non solo la mancanza della luce del sole, ma anche il buio della mente e del cuore. La paura poi denota una ulteriore debolezza, l'incapacità di essere testimone, anche e soprattutto quando si è circondati da persona che non la pensano come noi. È il rispetto umano che talvolta frena la libera professione della nostra fede. È per questo che Gesù ci ripete: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio». 

Bisogna quindi rinascere per vedere. Bisogna far morire in noi l'uomo vecchio, annebbiato dal peccato, per essere creatura nuova in Cristo. Già nel battesimo abbiamo avuto potenzialmente la nostra rinascita come figli di Dio, ma poi con la libera adesione e con le nostre opere, dobbiamo confermare la novità che ci è stata data in dono. Infatti Gesù conferma il suo pensiero dicendoci ancora: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio». E aggiunge: «Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». 

Lo Spirito che ci fa rinascere sarà il dono di Cristo ai suoi Apostoli e li trasformerà da pavidi in intrepidi araldi del suo Vangelo. Lo stesso Spirito sarà la forza vincente della chiesa di Cristo e di ogni suo seguace. Il vero rinnovamento, la vera rinascita, la vita nuova la possiamo attingere solo da quella arcana forza divina, che riversata nei nostri cuori, ci rende capaci di uscire dalla notte, di rinascere come creature nuove e di essere infine testimoni autentici e credibili della risurrezione di Cristo.

Il combattimento cristiano

Concludiamo la giornata che ci ha fatto riscoprire la figura di Sant'Agostino d'Ippona, attraverso la lettura di un passo tratto da una sua opera di morale pastorale "Il combattimento cristiano" che si sofferma proprio sulla lotta spirituale sostenuta da ogni cristiano che intenda seguire il Vangelo:

1. 1. La corona della vittoria non si promette se non a coloro che combattono. Nelle divine Scritture, inoltre, troviamo con frequenza che si promette a noi la corona, se vinceremo. Ma per non dilungarci a richiamare molti passi, presso l’apostolo Paolo si legge con molta chiarezza: Ho compiuto la mia opera, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede, ora mi resta la corona di giustizia 1. Dobbiamo dunque conoscere quale sia questo avversario, vinto il quale, saremo incoronati. È quello stesso che il Signore nostro vinse per primo, sicché anche noi, se perseveriamo in lui. E perciò la Potenza e la Sapienza di Dio 2 e il Verbo, per mezzo del quale furono fatte tutte le cose 3, che è il Figlio unigenito, rimane immutabile al di sopra di ogni creatura. E poiché sotto di Lui sta anche la creatura che non ha peccato, quanto più sta sotto di Lui ogni creatura peccatrice? E poiché sotto di Lui sono tutti gli angeli santi, molto più a Lui sono sottoposti gli angeli prevaricatori, di cui il diavolo è il capo. Ma poiché quest’ultimo aveva ingannato la nostra natura, l’unigenito Figlio di Dio si è degnato di assumere la nostra stessa natura, affinché da essa stessa fosse vinto il diavolo, e quello che il Figlio di Dio ha sottoposto a sé, fosse sottoposto anche a noi. È appunto quello che indica quando dice: Il principe di questo mondo è stato cacciato fuori 4. Non perché il diavolo è stato cacciato fuori dal mondo, come credono alcuni eretici, ma fuori dalle anime di coloro che aderiscono alla parola di Dio e non amano il mondo, di cui egli è il capo; infatti egli domina su quelli che amano le cose temporali, che sono contenute in questo mondo visibile, non perché egli sia padrone di questo mondo, ma perché è fonte di tutte quelle cupidige, per le quali si brama tutto ciò che è passeggero, cosicché a lui sono soggetti quelli che trascurano l’eterno Dio ed amano le cose caduche e mutevoli. La radice di tutti i mali è la cupidigia: seguendo la quale alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da sé tormentati con molti dolori 5. Per mezzo di questa cupidigia il diavolo regna sull’uomo e occupa il suo cuore. Tali sono tutti quelli che amano questo mondo. Il diavolo poi è cacciato fuori, quando di tutto cuore si rinuncia a questo mondo. Così infatti si rinuncia al diavolo, che è principe di questo mondo, quando si rinuncia a ciò che è corrotto, alle pompe e ai suoi corifei. Ecco perché lo stesso Signore, avendo già assunto trionfalmente la natura dell’uomo, disse: Sappiate che io ho vinto il mondo.

2.2. Molti poi dicono: come possiamo noi vincere il diavolo che non vediamo? Ma noi abbiamo un maestro il quale si è degnato di mostrarci in che modo si vincono i nemici invisibili. Di lui infatti dice l’Apostolo: Spogliandosi della carne, fu modello ai principati e alle potestà, trionfando con sicurezza su di loro in se stesso 7. Dunque si vincono le invisibili potenze a noi ostili là dove si vincono le invisibili cupidige. E perciò poiché in noi stessi vinciamo le brame delle cose temporali, è necessario che in noi stessi vinciamo anche colui che regna nell’uomo per mezzo delle stesse cupidige. Quando infatti fu detto al diavolo: Mangerai terra, fu detto al peccatore: Tu sei polvere e in polvere ritornerai 8. Il peccatore fu dunque dato in pasto al diavolo. Facciamo in modo di non essere terra, se non vogliamo essere divorati dal serpente. Come infatti ciò che mangiamo lo convertiamo nel nostro corpo, affinché lo stesso cibo si trasformi in ciò che noi siamo secondo il nostro corpo, così a causa dei cattivi costumi per mezzo della malvagità e della superbia e dell’empietà ciascuno diventa ciò che è il diavolo, cioè simile a lui, ed è sottoposto a lui, come il nostro corpo è soggetto a noi. E questo è ciò che si dice, essere mangiato dal serpente. Chiunque pertanto teme quel fuoco che fu preparato per il diavolo ed i suoi angeli 9, si sforzi di trionfare su di lui in se stesso. Infatti quelli che ci combattono all’esterno, noi li vinciamo internamente, col vincere le concupiscenze per mezzo delle quali essi ci dominano. E attirano con sé nelle pene quelli che troveranno simili a sé.

3. 3. Così dice anche l’Apostolo che in se stesso combatte le potenze esterne. Dice infatti: Non dobbiamo noi combattere contro la carne e il sangue, ma contro i principi e le potestà di questo mondo, contro coloro che governano queste tenebre, contro gli spiriti di malizia negli spazi celesti 10. Cielo infatti è chiamato anche questo spazio, dove i venti e le nubi e le tempeste e i turbini si avvicendano; come infatti anche la Scrittura dice in molti passi: E il Signore tuonò dal cielo 11; e gli uccelli del cielo 12 e i volatili del cielo 13; essendo chiaro che gli uccelli volano nell’aria. Anche noi abitualmente chiamiamo cielo quest’aria: infatti quando domandiamo intorno al tempo sereno o nuvoloso, talvolta diciamo: "com’è l’aria?", talvolta: "com’è il cielo?". Dico ciò affinché nessuno pensi che i cattivi demoni abitano là dove Dio dispose il sole, la luna e le stelle. Questi cattivi demoni perciò l’Apostolo chiama spirituali 14, perché anche gli angeli cattivi sono chiamati spiriti nelle divine Scritture. Perciò egli li chiama rettori di queste tenebre, perché chiama tenebre gli uomini peccatori, sui quali questi dominano. Perciò dice in un altro passo: Voi foste infatti una volta tenebre; ma ora siete luce nel Signore 15; perché da peccatori erano stati giustificati. Non pensiamo dunque che il diavolo con i suoi angeli abiti nelle sommità del cielo, donde crediamo che egli sia caduto.

4. 4. Così infatti errano i manichei, i quali affermano che prima della creazione del mondo vi era stato un popolo di tenebre che si ribellò contro Dio. Quegli sventurati credono che in quella guerra Dio onnipotente non poté altrimenti aiutare se stesso se non inviando una parte di sé contro quella razza. I principi di quella razza, come essi dicono, divorarono la parte di Dio e si organizzarono in modo tale che il mondo potesse essere costruito da loro. Così affermano che Dio giunse alla vittoria con grandi disgrazie e tormenti e miserie delle sue membra; queste membra, dicono, essersi poi mescolate alle viscere tenebrose dei loro principi, per calmarli e frenarli dal loro furore. E non capiscono che la loro setta è tanto sacrilega da credere che Dio onnipotente abbia combattuto con le tenebre non per mezzo della creatura che egli aveva fatto, ma per mezzo della sua propria natura: credere ciò è un’empietà. Né affermano solo ciò, ma anche che quelli stessi che furono vinti divennero migliori per il fatto che il loro furore fu frenato e che la natura di Dio, che in realtà vinse, divenne miserrima. Dicono anche che essa per questa mescolanza abbia perduto l’intelletto e la sua felicità e si sia trovata implicata in gravi errori e rovine. Se dicessero che la natura di Dio si sia in parte completamente purificata, affermerebbero tuttavia una grande empietà contro Dio onnipotente, del quale una parte crederebbero essere stata esposta per tanto tempo ad errori e pene senza alcuna responsabilità di peccato. Ora quegli sventurati osano dire che non può purificarsi tutta completamente, e che quella stessa parte che non si è potuta purificare, è destinata alla necessità di essere avvolta e legata alla rovina del sepolcro; e così una parte di Dio che per niente ha peccato rimane sempre ivi misera, ed è punita in eterno col carcere delle tenebre. Questo essi dicono per ingannare le anime semplici. Ma chi è così semplice da non accorgersi che sono cose sacrileghe quando affermano che Dio onnipotente è stato oppresso dalla necessità, così da permettere che la sua parte buona e innocente fosse ricoperta da tante grandi rovine e macchiata da tanta immondezza e non potesse liberarla completamente, e legasse con vincoli eterni ciò che non ha potuto liberare? Chi dunque non rigetterebbe simili cose? Chi non capirebbe che queste cose sono empie e nefande? Ma essi quando ingannano gli uomini non parlano di questi argomenti per primo; se ne parlassero sarebbero derisi o sarebbero respinti da tutti; scelgono invece quei capitoli delle Scritture che gli uomini semplici non capiscono e per mezzo di quelli ingannano le anime inesperte, domandando loro donde provenga il male. Così fanno a proposito di un testo dell’Apostolo dov’è scritto: I principi di queste tenebre e gli spiriti del male nei cieli 16. Quegli ingannatori cercano l’uomo che non comprende le divine Scritture e gli dicono donde siano in cielo i principi delle tenebre; così non avendo egli potuto rispondere, possano trascinarlo attraverso la loro curiosità; poiché ogni anima ignorante è curiosa. Chi invece conosce bene la fede cattolica ed è munito di buoni costumi e vera pietà, sebbene ignori la loro eresia, tuttavia risponde loro. Né può essere ingannato colui che ormai conosce quello che appartiene alla fede cristiana, che è chiamata cattolica, diffusa nel mondo, protetta dalla Provvidenza divina contro tutti gli empi e i peccatori e quelli suoi che la trascurano.

5. 5. Abbiamo dunque detto che l’apostolo Paolo ha affermato che noi lottiamo contro i capi delle tenebre e le potenze spirituali del male che abitano nei cieli, e abbiamo anche provato che questo spazio aereo prossimo alla terra si chiama cielo; bisogna credere che noi combattiamo contro il diavolo e i suoi angeli, i quali godono dei nostri turbamenti. Lo stesso Apostolo infatti in un altro passo chiama il diavolo principe della potenza dell’aria 17. Sebbene il passo dove dice: Gli spiriti del male che occupano gli spazi celesti 18, si possa intendere diversamente, di modo che egli non ha detto che sono gli stessi angeli prevaricatori negli spazi celesti, ma piuttosto noi, dei quali in altro passo dice: La nostra dimora è nei cieli 19, affinché noi stabiliti negli spazi celesti, cioè camminando nei precetti spirituali di Dio, combattiamo contro gli spiriti del male che tentano di distrarci di là. Perciò bisogna cercare di più in che modo possiamo combattere e vincere contro quelli che non vediamo, affinché gli stolti non pensino che noi dobbiamo combattere contro l’aria.

6. 6. Pertanto lo stesso Apostolo insegna dicendo: Io non combatto per così dire battendo l’aria, ma castigo il mio corpo e lo riduco in servitù, affinché predicando agli altri, per caso non sia io riprovato 20. Quindi aggiunge: Siate miei imitatori come anch’io lo sono di Cristo 21. Perciò bisogna intendere che anche lo stesso Apostolo abbia trionfato in se stesso delle potenze di questo mondo 22, come aveva detto del Signore di cui si professa imitatore 23. Imitiamo dunque anche noi lui, come ci esorta e castighiamo il nostro corpo e riduciamolo in schiavitù, se vogliamo vincere il mondo. Poiché questo mondo ci può dominare per mezzo dei piaceri illeciti e le vanità e la pericolosa curiosità, cioè quelle cose che allettano gli amanti dei piaceri temporali con dannoso piacere in questo mondo e li costringono a servire al diavolo ed ai suoi angeli: se abbiamo rinunziato a tutte queste cose, riduciamo il nostro corpo in schiavitù.

7. 7. Ma affinché nessuno chieda in che modo dobbiamo sottomettere il nostro corpo a schiavitù, si può facilmente capire e può avvenire se sottomettiamo a Dio per prima noi stessi con buona volontà e sincera carità. Infatti ogni creatura voglia o non voglia è soggetta a un solo Dio e suo Signore. Ma di ciò siamo ammoniti, a servire al Signore Dio nostro con tutta la volontà. Poiché il giusto serve liberamente, l’ingiusto invece serve in catene. Tutti però servono alla divina Provvidenza; ma alcuni obbediscono come figli e con essa fanno ciò che è bene, altri poi sono legati come schiavi e di essi avviene ciò che è giusto. Così Dio onnipotente, Signore di tutte le creature, il quale creò tutte le cose, com’è scritto, assai buone 24 le ha ordinate in modo che riesca del bene dalle cose buone e dalle cose cattive. Ciò che si fa con giustizia è fatto bene. Giustamente i buoni sono beati e giustamente i cattivi pagano le pene. Dio dunque ricava il bene e dai buoni e dai cattivi, poiché fa tutto con giustizia. Buoni sono coloro che con tutta la loro volontà servono a Dio; i cattivi servono per necessità: nessuno sfugge infatti alle leggi dell’Onnipotente. Ma altro è fare ciò che la legge comanda, altro è sopportare ciò che la legge comanda. E quindi i buoni agiscono secondo le leggi, i cattivi soffrono secondo le leggi.

7. 8. E non ci sconvolga il fatto che in questa vita secondo la carne che essi portano, i giusti sopportino molti mali gravosi e difficili. Infatti, non soffrono alcun male coloro che ormai possono dire ciò che quell’uomo spirituale, l’Apostolo, canta con esultanza e predica dicendo: Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce la pazienza, la pazienza la virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 25. Se dunque in questa vita, dove vi sono tanti grandi travagli, gli uomini buoni e giusti, quando sopportano tali sofferenze, possono non solo tollerarle con animo sereno, ma anche gloriarsi nell’amore di Dio, che cosa pensare di quella vita che ci è promessa, dove nessuna molestia sentiremo da parte del corpo? In effetti il corpo dei giusti non risorgerà per lo stesso scopo per cui risorgerà il corpo degli empi. Come sta scritto: Tutti risorgeremo, ma non tutti saremo trasformati 26. E affinché nessuno creda che questa trasformazione non è promessa ai giusti, ma piuttosto agli ingiusti, e non consideri che essa procuri pena, l’Apostolo prosegue e dice: E i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati 27. Tutti i cattivi dunque sono ordinati in modo tale che ciascuno nuoce a se stesso e tutti si danneggiano vicendevolmente. Infatti desiderano ciò che è amato in modo pernicioso e ciò che ad essi può essere facilmente portato via; e queste cose portano via a se stessi a vicenda quando si perseguitano. E così sono angustiati coloro ai quali vengono tolti i beni temporali, perché li amano; al contrario coloro che se ne impossessano, godono. Ma una siffatta gioia è cecità e somma miseria: infatti coinvolge ancor più l’anima conducendola a tormenti sempre più grandi. Anche il pesce è contento, quando, non vedendo l’amo, divora l’esca. Ma appena il pescatore comincia a tirarlo, per primo vengono attorcigliate le sue viscere, in seguito, da tutto quel piacere per mezzo di quella stessa esca dalla quale era stato attratto, è trascinato alla morte. Similmente accade di tutti coloro che si reputano felici per i beni terreni. Abboccano, infatti, all’amo, e con quello vanno errando. Verrà il tempo quando sentiranno quanti tormenti avranno divorato con l’avidità. E ai buoni non arrecano danno per nulla, perché viene tolto loro ciò che essi non amano. Infatti, nessuno può loro sottrarre ciò che essi amano, e per cui sono felici. Il tormento del corpo affligge miseramente le anime malvagie, invece purifica fortemente quelle buone. Così avviene che l’uomo cattivo e l’angelo cattivo combattono per disposizione della divina Provvidenza, ma ignorano quale bene Dio trae da loro. E quindi vengono ricompensati non per i meriti del loro servizio, ma per i meriti della loro malizia. 

Perseguitato a causa della Verità

Oggi la Chiesa Cattolica ricorda il martirio di San Giovanni Battista, un uomo mite che ha vissuto la sua vita in totale distacco dalle cose terrene. Il suo martirio viene narrato dettagliatamente nel Vangelo di Marco: dalla narrazione evangelica sappiamo già che egli era stato arrestato tempo prima, sicuramente a causa delle continue prediche del profeta che "imbarazzavano" il povero Erode che però non nutriva in sé odio, tant'è che dal Vangelo di Marco scopriamo che a volere la morte del Battista altri non è che la moglie di Erode! Infatti, San Giovanni Battista, nelle sue prediche,chiamava in causa proprio Erodiade in quanto ella non poteva esser presa in moglie da Erode, perché già moglie di Filippo, fratello di Erode. Venendo meno a questo comando, Erode aveva commesso un peccato molto grave poiché aveva violato la Legge di Dio impunemente e giustamente San Giovanni Battista lo aveva più volte ripreso, a gran voce. 
Erode non vuole però nuocere al profeta e lo fa solamente rinchiudere: ma Erodiade sembra non veder l'ora di poter togliere di mezzo il Battista e sicuramente lo avrebbe fatto immediatamente, se non fosse stato per Erode, così come ci ricorda l'evangelista Marco. Alla fine, attraverso un sottile gioco psicologico, approfittando di una situazione favorevole (un giuramento di Erode alla figlia Salome), riesce ad ottenere ciò che voleva e cioè la testa del Battista. Ma quale il motivo di tanto odio e risentimento? Proprio la testimonianza della Verità che Erodiade non voleva ascoltare, perché così avrebbe perso la giustificazione al proprio peccato e chissà se i sensi di colpa non avrebbero cominciato a farsi sentire nel suo cuore.

Questo è comunque un evento carico di significato profetico: infatti, San Giovanni Battista lo possiamo quasi definire come uno dei primi martiri cristiani, pronto a sacrificare la propria vita per amore della Verità rappresentata da Gesù Cristo. Dopo di lui, moltissimi altri cadranno allo stesso modo, per aver dato testimonianza a Cristo e alla Verità che Egli aveva trasmesso agli uomini. Se San Giovanni Battista rappresenta il perseguitato a causa della Verità, Erodiade rappresenta invece l'altra faccia della medaglia e cioè il persecutore che non vuole ascoltare quella Verità che smaschera le tenebre e risveglia la coscienza. Badate bene che questo è ciò che avviene ancora oggi: appena la Chiesa alza la voce contro il peccato, subito si alza lo stuolo di accusatori che tenta di minarne la credibilità e di attaccarne le fondamenta, anche quelle storiche. Ciò avviene, ad esempio, quando il Papa si esprime contro l'aborto, l'eutanasia, l'omosessualità e tutti quei peccati che oggi si vogliono liberalizzare in nome di una modernità fasulla: infatti, la Parola di Dio è eterna ed il peccato non muta a seconda del tempo. Ciò che è immorale, resta tale anche attraverso il tempo. 
Per questo, carissimi, non dobbiamo meravigliarci se il mondo continua ad accusare la Chiesa e a perseguitarne i membri coraggiosi che evangelizzano anche in quelle terre dove la persecuzione fisica è all'ordine del giorno: fintantoché ci saranno persone come Erodiade che amano il peccato e che non vogliono ascoltare chi sottolinea il loro peccato, allora ci saranno le persecuzioni, le infamie, gli attacchi e tutto ciò che ne consegue. La Chiesa Cattolica è il San Giovanni Battista di questa generazione (ed ovviamente di quelle passate e future): la sua voce non potrà dunque esser soffocata né dalla minaccia, né dall'intimidazione e né tantomeno dagli attacchi demagogici e anticlericali.

 

Da "Le Confessioni" di Sant'Agostino

Eccezionalmente oggi pubblichiamo un secondo post conclusivo a memoria di Sant'Agostino d'Ippona del quale abbiamo celebrato la memoria in questa giornata. Pubblichiamo uno stralcio da "Le Confessioni" del celebre Dottore della Chiesa:


Dal Libro XIII de "Le Confessioni" di Sant'Agostino d'Ippona, Vescovo e Dottore della Chiesa:

Invocazione a Dio buono
1. 1. T’invoco, Dio mio, misericordia mia, che mi hai creato e non hai dimenticato chi ti ha dimenticato. T’invoco nella mia anima, che prepari a riceverti col desiderio che le ispiri. Non trascurare ora la mia invocazione. Tu mi hai prevenuto prima che t’invocassi, insistendo con appelli crescenti e multiformi affinché ti ascoltassi da lontano e mi volgessi indietro chiamando te che mi richiamavi. Tu, Signore, cancellasti tutte le mie azioni cattive e colpevoli per non dover punire le mie mani, con cui ti ho fuggito; prevenisti invece tutte le mie azioni buone e meritevoli, per poter premiare le tue mani, con cui mi hai foggiato. Tu esistevi prima che io esistessi, mentre io non esistevo così che potessi offrirmi il dono dell’esistenza. Eccomi invece esistere grazie alla tua bontà, che prevenne tutto ciò che mi hai dato di essere e da cui hai tratto il mio essere. Tu non avevi bisogno di me, né io sono un bene che ti possa giovare, Signore mio e Dio mio. Il mio servizio non ti risparmia fatiche nell’azione, la privazione del mio ossequio non menoma la tua potenza, il mio culto per te non equivale alla coltura per la terra, così che saresti incolto senza il mio culto. Io ti devo servizio e culto per avere da te la felicità, poiché da te dipende la mia felicità.

Se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua

Concludiamo la giornata liturgica attraverso l'ormai consueto appuntamento di meditazione con le riflessioni di noti sacerdoti e movimenti religiosi. Oggi riflettiamo attraverso le parole di mons. Gianfranco Poma:


Il brano che la Liturgia della domenica XXII del tempo ordinario ci offre, (Mt.16,21-27) fa parte della sezione del Vangelo di Matteo, nella quale si alternano fatti e dialoghi con cui Gesù manifesta la preoccupazione di formare i discepoli che saranno la base della sua Chiesa, in particolare Pietro, la roccia sulla quale essa sarà edificata. Siamo nel cuore della rivelazione evangelica: l'identità di Gesù, la Chiesa, l'identità di Pietro, archetipo di tutti i discepoli, la relazione tra Gesù e i suoi discepoli, la novità della relazione con Dio, la novità dell'esperienza che Gesù propone a chi lo segue, in rapporto all'esperienza ebraica sulla quale rimane innestata, sono i temi presenti in questa pagina che la Liturgia ci ripropone. Si tratta di una pagina nella quale lo sfondo dell'Antico Testamento è evidente: uno studio attento deve ricollocare il Vangelo nel contesto dell'esperienza ebraica nel quale è nato, per poter comprendere la sua radicale novità.
"Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". A questa professione di fede di Pietro, Gesù risponde: "Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli". Se formalmente la professione di fede di Pietro potrebbe essere ricondotta all'attesa dell'A.T., la risposta di Gesù rivolta personalmente a Pietro, lo conduce a prendere coscienza di una radicale novità: "né la carne né il sangue" cioè non un semplice ragionamento umano e neanche la semplice appartenenza alla tradizione del suo popolo hanno fatto conoscere a Pietro l'identità profonda di Gesù, ma una rivelazione personale del Padre. Gesù è il Figlio del Dio vivente, mandato all'umanità, e lo è in senso reale, non nel senso generico nel quale anche il re, o ogni uomo nell'A.T. è chiamato figlio di Dio. Gesù rivela a Pietro che il Padre gli ha aperto la via per un'esperienza nuova: entrare nell'intimità della vita del Figlio, per gustare l'esperienza della vita di Dio. Anche Paolo parla della rivelazione del Figlio di Dio comunicata a lui, quasi in termini identici (Gal.1,16): questa rivelazione ha fatto di Paolo l'apostolo, e di Pietro la roccia sulla quale Gesù ha edificato la Chiesa, contro la quale le forze del male non prevarranno. Gesù, questo concreto "Tu" al quale Pietro parla, è il Figlio del Dio vivente, è questo "Uomo" attraverso il quale Dio dona al mondo l'inesauribile ricchezza del suo amore: nessuna forza del male potrà mai prevalere sull'Amore che è Dio.
Da questa esperienza di Pietro, prende inizio una storia nuova, la storia della manifestazione di Gesù, il Figlio del Dio vivente, la manifestazione misteriosa dell'Amore che è Dio, e prende inizio la storia della conversione di Pietro chiamato ad abbandonare le categorie umane con cui normalmente pensa Dio, l'uomo e il rapporto tra l'uomo e Dio.
"Da quel momento, scrive Matteo, Gesù cominciò a mostrare ai suoi discepoli." Ogni parola del Vangelo, in questo contesto, richiede la nostra attenzione: la professione di fede di Pietro è un nuovo inizio. Adesso Pietro ha una chiave interpretativa nuova della storia: il verbo "iniziare" ha un valore grande nella Bibbia. Non per nulla la prima parola della Bibbia, come pure del Vangelo di Marco e di Giovanni, è proprio "in principio". Nel corpo dei Vangeli l' "inizio" segna sempre l'azione di Gesù: Gesù fa nuove le cose, le apre ad un senso sempre nuovo.
Adesso Gesù comincia a "mostrare", non costruisce nuove teorie, anzi, sottolinea ancora più di prima la concretezza della sua vita, l'aderenza alla quotidianità della sua storia: "comincia a mostrare" che cosa significhi essere il Figlio del Dio vivente, vivere tutto nella dimensione del Figlio del Dio vivente, vivere nel tempo e nella storia, nel frammento, nella fragilità, nel limite, l'infinito dell'Amore di Dio.
"Comincia a mostrare": è l'inizio del guardare la storia non scandalizzandosi di Dio, è l'inizio di uno sguardo sulla storia che non terminerà più.
"Gesù cominciò a mostrare ai suoi discepoli che bisogna che egli vada a Gerusalemme, soffra molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti, degli scribi e venga ucciso e poi risorga il terzo giorno": la costruzione raffinata della frase con il passaggio dei verbi dall'aoristo al presente, ci invita a pensare che, se Gesù parla della propria esperienza, nello stesso tempo vede in essa, simbolicamente presente tutta la storia. In questa frase sintetizza tutta la sua esperienza filiale: "bisogna" che egli viva abbandonato totalmente nel Padre, dal quale riceve tutto. Bisogna che ascolti la Parola del Padre e la viva come volontà di amore, sempre, perché il Padre ama il Figlio. Bisogna che vada a Gerusalemme per mostrare al suo popolo che cosa significhi essere il popolo di Dio. Bisogna che soffra da parte di coloro che pensano di conoscere la Parola di Dio e di poterla gestire, ma in realtà l'hanno rinchiusa in una legge che uccide la libertà e uccide l'uomo. Bisogna che discenda, svuotandosi di ogni idolatria di potere o di autoaffermazione per essere soltanto ciò che il Padre vuole che sia, per essere solo strumento della forza del Padre che è Amore. Tutto questo perché bisogna che "il terzo giorno risorga": "il terzo giorno" non è una indicazione cronologica, ma qualitativa, è il giorno senza tramonto, è il tempo pieno di senso. Il Figlio vive solo del Padre che lo genera: solo svuotandosi di ciò che è inautentico, ipocrita, idolatrico comincia a vivere di ciò che vale, solo vivendo di amore vive di Dio.
L'esperienza di Pietro dà inizio alla storia della presenza del Figlio del Dio vivente con gli uomini e dà inizio (la traduzione italiana omette lo stesso verbo "cominciò") alla storia della sua fede, della fede della Chiesa e della fede di ogni credente. La professione di fede è l'inizio del cammino di fede di Pietro: anche Paolo, il grande apostolo ha dovuto imparare a spogliarsi di se stesso, ad ascoltare le parole del Signore: "Ti basta la mia grazia: la forza si manifesta pienamente nella debolezza" (2Cor. 12,9). A Pietro, entusiasta, generoso, appassionato del suo Signore, Gesù, subito, ha rivolto la sua Parola, forte, ma piena di amore: "Tu mi sei di ostacolo, perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini". Anche Paolo chiede ai suoi discepoli: "Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. Non conformatevi alla mentalità di questo mondo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto". (Rom.12,2). A Pietro, alla Chiesa, a ciascuno di noi Gesù chiede di porci, in ogni momento la domanda: "Io penso secondo Dio o secondo il mio pensiero umano?" Il Figlio del Dio vivente ci chiede di abbandonare il nostro modo umano di pensare, di valutare, di progettare il successo, la riuscita, dimenticando che la forza di Dio passa attraverso la fragilità, l'abbandono in Lui, la nostra Croce, l'Amore.

Monica e Agostino in estasi a Ostia

Oggi la Chiesa Cattolica ha celebrato la figura di Santa Monica, madre di Sant'Agostino d'Ippona. Santa Monica è stata una continua perseveranza: possiamo dire, senza tentennamento alcuno, che lei incarna la parola perseveranza, in quanto non ha mai perso né la fede né la speranza, nemmeno quando il marito e il figlio le davano continui dolori. La preghiera è stata la sua compagna di vita ed è proprio attraverso la preghiera incessante che è sbocciato quel fiore che noi conosciamo come Sant'Agostino. Per questo noi vogliamo oggi ricordarla, per dare speranza e forza a tutte le mamme che oggi lottano per educare e guidare i propri figli in una società che propina modelli di forte diseducazione e di scristianizzazione: la vogliamo ricordare attraverso il ricordo di suo figli Agostino che nelle "Confessioni" si sofferma su di un particolare episodio di incontro ed estasi...:

Pochi giorni prima che lei morisse... accadde, credo per misteriosa disposizione delle tue vie, che ci trovassimo lei ed io soli... C’era un grande silenzio... Parlavamo, fra noi, soavissimamente, dimentichi del passato e protesi verso l’avvenire. Ci domandavamo, davanti alla presenza della verità e cioè di te, o Signore, quale fosse mai quella vita eterna dei beati che “nessun occhio vide, nessun orecchio udì, che rimane inaccessibile alla mente umana”. 

Aprivamo avidamente il nostro cuore al fluire celeste della tua fonte, la fonte della vita, che è in te, per esserne un poco irrorati, per quanto era possibile alla nostra intelligenza, e poterci così formare un’idea di tanta sublimità. 
Eravamo giunti alla conclusione che qualsiasi piacere dei sensi del corpo, anche nel maggior splendore fisico, non solo non deve essere paragonato alla felicità di quella vita, ma nemmeno nominato; ci rivolgemmo poi con maggior intensità d’affetto verso l’“Ente in sé”, ripercorrendo a poco a poco tutte le creature materiali fin su al cielo da cui il sole, la luna e le stelle mandano la loro luce sulla terra.

E la nostra vista interiore si spinse più in alto, nella contemplazione, nell’esaltazione, nell’ammirazione delle tue opere; e arrivammo al pensiero umano, e passammo oltre, per raggiungere le regioni infinite della tua inesauribile fecondità, nelle quali nutri Israele con il cibo della verità, dove la vita è la sapienza che dà l’essere a tutte le cose presenti, passate e future: ed essa non ha successione, ma è come fu, come sarà, sempre. Anzi meglio, non esiste in lei un “fu”, un “sarà”, ma solo “è”, perché è eterna: il fu e il sarà non appartengono all’eternità. 

E mentre parlavamo e anelavamo ad essa la cogliemmo un poco con lo slancio del cuore e sospirando vi lasciammo unite le primizie dello spirito per ridiscendere al suono delle nostre labbra, dove la parola trova il suo inizio e la sua fine. Quale possibilità di confronto tra essa e il tuo Verbo, che permane in se stesso, e non invecchia e rinnova tutto? (Confessioni X).

Omelia Card. Angelo Bagnasco: Io sono il Buon Pastore

Carissimi, terminiamo la nostra giornata sulla Vigna meditando sul sacerdozio attraverso l'omelia pronunciata dal Cardinale Angelo Bagnasco lo scorso 3 Luglio:


Omelia del Cardinale Angelo Bagnasco

Santuario di Montignoso, Diocesi di Volterra,
3 luglio 2011




Carissimi Fratelli e Sorelle nel Signore


Sono lieto di essere con voi per la gioia di due nuovi Sacerdoti. Mi unisco alla riconoscenza che la Famiglia dei Servi del Cuore Immacolato di Maria eleva al divino Maestro, sapendo che il Sacerdote è un grande dono non solo per la Chiesa ma anche per l'umanità intera. Se da una parte con questo dono il Signore vuol farvi sentire la sua presenza e la sua guida, dall'altra conferma e rilancia la gioia e lo zelo sacerdotali perché siamo Pastori generosi del suo popolo. Ogni anima, infatti, merita tutta l nostra attenzione e dedizione, perché è salvata dal preziosissimo sangue di Cristo, è amata dal suo infinito amore.
Carissimi Don Andrea e Don Daniele, state per diventare Sacerdoti di Cristo: per sempre suoi, per sempre della Chiesa, figli di questo Istituto religioso intitolato e dedicato al Cuore Immacolato di Maria. Per sempre! Come deve risuonare forte e dolce questo "per sempre": ai vostri cuori, ma anche ai nostri, di noi già Sacerdoti che in voi rinnoviamo i sentimenti, le emozioni, i propositi della nostra Ordinazione!


1. Prostrati sulla nuda terra


La Liturgia di consacrazione è di per sé eloquente e commovente. Basta guardare e lasciarsi prendere dalla bellezza del rito. Tra poco vi prostrerete sulla nuda terra e in quel gesto esprimerete la coscienza di essere di fronte al mistero grande di Dio; la coscienza di essere piccola cosa, ma che Dio chiama a sé, per sé e per il mondo. Anche Mosè e i Profeti, nell'Antico Testamento, fecero tale esperienza: essi cercarono di tirarsi indietro intimoriti. Si prostrarono a piedi nudi davanti al Signore e chiesero di essere esonerati tanto sentivano la propria indegnità di fronte alla grandezza e al peso della missione. Ma Dio non si è tirato indietro: li ha sedotti con la forza dell'amore. Vedervi prostrati ci ricorderà quello che noi siamo: il Signore ci ha scelti nonostante noi. Non dimenticatelo mai: vi preserverà da pensieri sciocchi di vanità, da ambizioni inutili, da protagonismi dannosi per voi e per le anime. Ricordate che soprattutto i giovani, oggi, sono esigenti nei confronti del Sacerdote. Lo vogliono vedere accanto a loro ma migliore in tutto, dall'esterno all'interno: vogliono cogliere – e restano feriti quando vedono il contrario – la nobiltà dei sentimenti, la trasparenza del cuore, la disponibilità fino al sacrificio, la capacità di ascolto, la pazienza, la delicatezza del gesto, la compostezza della persona. Ma, soprattutto, vogliono vedere nel Sacerdote l'uomo di Dio, colui che sa insegnare a loro la via del cielo.


2. Le litanie dei Santi


Sopra le vostre persone prostrate invocheremo i Santi. E' un altro gesto della Liturgia che ha un grande e commovente valore. Ciò che sta per accadere in voi è talmente grande che la Chiesa sente di dover invocare tutto il Cielo. E' come se l'orizzonte terreno venisse meno e si spalancassero le porte del Paradiso: con la certezza della fede saremo trasportati in alto come da un vortice di luce, come in cima al mondo. Ciò che accade, infatti, - il dono del sacerdozio – è per il mondo intero, e l'Eucaristia che celebrerete ogni giorno è la ripresentazione del sacrificio del Calvario.


Dall'alto di quel monte scende il sangue e l'acqua della vita eterna sull' umanità sino alla fine del mondo. Ogni gesto vostro, ogni parola, ogni atto di vicinanza e di dedizione, deve derivare da Cristo, portare a Cristo e ritornare a Cristo. Altrimenti tutto si perde. I Santi che invocheremo non solo pregheranno per voi oggi e sempre, ma vi richiameranno ogni giorno alla santità. Lo Spirito Santo è il principale artefice della santità: Egli vi attende non fuori, ma dentro al vostro imminente ministero. Come scriveva il Beato Edoardo Poppe, "dobbiamo santificare noi stessi mediante l'apostolato. Dobbiamo aver cura che il nostro apostolato derivi e sbocci dalla nostra vita interiore" (Vita sacerdotale). Non sminuite mai, cari amici, la grandezza del vostro Sacerdozio: la dignità che ne deriva vi farà sentire più umili e servitori di tutti, a cominciare dai più deboli e bisognosi.


3. Il Vangelo del buon Pastore


Il Vangelo che abbiamo ascoltato resterà scolpito per sempre nelle vostre anime. Sia come il tonus firmus del Sacerdozio che oggi vi viene donato dalla Chiesa per le mani del Vescovo. Il buon Pastore conosce le sue pecorelle per nome – e questo può non essere troppo difficile neppure oggi – ma soprattutto ha coraggio, non fugge davanti ai lupi, al pericolo. I lupi si possono insinuare dentro di noi, innanzitutto: per questo dobbiamo custodire noi stessi, il nostro mondo interiore, perché non venga dilapidato e devastato senza che ce ne accorgiamo. Ecco la cura prioritaria della vita spirituale e, in particolare, della vostra intimità con il Signore: non basta la preghiera liturgica se non si arriva a nutrire il rapporto personale e continuo con Cristo. L'amore ha bisogno di silenzio, di intimità, di solitudine, di tempo. E' questo rapporto con Lui che riempie il cuore, nient'altro.
Ma il buon Pastore è chiamato ad affrontare anche i lupi che vengono da fuori e insidiano il gregge, lo vogliono dilaniare e disperdere. E questa sfida richiede un altro tipo di coraggio, quello che sa superare il rispetto umano che indurrebbe a lasciar correre, a tacere, a far finta di niente perché "oggi si pensa e si fa così", e quindi parrebbe controproducente indicare, richiamare, correggere con umiltà e fermezza. Il Santo Padre Benedetto XVI ci offre un esempio luminoso e provvidenziale di come il Pastore non fugge di fronte alle difficoltà, di come parla perché la fede del popolo non sia disgregata dal dubbio e dalla confusione, perché la fede e l'agire morale siano confermati nella verità. E questo compito richiede non di rado la vita.
Ma il Vangelo fa emergere anche un'altra dimensione: l'ansia missionaria. Il Pastore non si dà pace pensando che ci sono altre pecore che non conoscono i pascoli alti della vita eterna, il segreto della vera gioia. E' un'ansia buona, serena, perché d'amore e di fiducia, ma che ugualmente sollecita e sospinge a guardarsi attorno, a non perdere occasione per dire all'uomo d'oggi che Gesù è la nostra Speranza.
Non possiamo dimenticare, infine, che voi appartenete alla Famiglia dei Servi del Cuore Immacolato di Maria. Quale intonazione aggiunge al vostro Sacerdozio? Direi il messaggio di Fatima: esso si riassume nella preghiera, la penitenza per la conversione dei peccatori, l'obbedienza d'amore al Santo Padre. E' qualcosa che la Madonna ha ricordato a tutti, ma in modo particolare ricorda a noi Ministri di Dio, sapendo che la nostra devozione filiale alla Santa Vergine dona al Sacerdozio una fecondità e una luce del tutto unici. Non temete cari Amici: Lei, Regina degli Apostoli e Madre dei Sacerdoti, vi accompagnerà come solo una madre sa fare. E sarete Sacerdoti sereni e santi.

Angelo Card. Bagnasco

Omelia tratta dal sito dell'Arcidiocesi di Genova: http://www.diocesi.genova.it

Sezione dedicata alla nostra amica Patrizia:

Il Dolore solo se è accettato e offerto diviene gioia, altrimenti può diventare disperazione. Il maligno tenta sempre di farci imboccare questa strada, che porta alla distruzione di sè e degli altri.
La domanda, il grido ci salva, perchè, come un bambino quando invoca la mamma è aiutato da lei, a maggior ragione o tanto più la nostra Mamma Celeste viene in nostro soccorso, portandoci lo Spirito Consolatore che ci fa ritornare la speranza.

Questo dolore non è capito dagli uomini, difficilmente ci possono aiutare, di solito LO aumentano!

Solo TU Signore ci comprendi totalmente, perchè siamo opera Tua. Fa' o Signore che possiamo amare anche chi non comprendiamo o non ci comprende, grazie. (Patrizia)

Gesù Cristo

Gesù Cristo
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

Riflettiamo

Impariamo a soffermarci sulle parole e meditiamone il loro significato

L'importanza della preghiera

Chi prega, certamente si salva; chi non prega certamente si danna. Tutti i beati, eccettuati i bambini, si sono salvati col pregare. Tutti i dannati si sono perduti per non pregare; se pregavano non si sarebbero perduti. E questa è, e sarà la loro maggiore disperazione nell’inferno, l’aversi potuto salvare con tanta facilità, quant’era il domandare a Dio le di lui grazie, ed ora non essere i miseri più a tempo di domandarle

(Sant'Alfonso Maria De' Liguori)

Accrescere la cultura

«Io voglio vivere per Gesù e per la Chiesa. La scienza che serve a farmi vivere sempre più per il Signore e per la Chiesa è la cultura della mia vita e tutta la mia vita di cultura». Ogni giorno, ogni ora, ogni istante io sento il bisogno di accrescere le mie conoscenze. E la Chiesa è una fonte inesauribile di vita e di cultura per me!».

(San Pio da Pietrelcina)

Il dono della Sapienza

Nella Sapienza c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senz’affanni. 
Onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi. 
È un’emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra. 
È un riflesso della Luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà.

Le preghiere dei Santi:

Le preghiere dei Santi:
Noi ci affidiamo a te. Non abbandonarci alla tristezza perché tu, Signore, sei con noi sempre. Tu non ci lascerai un istante. Se non avessi steso la mano, quante volte la nostra fede avrebbe vacillato! Tu, Signore, sei sempre intento ad accogliere le nostre confidenze. Aiutaci a non abbatterci nelle sofferenze fisiche e morali. Non permettere di affliggerci fino a perdere la pace interiore. Fa’ che camminiamo con buona fede, senza inquietudini e sconforti. Noi ci affidiamo a te: prendici la mano e guidaci pur per incogniti sentieri. Insegnaci ad affrontare la prova a mente serena, per amore tuo che la permetti. Donaci di acquistare tesori per la santa eternità. (San Pio da Pietrelcina)

Dio, nostro Padre, tu hai tanto amato gli uomini da mandare a noi il tuo unico Figlio Gesù, nato dalla Vergine Maria, per salvarci e ricondurci a te. Ti preghiamo, Padre buono, dona la tua benedizione anche a noi, ai nostri genitori, alle nostre famiglie e ai nostri amici. Apri il nostro cuore, affinché sappiamo ricevere Gesù nella gioia, fare sempre ciò che egli ci chiede e vederlo in tutti quelli che hanno bisogno del nostro amore. Te lo chiediamo nel nome di Gesù, tuo amato Figlio, che viene per dare al mondo la pace. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.(Venerabile Giovanni Paolo II)

Padre santo e giusto, Signore Re del cielo e della terra, ti rendiamo grazie per il fatto stesso che tu esisti, ed anche perché con un gesto della tua volontà, per l'unico tuo Figlio e nello Spirito Santo, hai creato tutte le cose visibili ed invisibili e noi, fatti a tua immagine e somiglianza, avevi destinato a vivere felici in un paradiso dal quale unicamente per colpa nostra siano stati allontanati. (San Francesco di Assisi)

Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile. E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te. (Sant'Agostino))

“O Dio di grande Misericordia, bontà infinita, ecco che oggi tutta l’umanità grida dall’abisso della sua miseria alla Tua Misericordia, alla Tua compassione, o Dio, e grida con la voce potente della propria miseria. O Dio benigno, non respingere la preghiera degli esuli di questa terra. O Signore, bontà inconcepibile, che conosci perfettamente la nostra miseria e sai che non siamo in grado di innalzarci fino a Te con le nostre forze, Ti supplichiamo, previenici con la Tua grazia e moltiplica incessantemente su di noi la Tua Misericordia, in modo che possiamo adempiere fedelmente la Tua santa volontà durante tutta la vita e nell’ora della morte. L’onnipotenza della Tua Misericordia ci difenda dagli assalti dei nemici della nostra salvezza, in modo che possiamo attendere con fiducia, come figli Tuoi, la Tua ultima venuta...” (Santa Faustina Kowalska))

Affinché coloro che mi guardano non vedano la mia persona, ma Te in me. Rimani con me. Così risplenderò del Tuo splendore e potrò essere luce per gli altri. La mia luce verrà da Te solo, Gesù, non sarà mio nemmeno un piccolo raggio. Sei Tu che illuminerai gli altri attraverso di me. Ispirami la lode che Ti è più gradita, illuminando gli altri attorno a me. Che io Ti annunci non con le parole ma con l'esempio, con la testimonianza dei miei atti, con lo scatto visibile dell'amore che il mio cuore riceve da Te. Amen. (Madre Teresa di Calcutta))

Signore Gesù, tu hai dato la vita per me: io voglio donare la mia a te. Signore Gesù, tu hai detto: «Amore più grande non c'è che dare la vita per gli amici». Il mio supremo amore sei tu. È sera. Il giorno ormai declina. Resta con me Signore. Voglio seguirti portando la mia croce. Signore, vieni in mio aiuto e guidami nel cammino. La tua voce, Signore, ha un'eco profonda nel mio cuore. Gesù, mio Signore e mio Dio, voglio diventare in tutto simile a te, voglio soffrire e morire con te, per raggiungere con te la gioia della risurrezione. Tu, quel gran Dio che l'universo adora, vivi in me giorno e notte. E sempre la tua voce mi implora e mi ripete: «Ho sete, ho sete di amore»! Anch'io voglio ripetere la tua divina preghiera: ho sete d'amore. Io ho sete d'amore! Sazia la mia speranza, accresci in me, o Signore, il tuo ardore divino. Ho sete d'amore! Quale sofferenza, mio Dio, e come grande! Come vorrei volare da te! Il tuo amore, o Gesù, è il mio solo martirio; perché più brucia d'amore, più desidera amarti l'anima mia. Gesù, fa' che io muoia d'amore per te! (Santa Teresa di Gesù Bambino)