Riflettiamo Insieme

nella vigna ...

Vivere l'Avvento oggi



Questa sera ci troviamo a riflettere sul tempo di Avvento in cui ci troviamo, grazie alla profonda riflessione della nostra Enza:

Siamo arrivati ormai in tempo di Avvento e dobbiamo in questo periodo metterci al posto giusto per vivere bene questo tempo di grazia, perché tutto quello che dona Dio è sempre grazia.
Vorrei soffermarmi su tre momenti:

Il primo riguarda il futuro
Il secondo guarda al passato
Il terzo guarda al presente

1° MOMENTO. IL FUTURO

Perché l’Avvento ha a che fare con queste tre realtà. E’ chiaro che Avvento vuol dire: “venuta” e perché una “venuta” sia significativa suppone che ci sia l’attesa. Il futuro è da pensare ad un momento nel quale ci sarà la manifestazione piena del mistero, che darà compimento a tutta una storia che noi stiamo vivendo.
Ai giorni nostri si è smarrito il significato dell’attesa, la cultura attuale è una cultura della velocità, dove si vive spesso l’apparenza, l’effimero e non si scopre il senso ultimo dello scorrere della vita e per dove siamo diretti. L’Avvento è invece un tempo che vuole educarci alle relazioni profonde, a pensare ad una meta, a guardare al futuro, a non rimanere schiacciati sul momento che passa……….
Ma cos’è che ci attende? Qual è la meta che abbiamo davanti? Per capire meglio dobbiamo andare allora al Vangelo di Marco 13, 1-37. (essendo troppo lungo per questo spazio, invito a leggerlo con la propria Bibbia)
Queste sono sempre pagine misteriose che parlano degli ultimi tempi e le troviamo pure sia nell’AT che nei Vangeli. C’è poi l’ultimo libro dell’Apocalisse che parla degli ultimi tempi dall’inizio alla fine. Sono parte di un genere letterario chiamato “Escatologico” che è ricco di immagini, di suggestioni e che non vanno letti come fatti di cronaca di quello che dovrà accadere. Certamente c’è un messaggio chiaro: la conclusione di una tappa e l’inizio di una nuova. I dolori e la grande tribolazione sono seguiti dalla manifestazione gloriosa del Figlio dell’uomo. E’ importante dire che tutto ciò che c’è scritto in queste pagine, non deve far pensare che sia riferito a noi prima di tutto, perché questi fatti di cui parla il Vangelo sopra indicato, avvengono prima di tutto nella imminente morte di Gesù dove la violenza si accanisce ed esplode. Perché se è vero che il conflitto tra il bene e il male è sempre, purtroppo attuale, pensiamo allora al mistero dello scontro tra il bene e il male, al sommo grado, che avviene quando Gesù è travolto dalla morte. Perciò i fatti narrati avvengono nell’uccisione di Gesù, però trovano la loro soluzione positiva nell’intervento del Padre che fa risorgere il Figlio.
I prodigi cosmici, soprattutto nell’AT sono segni che descrivono i potenti interventi di Dio nella storia. In breve, nella potenza del male che esplode, Dio sta per rivelare la nuova creazione: “I nuovi cieli e la nuova terra”.
Paolo nel cap. 8 dei Romani, mostra l’immagine più bella, quella del parto. Questi mali sono un travaglio che fanno nascere un mondo nuovo. Allora dobbiamo fidarci di Dio, perché Lui non abbandona mai. Gesù agli Apostoli l’ha detto chiaramente: quando vi porteranno via per consegnarvi ai tribunali, non preoccupatevi prima per quello che direte, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato, perché non siete voi a parlare ma è lo Spirito Santo. Stiamo certi che nella tribolazione Lui c’è e in qualche modo è già manifesta la sua potenza e la sua gloria nella fiducia dei suoi eletti.
Nel versetto 23 del cap. 13 di Marco, Gesù dice: “Fate attenzione, vi ho predetto tutto”. Vediamo allora che il Signore ha in mano il passato, il presente e il futuro e la tribolazione annuncia il nuovo che sta per arrivare. Questa è una tappa di mezzo ma poi il bene trionfa e la luce risplende con il Figlio dell’Uomo che manifesta sulle nubi la sua potenza e la sua gloria.
Quindi, guardare al futuro è avere questa meta davanti: il Signore manifesterà la sua gloria e noi lo vedremo, perché Egli radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. (13, 27)

2° MOMENTO. UN PASSATO MEMORABILE.

Certamente la tribolazione e i dolori ci fanno trepidare, però fare memoria di un passato memorabile che è quello della venuta del Figlio dell’Uomo fra di noi a Betlemme, ci porta a dire che non dobbiamo avere paura, è Lui che ci aiuta a combattere la paura del futuro. Per capire bene ciò che dico dobbiamo leggere (Gv 1, 1-18)
1-In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2-Egli era in principio presso Dio:
3-tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
4-In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5-la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno accolta.
6-Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
7-Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8-Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.
9-Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10-Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
11-Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l'hanno accolto.
12-A quanti però l'hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13-i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14-E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15-Giovanni gli rende testimonianza
e grida: «Ecco l'uomo di cui io dissi:
Colui che viene dopo di me
mi è passato avanti,
perché era prima di me».
16-Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
17-Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18-Dio nessuno l'ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato.

L’attesa di un futuro è sostenuto da un’attesa memorabile che è Dio che si è fatto uno di noi. Lo leggiamo nel versetto 14: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.
La parola Verbo in latino vuol dire “Parola”, e la parola esprime quello che uno sente, quello che uno è, quello che non si vede in una persona. Infatti noi conosciamo sempre attraverso le parole e anche con Dio è così. Tramite la Bibbia noi veniamo a conoscenza del pensiero di Dio, di ciò che Lui desidera da noi, di come vuole amarci.
Allora vediamo che il Verbo il quale ha creato il mondo rivela il mistero di Dio, quel Dio che noi non possiamo vedere, quel Dio imperscrutabile ma che con Gesù si fa presente.

E IL VERBO SI FECE CARNE. La carne nella Bibbia è qualcosa di fragile, di debole, di limitato, di povero e sembra dire l’esatto opposto della Parola che invece racconta il mistero, l’onnipotenza e l’eternità di Dio. Il mistero di Dio per noi irraggiungibile si è fatto carne, è diventato uno come noi: povero, mortale e ha vissuto anche Lui la sua avventura di bambino, di adolescente, di adulto. Ha conosciuto la sofferenza; ha avuto la famiglia, gli amici. Insomma una vita normale fatta di avvenimenti usuali ma con una particolarità. In tutti i suoi gesti, in tutte le sue parole, in tutti i suoi sentimenti, il Verbo fatto uomo ci ha rivelato l’amore eterno e onnipotente del Padre. Il contemplare la sua gloria sta proprio nel fatto di vedere l’invisibile Dio che si è fatto visibile. Però il vedere non è una questione solo di occhi ma è capire che la Parola rivela l’amore eterno del Padre. Vedere significa in qualche modo, essere capaci anche noi di amare come ama Dio che con lo Spirito Santo, anche noi siamo in grado di fare le stesse cose che fa Dio, cioè amare come Lui.
Infatti “la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (versetto 17) significa che solo con la grazia siamo giustificati davanti a Dio. La legge di Dio ci dà l’indicazione della sua volontà e di quale deve essere il comportamento dell’uomo perché sia giusto, degno di Dio e della sua nobiltà, ma c’è distanza tra quello che sappiamo di dovere fare e quello che siamo in realtà. Solo il dono della Verità e della grazia da parte di Gesù ci porta a comprendere che la radice della nostra vita è l’amore di Dio e che ciascuno può riconoscerlo e accettarlo come amico e benevolo nei suoi confronti. E questo ci giustifica davanti a Lui.

3° MOMENTO. UN PRESENTE DA SCOPRIRE E DA VIVERE.

Noi viviamo “l’Avvento di mezzo” (san Bernardo). Gesù non è lontano da noi e infatti dice: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Non manifesta la sua gloria ma opera nei fatti della vita umana, sia personale che sociale. Il male c’è, e i nemici di Dio sono i nemici anche degli uomini.
Ma Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti e in Lui riceveranno la vita. (1Cor 15, 20-28).

Cosa vuol dire “Vegliare nel tempo presente?”. Vuol dire saper cogliere la presenza di Dio nella nostra vita e nei fatti della vita di ogni giorno. Possiamo dire allora che il primo libro della Parola di Dio è la vita.
Non è sempre così facile accogliere Dio e dobbiamo essere sempre curati dalla nostra cecità. Ecco allora che Dio ci viene incontro con la Parola scritta, ma noi non dobbiamo fermarci al libro, dobbiamo invece saper cogliere anche attraverso la Parola scritta l’opera di Dio nella vita.
Il movimento è: la vita letta con la Parola di Dio scritta per tornare alla vita illuminata.
E’ chiaro anche che il vegliare suppone una capacità di corrispondere all’amore di Dio. Quando una persona ama riesce a cogliere molte cose dell’innamorato che un’altra persona non vede. Ecco allora che solo chi tiene col Signore un legame di intimità sa cogliere meglio la sua presenza e sa accorgersi di Lui. allora non ci meraviglieremo vedere che l’opera di Dio e la presenza di Gesù si trova dappertutto, nascosta anche in mezzo alle situazioni più strane. Dove ci sono fatti che sono segnati dai tratti di amore, di bontà, di rispetto, di giustizia, lì c’è presente il signore.
Il Signore è presente nella storia, è presente nel cuore dell’uomo ed è presente nel momento in cui l’uomo lo accetta, quando gli dice di SI manifestando così la vita, a operare per l’amore e non per il male. Dio è sempre all’opera ma opera attraverso di noi, quindi è facile capire che dal momento che lo amiamo e lo accogliamo diveniamo servitori per il bene dei fratelli pur con tutte le difficoltà, le cadute……
Perciò dove c’è il bene lì c’è Dio, dove c’è il male viene da se pensare che Dio è con chi soffre. Noi siamo chiamati a costruire il regno dell’amore, naturalmente non riusciremo mai per le nostre debolezze ma siamo chiamati nel concreto.
Se noi viviamo in un ambiente inquinato che minaccia la salute e la vita, certamente questa non è opera di Dio ma è opera dell’uomo. E siccome abbiamo Dio dentro noi, dobbiamo sempre lavorare per avere intorno a noi l’amore, per donare amore anche se spesso siamo perseguitati per questo. Nulla può fermare l’uomo innamorato di Dio: lo ascolta, gli parla, lo segue, lo adora.

BUON AVVENTO A TUTTI

Una fiaba metafisica per raccontare l'ineluttabile - III

Questa sera pubblichiamo la terza parte della bellissima fiaba tratta dal libro di Eric-Emmanuel Schmitt "Oscar e la dama in rosa", segnalataci dalla nostra Enza:

Caro Dio,
oggi ho vissuto la mia adolescenza e non è andato tutto liscio. Che roba! Ho avuto un sacco di noie con i miei amici, con i miei genitori e tutto a causa delle ragazze. Stasera non sono scontento di avere vent’anni perché mi dico che, uffa, il peggio è alle spalle. La pubertà, grazie tante! Una volta sola può bastare!
In primo luogo, Dio, ti faccio notare che non sei venuto. Oggi ho dormito pochissimo, visti i problemi di pubertà che ho avuto. Dunque mi sarei accorto se ti fossi presentato. E poi, te lo ripeto: se sonnecchio, scuotimi.
Al risveglio Nonna Rosa c’era già. Durante la colazione mi ha raccontato i suoi combattimenti contro Tetta Reale, una lottatrice belga, che ingurgitava tre chili di carne cruda al giorno, annaffiata da ettolitri di birra; sembra che l’arma più potente di Tetta Reale fosse l’alito, a causa della fermentazione carne-birra, e che solo quello mandasse a mandare al tappeto le sue avversarie. Per sconfiggerla, Nonna Rosa aveva dovuto improvvisare una nuova tattica: mettere un passamontagna, impregnarlo di lavanda e farsi chiamare la Giustiziera di Carprentas. Il catch, dice sempre, richiede anche dei muscoli nel cervello.
“Chi ti piace di più Oscar?”
“Qui? All’ospedale?”
“Si.”
“Bacon, Einstein, Pop Corn.”
“e fra le ragazze?”
La domanda mi ha bloccato. Non avevo voglia di rispondere. Ma Nonna Rosa aspettava e, davanti a una lottatrice a livello internazionale, non si può tergiversare più di tanto.
“Peggy Blue.”
Peggy Blu è la bambina blu. Sta nella penultima stanza in fondo al corridoio. Sorride gentilmente ma non parla quasi mai. Si direbbe una fata che riposa un po’ all’ospedale. Ha una malattia complicata, la sindrome del bambino blu, un problema di sangue che dovrebbe andare ai polmoni e che non ci va, rendendo tutta la pelle azzurrognola. E’ in attesa di un’operazione che la renderà rosa. Io trovo che sia un peccato. La trovo bellissima in blu, Peggy Blue. C’è un sacco di luce e di silenzio intorno a lei, si ha l’impressione di entrare in una cappella quando ci si avvicina.
“Glielo hai detto?
“Non mi pianterò davanti a lei per dirle “Peggy Blue, mi piaci tanto”.
“Si. Perché non lo fai?”
“Non so nemmeno se sa che esisto.”
“Ragione di più.”
“Ha visto la testa che ho? Dovrebbe apprezzare gli extraterrestri, e di questo non sono sicuro.”
“Io ti trovo molto bello, Oscar.”
Allora Nonna Rosa ha frenato un po’ la conversazione
E’ piacevole sentire questo genere di cose, fa drizzare i peli, ma non si sa più cosa rispondere esattamente.
“Non voglio sedurre solo con il mio corpo, Nonna Rosa,”
“che cosa provi per lei?”
“Ho voglia di proteggerla dai fantasmi.”
“cosa? Ci sono dei fantasmi, qui?”
“ si tutte le notti. Ci svegliano e non si sa perché. Si ha male perché pizzicano. Si ha paura perché non si vedono. Si fa fatica a riaddormentarsi.”
“Ne percepisci spesso, tu, di fantasmi?”
“No. Io ho un sonno profondo. Ma Peggy Blue la sento spesso gridare la notte. Mi piacerebbe molto proteggerla.”
“Vaglielo a dire.”
“A ogni modo, non potrei farlo veramente perché, la notte, non si ha il permesso di lasciare la propria stanza. E’ il regolamento.”
“I fantasmi conoscono il regolamento? No. Sicuramente no. Sii furbo: se ti sentono annunciare a Peggy Blue che monterai di guardia per proteggerla da loro, non oseranno venire stasera.”
“Ma….ma…..”
“Quanti anni hai, Oscar?”
“Non lo so. Che ore sono?”
“Le dieci. Vai per i quindici anni. Non credi che sia ora di avere il coraggio dei tuoi sentimenti?”
Alle dieci e mezzo mi sono deciso e sono andato fino alla porta della sua stanza, che era aperta.
“Ciao Peggy, sono Oscar.”
Era sdraiata sul suo letto, sembrava Biancaneve quando aspetta il principe, quando quei coglioni di nani credono che sia morta, Biancaneve come le foto di neve in cui la neve è azzurra e non bianca.
Si è girata verso di me e allora mi sono chiesto se mi avrebbe scambiato per il principe o per uno dei nani. Io avrei detto “nano” a causa della mia testa d’uovo, ma lei non ha aperto bocca ed è questo il bello di Peggy Blue, che non dice mai niente e che tutto rimane misterioso.
Sono venuto ad annunciarti che stasera e tutte le sere a venire, se vuoi, monterò di guardia davanti alla tuia stanza per proteggerti dai fantasmi.”
Mi ha guardato, ha battuto le ciglia e ho avuto l’impressione che il film andasse al rallentatore, che l’aria diventasse più rarefatta, il silenzio più silenzioso, che camminassi come nell’acqua e che tutto cambiasse avvicinandomi al suo letto, illuminato da una luce che scendeva da chissà dove.
“Ehi, vacci piano, Testa d’uovo: sarò io a montar di guardia a Peggy!”
Pop Corn stava nel vano della porta, o piuttosto riempiva il vano della porta. Ho tremato. Certo che, se avesse fatto lui la guardia, nessun fantasma sarebbe più riuscito a passare. Pop Corn ha strizzato l’occhio a Peggy.
“Ehi, Peggy? Tu e io siamo amici no?”
Peggy ha guardato il soffitto. Pop Corn ha ritenuto fosse una conferma e mi ha trascinato fuori.
“Se vuoi una ragazza, prendi Sandrine, Peggy è zona proibita.”
“Con quale diritto?”
“Con il diritto che ero qui prima di te. se non sei contento, possiamo batterci.”
“In realtà sono supercontento.”
Ero un po’ stanco e sono andato a sedermi nella sala dei giochi, dove, per l’appunto, c’era Sandrine. E’ leucemica come me, ma la sua cura sembra riuscire. La chiamano la Cinese, perché porta una parrucca nera, lucida, dai capelli diritti, con una frangia, che la fa somigliare ad una cinese. Mi guarda e fa scoppiare una bolla di gomma americana.
“Puoi baciarmi, se vuoi.”
“Perché? La gomma non ti basta?”
“Non sei nemmeno capace, scemo. Sono sicura che non l’hai mai fatto.”
“Questa poi, mi fai proprio ridere a quindici anni l’ho gia fatto parecchie volte, posso assicurartelo.”
“Hai quindici anni?” mi fa lei sorpresa.
Controllo il mio orologio.
“Si. Quindici anni passati.”
“Ho sempre sognato di essere baciata da un grande di quindici anni.”

“Certo, è allettante”
E allora mi fa una smorfia impossibile con le labbra che spinge in avanti, simile ad una ventosa che si schiacci su un vetro e capisco che aspetta un bacio.
Voltandomi, vedo tutti i compagni che mi osservano. Non ho modo di tirarmi indietro. Devo essere un uomo, è il momento.
Mi avvicino e la bacio. Mi afferra con le braccia, non riesco più a staccarmi, sento il bagnato e, tutt’a un tratto, senza avvertimenti, mi infila la sua gomma. Per la sorpresa, l’ho mandata giù. Ero furioso.
E’ in quel momento che una mano mi ha battuto sulla schiena. Le disgrazie non arrivano mai sole: i miei genitori. Era domenica e lo avevo scordato!
“Ci presenti la tua amica, Oscar?”
“Non è mia amica.”
“Ce la presenti lo stesso ?”
“Sandrine. I miei genitori. Sandrine.”
“Sono lietissima di conoscervi” dice la Cinese assumento un’aria sdolcinata.
L’avrei strozzata.
“Vuoi che Sandrine venga con noi nella tua stanza?”
“No. Sandrine resta qui.”
Tornato a letto, mi sono reso conto che ero stanco e ho dormito un po’. A ogni modo, non volevo parlare con loro.
Quando mi sono svegliato, ho visto che naturalmente mi avevano portato dei regali. Da quando sono ricoverato in permanenza all’ospedale, i miei genitori hanno qualche difficoltà con la conversazione; allora mi portano dei regali e trascorrono dei pomeriggi schifosi a leggere le regole del gioco e le istruzioni per l’uso. Mio padre si accanisce nello studio dei fogli illustrativi: anche quando sono in turco o giapponese, non si scoraggia. E’ campione del mondo del pomeriggio domenicale sciupato.
Oggi mi ha portato un lettore di compact. Non l’ho potuto criticare anche se ne avevo voglia.
“Non siete venuti ieri?”
“Ieri? Perché mai? Possiamo solo la domenica. Che cosa te lo fa pensare?”
“Qualcuno ha visto la vostra auto nel parcheggio.”
“Non c’è solo una Jeep rossa al mondo. Le macchine sono intercambiabili.”
“Si. Non sono come i genitori. Peccato.”
Sono rimasti impietriti. Allora ho preso il lettore e ho ascoltato per due volte Lo schiaccianoci, senza fermarmi, davanti a loro. Due ore senza che potessero dire una parola. Sistemati.
“Ti piace?”
“Si. Ho sonno.”
Hanno capito che dovevano andarsene. Erano a disagio in modo evidente. Non riuscivano a decidersi sentivo che volevano dirmi delle cose e che non ce la facevano. Era bello vederli soffrire a loro volta.
Poi mia madre si è precipitata contro di me, mi ha stretto molto forte, e ha detto con voce scossa: “Ti voglio bene, mio piccolo Oscar, ti voglio tanto bene.”
Avrei voluto resistere, ma all’ultimo momento l’ho lasciata fare, mi ricordava il tempo passato, il tempo delle coccole pure e semplici, il tempo in cui non aveva il tono angosciato per dirmi che mi voleva bene.
Dopo credo di essermi addormentato un po’.
Nonna Rosa è la campionessa del risveglio. Arriva sempre al traguardo, nel momento in cui apro gli occhi. E in quel momento ha sempre un sorriso.
“Allora i tuoi genitori?”
“Nulli come al solito. Beh, mi hanno regalato lo schiaccianoci.”
“Lo schiaccianoci? Questa è bella. Avevo un’amica che si chiamava così. Una campionessa formidabile. Spezzava il collo delle sue avversarie fra le cosce. E Peggy Blue, sei andato a trovarla?”
“Non me ne parli. E’ fidanzata con Pop Corn.”
“Te lo ha detto lei?”
“No, è stato lui.”
“Un bluff!”
“Non credo. Sono sicuro che le piace più di me. E’ più forte, più rassicurante.”
“Un bluff, ti dico! Io che sembravo un topo sul ring, ne ho battute tante di lottatrici che somigliavano a balene o a ippopotami. Per esempio, Plum Pudding, l’irlandese, centocinquanta chili a digiuno in slip prima della sua Guinness, avambraccia come cosce, bicipiti come prosciutti, gambe come colonne. Niente vita, impossibili le prese. Imbattibile!”
“Come ha fatto?”
“Quando non è possibile la presa, vuol dire che una è rotonda e che rotola. L’ho fatta correre per stancarla, e poi l’ho atterrata, Plum Pudding. Ci è voluto un argano per rialzarla. Tu, Oscar, hai l’ossatura leggera e poca ciccia, questo è certo, ma la seduzione non dipende solo dall’osso o dalla carne, dipende anche dalla qualità del cuore. e di qualità del cuore tu ne hai in abbondanza.”
“Io?”
“Va’ a trovare Peggy Blur e dille quello che hai sullo stomaco.”
“Sono un po’ stanco.”
“Stanco? Che età hai a quest’ora? Diciott’anni? A diciott’anni non si è mai stanchi.”
Nonna Rosa ha un modo di parlare che da energia.
La notte era scesa, i rumori risuonavano più forti nella penombra, il linoleum del corridoio rifletteva la luna.
Sono entrato da Peggy e le ho allungato il mio lettore di compact.
“Tieni. Ascolta il valzer dei fiocchi di neve. E’ talmente bello che mi fa pensare a te.”
Peggy ha ascoltato il valzer dei fiocchi di neve. Sorrideva come se il valzer fosse un suo vecchio amico che le raccontava cose buffe all’orecchio.
Mi ha restituito l’apparecchio e mi ha detto: “E’ bello”.
Era la sua prima parola. E’ carina, no, come prima parola?
“Peggy Blue, volevo dirti: non voglio che ti faccia operare. Sei bella così. Sei bella in blu.”
Ho visto bene che le mie parole le facevano piacere.
“Voglio che sia tu, Oscar a proteggermi dai fantasmi.”
“Conta su di me, Peggy.”
Ero fiero da matti, alla fine, ero stato io a vincere!
“Baciami.”
E’ veramente una cosa da ragazze il bacio, come se per loro fosse davvero un bisogno, ma Peggy, a differenza della Cinese, non è una viziosa, mi ha teso la guancia e darle un bacio è piaciuto anche a me, per davvero.
“Buonanotte, Peggy.”
“Buonanotte, Oscar.”
Ecco, Dio, questa è stata la mia giornata. Capisco che l’adolescenza venga definita l’età ingrata.
E’ dura. Ma alla fine, a vent’anni suonati, le cose si aggiustano. Allora ti rivolgo la mia richiesta del giorno: vorrei che Peggy e io ci sposassimo. Non sono certo che il matrimonio appartenga alle cose dello spirito, se è questo il tuo settore. Esaudisci questo genere di desiderio, il desiderio da agenzia matrimoniale? Se non è di tua competenza, dimmelo al più presto affinché possa rivolgermi alla persona giusta. Senza voler metterti fretta, ti segnalo che non ho molto tempo. Dunque: matrimonio di Oscar e Peggy Blue. Si o no. Vedi se ce la fai, la cosa mi andrebbe proprio.

A domani, baci,
Oscar

P.S. A proposito: qual è, insomma, il tuo indirizzo?

Preghiera a Santa Elisabetta d'Ungheria

Oggi la Chiesa Cattolica venera Santa Elisabetta d'Ungheria, patrona dell'Ordine Francescano Secolare. Vogliamo rivolgerci a lei in preghiera in questo giorno:



O Elisabetta,     
giovane e santa,  
sposa, madre e regina,
volontariamente povera di beni,
tu sei stata,
sulle orme di Francesco,
primizia dei chiamati
a vivere di Dio nel mondo
per arricchirlo di pace, di giustizia 
e di amore ai diseredati e agli esclusi.
La testimonianza della tua vita
rimane come luce per l’Europa
per seguire le vie del vero bene
di ogni uomo e di tutti gli uomini.
Ti preghiamo di impetrarci
dal Cristo Incarnato e Crocifisso,
al quale ti sei fedelmente conformata,

intelligenza, coraggio,operosità e credibilità,
da veri costruttori
del regno di Dio nel mondo.


Amen


Preghiera tratta dal sito http://www.parrocchiasantamariavetere.it

Una fiaba metafisica per raccontare l'ineluttabile - II

Questa sera pubblichiamo la seconda parte della bellissima fiaba tratta dal libro di Eric-Emmanuel Schmitt "Oscar e la dama in rosa", che abbiamo cominciato a leggere lo scorso venerdì:

UNA PRODIGIOSA FIABA METAFISICA PER RACCONTARE, CON PAROLE SEMPLICI, L’INELUTTABILE.


Caro Dio,
bravo! Sei fortissimo. Addirittura prima che abbia impostato la lettera, mi hai dato la risposta. Come fai?
Stamattina giocavo a scacchi con Einstein nella sala di ricreazione quando Pop Corn è venuto ad avvertirmi: “Ci sono i tuoi genitori”.
“I miei genitori? Non è possibile. Vengono solo la domenica.”
“Ho visto l’auto, la Jeep rossa con il tettuccio bianco.”
“Non è possibile.”
Ho alzato le spalle e ho continuato a giocare con Einstein. Ma siccome ero preoccupato, Einstein mi fregava tutti i miei pezzi e la cosa mi ha innervosito ancora di più. Se lo chiamiamo Einstein non è perché sia più intelligente degli altri, ma perché ha la testa molto più grossa. Sembra che dentro ci sia dell’acqua. Peccato, se ci fosse stato del cervello, avrebbe potuto fare grandi cose, Einstein.
Quando ho visto che stavo per perdere, ho smesso di giocare e ho seguito Pop Corn, la cui camera dà sul parcheggio. Aveva ragione: i miei genitori erano arrivati.
Devo dirti, Dio, che abitiamo lontano, i miei genitori e io. Non me ne rendevo conto quando ci abitavo, ma adesso che non ci abito più trovo che è veramente lontano. Perciò i miei genitori vengono a trovarmi una volta alla settimana, la domenica, perché la domenica non lavorano e io nemmeno.
“vedi che avevo ragione” ha detto Pop Corn.
“Cosa mi dai per averti avvertito?”
“Ho dei cioccolatini alle nocciole.”
“Non hai più delle fragole Tagada?”
“No.”
“O.K., vada per i cioccolatini.”
Ovviamente non si ha il diritto di dar da mangiare a Pop Corn, visto che si trova qui per dimagrire. Novantotto chili a nove anni, un metro e dieci di altezza per un metro e dieci di larghezza! Il solo indumento in cui entri completamente è una tuta sportiva americana, le cui righe sembrano avere il mal di mare. Francamente, siccome siamo convinti che non potrà mai smettere di essere grasso e ci fa pietà tanto la fame lo tormenta, gli diamo sempre i nostri avanzi. Un cioccolatino è minuscolo rispetto a una tale massa di lardo! Se abbiamo torto, allora anche le infermiere la smettano di infilargli delle supposte.
Sono ritornato nella mia stanza ad aspettare i miei genitori. All’inizio non ho visto passare i minuti perché ero senza fiato, poi mi sono reso conto che avevano avuto quindici volte il tempo di arrivare a me.
A un tratto, ho capito dov’erano. Mi sono infilato nel corridoio e, di nascosto, sono sceso dalle scale; poi ho camminato nella penombra fino allo studio del dottor Düsseldorf.
Bingo! Erano là. Le voci mi arrivavano da dietro la porta. Siccome ero sfinito per la discesa, mi sono fermato alcuni secondi per rimettermi il cuore a posto e allora tutto si è guastato. Ho sentito quello che non avrei dovuto sentire. Mi a madre singhiozzava, il dottor Düsseldorf ripeteva: “Abbiamo provato di tutto, credetemi, le abbiamo tentate tutte” e mio padre rispondeva con voce soffocata: “Ne sono sicuro, dottore, ne sono sicuro”. Sono rimasto con l’orecchio incollato alla porta di ferro. Non sapevo più che cosa fosse più freddo, se il metallo o io.
Poi il dottor Düsseldorf ha detto: “Volete abbracciarlo?”.
“Non ne avrò mai il coraggio” ha detto mia madre.
“Non deve vederci in questo stato” ha aggiunto mio padre.
Ed è stato allora che ho capito che i miei genitori erano due vigliacchi. Peggio: due vigliacchi che mi prendevano per un vigliacco!
Siccome dallo studio arrivava il rumore di sedie che si spostavano, ho intuito che stavano per uscire e ho aperto la prima porta che mi sono trovato davanti.
E’ così che mi sono ritrovato nel ripostiglio delle scope dove ho passato il resto della mattinata perché, forse non lo sai, Dio, ma i ripostigli delle scope si aprono dall’esterno, non dall’interno….. come se avessero paura che di notte le scope, i secchi e gli strofinacci tagliassero la corda!
A ogni modo, non mi dava fastidio trovarmi rinchiuso al buio, perché non avevo più voglia di vedere nessuno e perché le gambe e le braccia non mi rispondevano più tanto bene, dopo il colpo che avevo ricevuto sentendo quello che avevo sentito.
Verso mezzogiorno, ho udito un gran trambusto al piano di sopra. Ascoltavo i passi, le corse. Poi si sono messi a gridare il mio nome dappertutto: “Oscar! Oscar!”.
Mi faceva bene sentirmi chiamare e non rispondere. Avevo voglia di scocciare il mondo intero. Dopo, credo di aver dormito un po’, poi ho percepito il ciabattare della signore N’da, la donna delle pulizie. Ha aperto la porta e ci siamo fatti paura l’un l’altra e abbiamo urlato fortissimo: lei perché non si aspettava di trovarmi là dentro, io perché non mi ricordavo che fosse così nera. Né che gridasse così forte.
Dopo c’è stata una bella confusione. Sono venuti tutti: il dottor Düsseldorf, la capoinfermiera, le infermiere di servizio, le altre donne delle pulizie. Invece di sgridarmi, come avrei creduto, sembravano sentirsi tutti in colpa e ho capito che bisognava approfittare in fretta della situazione.
“Voglio vedere Nonna Rosa.”
“Ma dove ti eri cacciato, Oscar? Come ti senti?”
“Voglio vedere Nonna Rosa.”
“Come sei finito in quel ripostiglio? Hai sentito qualcuno? Hai sentito qualcosa?”
“Voglio vedere Nonna Rosa.”
“Bevi un bicchiere d’acqua.”
“No. Voglio vedere Nonna Rosa.”
“Prendi una boccata di…..”
“No. Voglio vedere Nonna Rosa.”
Un pezzo di granito. Una roccia, una lastra di cemento. Niente da fare. Non ascoltavo più nemmeno quello che mi dicevano. Volevo vedere Nonna Rosa.
Davanti ai suoi colleghi, il dottor Düsseldorf appariva piuttosto seccato di non aver alcuna autorità su di me. Ha finito col cedere.
“Chiamate quella signora!”
Allora ho acconsentito a riposarmi e ho dormito un po’ nella mia stanza.
Quando mi son svegliato, Nonna Rosa era lì. Sorrideva
“Bravo, Oscar, ce l’hai fatta. E’ stato un bello schiaffo per loro. Ma il risultato è che adesso mi invidiano.”
“Ce ne freghiamo.”
“Sono brave persone, Oscar. Bravissime.”
“Me ne sbatto.”
“Che cosa c’è che non va?”
“Il dottor Düsseldorf ha detto ai miei genitori che sarei morto e loro sono scappati. Li detesto.”
Le ho raccontato tutto nei particolari, come a te, Dio.
“Mmm” ha fatto Nonna Rosa “Mi ricorda il mio torneo a Béthune contro Sarah Youp La Boum, la lottatrice dal corpo unto d’olio, l’anguilla del ring, un’acrobata che si batteva quasi nuda e che ti sgusciava tra le mani quando cercavi di farle una presa. Combatteva solo a Béthune dove vinceva ogni anno la coppa di Béthune. Beh, io la volevo, la coppa di Béthune!”
“Che cos’ha fatto Nonna Rosa?”
“Dei miei amici le hanno gettato addosso della farina quando è salita sul ring. Olio più farina, era pronta da friggere. In tre croci e due movimenti, l’ho spedita al tappeto, Sarah Youp La Boum. Dopo di me, non la chiamavano più l’anguilla dei ring, ma il merluzzo impanato!”
Mi scuserà, Nonna Rosa, ma non riesco proprio a capire il paragone.”
“Ma è lampante! C’è sempre una soluzione, Oscar c’è sempre un sacco di farina da qualche parte. Dovresti scrivere a Dio. e’ più forte di me.”
“Anche per il catch?”
“Si, anche per il catch, Dio sa il fatto suo. Prova, Oscar. Che cos’è che ti fa più male?”
“Detesto i miei genitori.”
“Allora detestali moltissimo.”
“E’ lei a dirmelo, Nonna Rosa?”
“Si, detestali moltissimo. Quando ti sarai sfogato, ti accorgerai che non era il caso. Racconta tutto a Dio e, nella tua lettera, chiedigli di venirti a trovare.”
“Lui si sposta?”
“A modo suo. Non spesso. Addirittura di rado.”
“Perché? E’ malato anche lui?”
Allora ho capito dal sospiro di Nonna Rosa che non voleva confessarmi che anche tu, Dio,
sei messo male.
“I tuoi genitori non ti hanno mai parlato di Dio, Oscar?”
“Lasci perdere. I miei genitori sono dei cretini.”
“Certo. Ma non ti hanno mai parlato di Dio?”
“Si. Solo una volta. Per dire che non ci credevano. Loro credono giusto a Babbo Natale.”
“Sono proprio così cretini, Oscar?”
“Non se lo immagina! Il giorno in cui sono tornato da scuola dicendo che dovevano finirla di raccontare fesserie, che sapevo, come tutti i miei compagni, che Babbo Natale non esisteva, avevano l’aria di cadere dalle nuvole. Siccome ero piuttosto furioso di essere passato per un idiota nel cortile della ricreazione, mi hanno giurato che non avevano mai voluto ingannarmi e che avevano creduto sinceramente che Babbo Natale esistesse, e che erano molto delusi, ma davvero molto delusi nell’apprendere che non era vero!
Due autentici deficienti, le dico, Nonna Rosa!”
“Dunque non credon o in Dio?”
“No.”
“E la cosa non ti ha incuriosito?”
“Se mi interesso a quello che pensano i cretini, non avrò più tempo per quello che pensano le persone intelligenti.”
“Hai ragione. Ma il fatto che i tuoi genitori che, secondo te, sono dei cretini….”
“Si. Dei veri cretini, Nonna Rosa!”
“Dunque, se i tuoi genitori che si sbagliano non ci credono, perché non dovresti crederci tu e chiedergli una visita?”
“D’accordo. Ma non mi ha detto che è infermo?”
“No. Ha un modo molto speciale di far visita. Ti viene a trovare con il pensiero. Nel tuo spirito.”
Questo mi è piaciuto. L’ho trovato fortissimo.
Nonna Rosa ha aggiunto: “Vedrai: le sue visite fanno un gran bene”.
“O.K., gliene parlerò. Per il momento, le visite che mi fanno più bene sono le sue.”
Nonna Rosa ha sorriso e, quasi timidamente, si è chinata per darmi un bacio sulla guancia. Non osava andare fino in fondo. Chiedeva il permesso con lo sguardo.
“Su. Mi baci. Non lo dirò agli altri. Non voglio rovinarle la reputazione di ex lottatrice.”
Le sue labbra si sono posate sulla mia guancia e la cosa mi ha fatto piacere, ho sentito un calore, un solletico, un profumo di cipria e di sapone.
“Quando torna?”
“Ho il diritto di venire solo due volte alla settimana.”
“Non è possibile, Nonna Rosa! Non aspetterò tre giorni!”
“E’ il regolamento.”
“Il dottor Düsseldorf.”
“Il dottor Düsseldorf, in questo momento, se la fa addosso quando mi vede. Vada a chiedergli il permesso, Nonna Rosa, non scherzo.”
Mi ha guardato esitante.
“Non scherzo. Se non viene a trovarmi tutti i giorni, io non scrivo a Dio.”

“Proverò.”
Nonna Rosa è uscita e mi sono messo a piangere. Prima non mi ero reso conto di quanto avessi bisogno di aiuto. Non mi ero reso conto, prima, di quanto fossi veramente malato. All’idea di non vedere più Nonna Rosa, capivo tutto e mi scioglievo in lacrime che mi bruciavano le guance. Per fortuna ho avuto un po’ di tempo per riprendermi prima che rientrasse.
“E’ tutto sistemato: ho il permesso. Per dodici giorni posso venire a trovarti ogni giorno.”
“Me e me soltanto?”
“Te e te soltanto, Oscar. Dodici giorni.”
Allora non so che cosa mi ha preso, ho ricominciato a singhiozzare. Eppure so che i ragazzi non devono piangere, soprattutto io, con la mia testa d’uovo, che non somiglio né a un ragazzo né a una ragazza, ma piuttosto a un marziano. Niente da fare, non riuscivo a fermarmi.
“Dodici giorni? Va davvero così male, Nonna Rosa?”
Anche lei aveva voglia di piangere. Si tratteneva a fatica. L’ex lottatrice impediva alla ragazza di un tempo di lasciarsi andare. Era bello da vedere e mi ha distratto un po’.
“Che giorno è oggi, Oscar?”
“Diamine! Non vede il mio calendario? E’ il 20 dicembre.”
“Nel mio paese, Oscar, c’è una leggenda che sostiene che, durante gli ultimi dodici giorni dell’anno, si può indovinare che tempo farà nei dodici mesi dell’anno seguente. Basta osservare ogni giornata per avere, in miniatura, il quadro del mese. Il 20 dicembre rappresenta gennaio, il 21 dicembre febbraio, e così via, fino al 31 dicembre che prefigura il dicembre seguente.”
“E’ vero?”
“E’ una leggenda. La leggenda dei dodici giorni divinatori. Vorrei che ci giocassimo, tu e io. Soprattutto tu. A partire da oggi, osserverai ogni giorno come se ciascuno contasse per dieci anni.”
“Dieci anni?”
“Si. Un giorno: dieci anni.”
“Allora, fra dodici giorni, avrò centovent’anni!”
“Si, te ne rendi conto?”
Nonna Rosa mi ha baciato, ci prendo gusto, lo sento, e poi se n’è andata.
Allora ecco, Dio: stamattina sono nato e non me ne sono reso conto bene; è diventato più chiaro verso mezzogiorno, quando avevo cinque anni, ho guadagnato in coscienza ma non è stato per apprendere delle buone notizie; stasera ho dieci anni ed è l’età della ragione. Ne approfitto per chiederti una cosa: quando hai qualcosa da annunciarmi, come a mezzogiorno per i miei cinque anni, sii meno brutale. Grazie.

A domani, baci,
Oscar.

P. S. ho una cosa da chiederti. So che ho diritto a un solo desiderio, ma il mio desiderio di un attimo fa più che un desiderio era un consiglio.
Sarei d’accordo per una visitina. Una visita in spirito. Trovo la cosa fortissima. Mi piacerebbe molto che me ne facessi una. Sono disponibile dalle otto del mattino alle nove di sera. Il resto del tempo dormo. Talvolta schiaccio dei pisolini anche durante la giornata, a causa delle cure. Ma se mi trovi così, non esitare a svegliarmi. Sarebbe stupido mancare all’appuntamento per così poco, no?

Una fiaba metafisica per raccontare l'ineluttabile

Questa sera vogliamo riflettere grazie alla nostra Enza che ci ha segnalato (e trascritto di mano sua) una vera perla tratta dal libro di Eric-Emmanuel Schmitt "Oscar e la dama in rosa":

UNA PRODIGIOSA FIABA METAFISICA PER RACCONTARE, CON PAROLE SEMPLICI, L’INELUTTABILE.

Caro Dio,
mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo di aver persino arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo. Ti avverto subito: detesto scrivere. Bisogna davvero che ci sia obbligato. Perché scrivere è soltanto una bugia che abbellisce la realtà. La prova? Per esempio, prendi l’inizio della mia lettera: “Mi chiamo Oscar, ho dieci anni ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo di aver persino arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo”.

Avrei potuto esordire dicendo: “Mi chiamano Testa d’uovo, dimostro sette anni, vivo all’ospedale a causa del cancro e non ti ho mai rivolto la parola perché non credo nemmeno che tu esista”. Ma se ti scrivo una roba del genere, fa un brutto effetto e ti interesseresti meno a me. E io ho bisogno che ti interessi. Inoltre mi farebbe comodo che tu avessi il tempo di farmi due o tre piaceri. Ti spiego. L’ospedale è un posto strasimpatico, con un sacco di adulti di buon umore che parlano forte, con un mucchio di giocattoli e di signore in rosa che vogliono divertirsi con i bambini, con amichetti sempre disponibili come Bacon, Einstein o Pop Corn, insomma. L’ospedale è molto gradevole se sei un malato gradito. Io non faccio più piacere. Da quando sono stato sottoposto al trapianto di midollo osseo sento proprio che non faccio più piacere.

Quando il dott. Dȕsseldorf mi visita, la mattina, lo fa di malavoglia, lo deludo. Mi guarda senza dire nulla, come se avessi commesso un errore. Eppure ho affrontato con impegno l’operazione; sono stato bravo, mi sono lasciato addormentare, ho avuto male senza gridare, ho preso tutte le medicine. Certi giorni ho voglia di insultarlo, di dirgli che è stato forse lui, il dottor Dűsseldorf, con le sue soppraciglie nere, a sbagliarla, l’operazione. Ma ha un’aria talmente infelice che gli insulti mi restano in gola. Più il dottor Dȕsseldorf tace con il suo sguardo sconsolato, più mi sento colpevole. Ho capito che sono diventato un cattivo malato, un malato che impedisce di credere che la medicina sia straordinaria. Il pensiero di un medico è contagioso. Adesso tutto il piano, le infermiere, gli interni e le donne delle pulizie mi guardano nello stesso modo.

Hanno l’aria triste quando sono di buon umore; si sforzano di ridere quando racconto una storiella. E’ vero, non ridono più come prima. Solo Nonna Rosa non è cambiata. Secondo me, è comunque troppo vecchia per cambiare. E poi è anche troppo Nonna Rosa. Nonna Rosa non te la presento, Dio, è una tua buona amica, visto che è stata lei a dirmi di scriverti. Il problema è che sono l’unico a chiamarla Nonna Rosa. Dunque, devi fare uno sforzo per capire di chi parlo: fra le signore in camice rosa che vengono da fuori per passare del tempo con i bambini malati, è la più vecchia di tutte. “Quanti anni ha, nonna Rosa?”
“Riesci a tenere a mente i numeri con tredici cifre, Oscar?”

Oh! Lei esagera!”
“No. Qui non devono assolutamente sapere la mia età, altrimenti mi cacciano e non ci vedremo più”.
“Perché”?
“sono qui di contrabbando. C’è un’età limite per essere una signora in rosa. E io l’ho superata abbondantemente”.
“E’ scaduta”?
“Si”
“Come uno yogurt”?
“Ssss!”
“O.K.! Non dirò nulla”.

E’ stata davvero coraggiosa a confessarmi il suo segreto. Ma con me ha avuto fortuna. Sarò muto anche se trovo strano, viste tutte le rughe simili a raggi di sole che ha attorno agli occhi, che a nessuno sia venuto il sospetto. Un’altra volta sono venuto a conoscenza di un altro suo segreto e così sono sicuro, Dio, che potrai identificarla. Passeggiavamo nel parco dell’ospedale e lei ha pestato una cacca.
“Merda”!
“Nonna Rosa ma che brutte parole dice!”
“Oh, ragazzino, lasciami in pace! Parlo come voglio.”
“Oh, nonna Rosa!”
“E muovi le chiappe. Stiamo passeggiando, non facendo una corsa di lumache.”
Quando ci siamo seduti su una panchina per succhiare una caramella, LE HO CHIESTO:
“Com’è che parla così male?
“Deformazione professionale, piccolo mio. Nel mio mestiere ero fottuta se avevo un vocabolario troppo delicato.”
“E che mestiere faceva?”
“Non mi crederai…..”
“Le giuro di si.”
“Lottatrice di catch.”
“Non le credo!”
“Lottatrice di catch! Mi avevano soprannominato la Strangolatrice del Languedoc.”
Da quel momento quando ho una botta di tristezza e Nonna Rosa è sicura che nessuno può sentirci, mi racconta i suoi grandi tornei: la Strangolatrice del Languedoc contro la Macellaia del Limousin; la sua lotta per vent’anni contro la Diabolica Sinclair, un’olandese che aveva delle granate al posto delle tette; e soprattutto la vittoria della coppa del mondo contro Ulla-Ulla, detta la Cagna di Bȕchenwald, che non era mai stata battuta, nemmeno da Cosce di Acciaio, il grande modello di Nonna Rosa quando era lottatrice. I suoi combattimenti mi fanno sognare, perché immagino la mia amica sul ring com’è adesso, una vecchietta in camice rosa un po’ traballante, intenta a dare un sacco di botte a delle orchesse in costume da bagno. Ho l’impressione di essere io, Divento il più forte. Mi vendico.
Dio, se con tutti questi indizi non indovini chi è Nonna Rosa, o la Strangolatrice del Languedoc, allora devi smettere di essere Dio e andare in pensione. Sono stato chiaro?
Torno ai fatti miei.
Insomma, il mio trapianto ha molto deluso qui. Anche la mia chemio deludeva, ma era meno grave finché c’era la speranza del tra trapianto. Adesso ho l’impressione che i medici non sappiano più cosa proporre, e che mi considerino un caso pietoso. Il dott. Dȕsseldorf, che la mamma trova così bello, anche se per me è un po’ forte di sopracciglia, ha l’aria sconsolata di un Babbo Natale che non abbia più regali nella sua gerla.
L’atmosfera si deteriora. Ne ho parlato al mio amico Bacon. Per la verità non si chiama Bacon, ma Yves. Lo abbiamo chiamato Bacon perché gli si addice molto di più, visto che è un grande ustionato.
“Bacon, ho l’impressione che i medici non mi vogliano più bene. Li deprimo”.
“Figurati, Testa d’uovo! I medici sono tosti. Progettano sempre un sacco di operazioni da farti. Io ho calcolato che me ne hanno promesse almeno sei.”
“Forse li ispiri.”
“Probabilmente.”
“Ma perché non mi dicono semplicemente che morirò?”
Allora Bacon ha fatto come tutti all’ospedale: è diventato sordo. Se dici: “morire” in un ospedale, nessuno sente. Puoi star sicuro che ci sarà un vuoto d’aria e che si parlerà d’altro. Ho fatto la prova con tutti. Tranne con Nonna Rosa.
Allora stamattina ho voluto vedere se anche lei in quel momento diventava dura d’orecchi.
“nonna rosa, ho l’impressione che nessuno mi dica che morirò.”
Mi ha guardato. Avrebbe reagito come gli altri? Per favore, Strangolatrice del Languedoc, resisti e conserva l’udito!
“Perché vuoi che te lo dicano se lo sai già, Oscar?”
Uffa ha sentito.
“Ho l’impressione Nonna Rosa, che abbiano inventato un ospedale diverso da quello che esiste veramente. Fanno come se si venisse all’ospedale solo per guarire. Mentre ci si viene anche per morire.”
“Hai ragione, Oscar, e credo che si commetta lo stesso errore per la vita. Dimentichiamo che la vita è fragile, friabile, effimera. Facciamo tutti finta di essere immortali.”
“E’ fallita la mia operazione, Nonna Rosa?”
Nonna Rosa non ha risposto. Era il suo modo di dire si. Quando è stata sicura che avevo capito?, si è avvicinata e mi ha chiesto, in tono supplichevole: “Non ti ho detto nulla, naturalmente.
Me lo giuri?”
”Giuro.”
Abbiamo taciuto un momentino per riflettere un po’
“E se scrivessi a Dio, Oscar?”
“Ah no, non lei Nonna Rosa!”
“Cosa non io?”
“Non lei! Credevo che non fosse bugiarda.”
“Ma non ti dico bugie….”
“allora perché mi parli di Dio? Mi hanno già raccontato la frottola di Babbo Natale. Una volta basta!
“Oscar non c’è alcun rapporto fra Dio e Babbo Natale.”
“Si, è la stessa cosa. Ti riempiono la testa di tutt’e due!”
“Immagini che io, una ex lottatrice di catch con centosessanta tornei vinti su centosessantacinque, di cui quarantatre per K.O., la Strangolatrice del Languedoc, possa credere per un attimo a Babbo Natale?”
“No.”
“Beh, io non credo a Babbo Natale ma credo in Dio. Ecco.”
Ovviamente, detto così, cambiava tutto.
“E perché dovrei scrivere a Dio?”
“Ti sentiresti meno solo.”
“Meno solo con qualcuno che non esiste?”
“Fallo esistere.”
Si è chinata verso di me.
“Ogni volta che crederai in Lui, esisterà un po’ di più. Se persisti, esisterà completamente. Allora, ti farà del bene.”
“Che cosa posso scrivergli?”
“Confidagli i tuoi pensieri. I pensieri che non dici sono pensieri che pesano, che si incrostano, che ti opprimono, che ti immobilizzano, che prendono il posto delle idee nuove e che ti infettano. Diventerai una discarica di vecchi pensieri che puzzano, se non parli.”
“O.K.”
“E poi, a Dio puoi domandare una cosa al giorno. Attenzione! Una sola.”
“E’ una nullità, il suo Dio, Nonna Rosa. Aladino aveva diritto a tre desideri con il genio della lampada.”
“Un desiderio al giorno è meglio di tre in una vita, no?.”
O.K. allora posso ordinargli tutto? giocattoli, caramelle, un’auto…”
“No, Oscar. Dio non è Babbo Natale. Puoi chiedere solo cose dello spirito.”
“Esempio?”
“Esempio: del coraggio, della pazienza, dei chiarimenti.”
“O.K. capisco.”
“E puoi anche, Oscar, suggerirgli dei favori per gli altri.”
“Non esageriamo, Nonna Rosa, un desiderio al giorno me lo tengo per me!”
Ecco. Allora Dio, in occasione di questa prima lettera, ti ho mostrato un po’ il genere di vita che conduco qui, all’ospedale, dove adesso mi considerano come un ostacolo alla medicina, e mi piacerebbe chiederti un chiarimento: guarirò? Rispondi di si o di no. Non è molto complicato. Si o no. Ti basta cancellare la menzione inutile.

A domani, baci,
Oscar.
P.S. Non ho il tuo indirizzo: come faccio?

La 2° parte domani

Beato Giovanni Duns Scoto raccontato da Papa Benedetto XVI

Oggi la Chiesa Cattolica fa memoria del Beato Giovanni Duns Scoto. Conosciamolo meglio attraverso le parole del Santo Padre Benedetto XVI pronunciate a una delle Udienze Generali dello scorso anno:



BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 7 luglio 2010

Giovanni Duns Scoto




Cari fratelli e sorelle,

questa mattina voglio presentarvi un’altra figura importante nella storia della teologia: si tratta del beato Giovanni Duns Scoto, vissuto alla fine del secolo XIII. Un’antica iscrizione sulla sua tomba riassume le coordinate geografiche della sua biografia: “l’Inghilterra lo accolse; la Francia lo istruì; Colonia, in Germania, ne conserva i resti; in Scozia egli nacque”. Non possiamo trascurare queste informazioni, anche perché possediamo ben poche notizie sulla vita di Duns Scoto. Egli nacque probabilmente nel 1266 in un villaggio, che si chiamava proprio Duns, nei pressi di Edimburgo. Attratto dal carisma di san Francesco d’Assisi, entrò nella Famiglia dei Frati minori, e nel 1291, fu ordinato sacerdote. Dotato di un’intelligenza brillante e portata alla speculazione - quell’intelligenza che gli meritò dalla tradizione il titolo di Doctor subtilis, “Dottore sottile”- Duns Scoto fu indirizzato agli studi di filosofia e di teologia presso le celebri  Università di Oxford e di Parigi. Conclusa con successo la formazione, intraprese l’insegnamento della teologia nelle Università di Oxford e di Cambridge, e poi di Parigi, iniziando a commentare, come tutti i Maestri del tempo, le Sentenze di Pietro Lombardo. Le opere principali di Duns Scoto rappresentano appunto il frutto maturo di queste lezioni, e prendono il titolo dai luoghi in cui egli insegnò: Ordinatio (in passato denominata Opus Oxoniense – Oxford), Reportatio Cantabrigiensis (Cambridge), Reportata Parisiensia (Parigi). A queste sono da aggiungere almeno i Quodlibeta (o Quaestiones quodlibetales), opera assai importante formata da 21 questioni su vari temi teologici. Da Parigi si allontanò quando, scoppiato un grave conflitto tra il re Filippo IV il Bello e il Papa Bonifacio VIII, Duns Scoto preferì l’esilio volontario, piuttosto che firmare un documento ostile al Sommo Pontefice, come il re aveva imposto a tutti i religiosi. Così – per amore alla Sede di Pietro –, insieme ai Frati francescani, abbandonò il Paese.

Cari fratelli e sorelle, questo fatto ci invita a ricordare quante volte, nella storia della Chiesa, i credenti hanno incontrato ostilità e subito perfino persecuzioni a causa della loro fedeltà e della loro devozione a Cristo, alla Chiesa e al Papa. Noi tutti guardiamo con ammirazione a questi cristiani, che ci insegnano a custodire come un bene prezioso la fede in Cristo e la comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale.

Tuttavia, i rapporti fra il re di Francia e il successore di Bonifacio VIII ritornarono ben presto amichevoli, e nel 1305 Duns Scoto poté rientrare a Parigi per insegnarvi la teologia con il titolo di Magister regens. Successivamente, i Superiori lo inviarono a Colonia come professore dello Studio teologico francescano, ma egli morì l’8 novembre del 1308, a soli 43 anni di età, lasciando, comunque, un numero rilevante di opere.

A motivo della fama di santità di cui godeva, il suo culto si diffuse ben presto nell’Ordine francescano e il Venerabile Giovanni Paolo II volle confermarlo solennemente beato il 20 Marzo 1993, definendolo “cantore del Verbo incarnato e difensore dell’Immacolata Concezione”. In tale espressione è sintetizzato il grande contributo che Duns Scoto ha offerto alla storia della teologia.

Anzitutto, egli ha meditato sul Mistero dell’Incarnazione e, a differenza di molti pensatori cristiani del tempo, ha sostenuto che il Figlio di Dio si sarebbe fatto uomo anche se l’umanità non avesse peccato. “Pensare che Dio avrebbe rinunciato a tale opera se Adamo non avesse peccato, - scrive Duns Scoto - sarebbe del tutto irragionevole! Dico dunque che la caduta non è stata la causa della predestinazione di Cristo, e che - anche se nessuno fosse caduto, né l’angelo né l’uomo - in questa ipotesi Cristo sarebbe stato ancora predestinato nella stessa maniera” (Reportata Parisiensia, in III Sent., d. 7, 4). Questo pensiero nasce perché per Duns Scoto l’Incarnazione del Figlio di Dio, progettata sin dall’eternità da parte di Dio Padre nel suo piano di amore, è il compimento della creazione, e rende possibile ad ogni creatura, in Cristo e per mezzo di Lui, di essere colmata di grazia, e dare lode e gloria a Dio nell’eternità. Duns Scoto, pur consapevole che, in realtà, a causa del peccato originale, Cristo ci ha redenti con la sua Passione, Morte e Risurrezione, ribadisce che l’Incarnazione è l’opera più grande e più bella di tutta la storia della salvezza, e che essa non è condizionata da nessun fatto contingente.

Fedele discepolo di san Francesco, Duns Scoto amava contemplare e predicare il Mistero della Passione salvifica di Cristo, espressione della volontà di amore, dell’amore immenso di Dio, il Quale comunica con grandissima generosità al di fuori di sé i raggi della Sua bontà e del suo amore (cfr Tractatus de primo principio, c. 4). Questo amore non si rivela solo sul Calvario, ma anche nella Santissima Eucaristia, della quale Duns Scoto era devotissimo e che vedeva come il Sacramento della presenza reale di Gesù e come il Sacramento dell’unità e della comunione che induce ad amarci gli uni gli altri e ad amare Dio come il Sommo Bene comune (cfr Reportata Parisiensia, in IV Sent., d. 8, q. 1, n. 3). “E come quest’amore, questa carità – scrivevo nella Lettera in occasione del Congresso Internazionale a Colonia per il VII Centenario della morte del beato Duns Scoto, riportando il pensiero del nostro autore – fu all’inizio di tutto, così anche nell’amore e nella carità soltanto sarà la nostra beatitudine: «il volere oppure la volontà amorevole è semplicemente la vita eterna, beata e perfetta»” (AAS 101 [2009], 5).

Cari fratelli e sorelle, questa visione teologica, fortemente “cristocentrica”, ci apre alla contemplazione, allo stupore e alla gratitudine: Cristo è il centro della storia e del cosmo, è Colui che dà senso, dignità e valore alla nostra vita! Come a Manila il Papa Paolo VI, anch’io oggi vorrei gridare al mondo: “[Cristo] è il rivelatore di Dio invisibile, è il primogenito di ogni creatura, è il fondamento di ogni cosa; Egli è il Maestro dell’umanità, è il Redentore; Egli è nato, è morto, è risorto per noi; Egli è il centro della storia e del mondo; Egli è Colui che ci conosce e che ci ama; Egli è il compagno e l’amico della nostra vita... Io non finirei più di parlare di Lui” (Omelia, 29 novembre 1970).

Non solo il ruolo di Cristo nella storia della salvezza, ma anche quello di Maria è oggetto della riflessione del Doctor subtilis. Ai tempi di Duns Scoto la maggior parte dei teologi opponeva un’obiezione, che sembrava insormontabile, alla dottrina secondo cui Maria Santissima fu esente dal peccato originale sin dal primo istante del suo concepimento: di fatto, l’universalità della Redenzione operata da Cristo – evento assolutamente centrale nella storia della salvezza – a prima vista poteva apparire compromessa da una simile affermazione. Duns Scoto espose allora un argomento, che verrà poi adottato anche dal beato Papa Pio IX nel 1854, quando definì solennemente il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria. Questo argomento è quello della “Redenzione preventiva”, secondo cui l’Immacolata Concezione rappresenta il capolavoro della Redenzione operata da Cristo, perché proprio la potenza del suo amore e della sua mediazione ha ottenuto che la Madre fosse preservata dal peccato originale. I Francescani accolsero e diffusero con entusiasmo questa dottrina, e altri teologi – spesso con solenne giuramento – si impegnarono a difenderla e a perfezionarla.

A questo riguardo, vorrei mettere in evidenza un dato, che mi pare importante. Teologi di valore, come Duns Scoto circa la dottrina sull’Immacolata Concezione, hanno arricchito con il loro specifico contributo di pensiero ciò che il popolo di Dio credeva già spontaneamente sulla Beata Vergine, e manifestava negli atti di pietà, nelle espressioni dell’arte e, in genere, nel vissuto cristiano. Tutto questo grazie a quel soprannaturale sensus fidei, cioè a quella capacità infusa dallo Spirito Santo, che abilita ad abbracciare le realtà della fede, con l’umiltà del cuore e della mente. Possano sempre i teologi mettersi in ascolto di questa sorgente e conservare l’umiltà e la semplicità dei piccoli! Lo ricordavo qualche mese fa: “Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi, maestri della fede, che ci hanno insegnato molte cose. Sono penetrati nei dettagli della Sacra Scrittura, della storia della salvezza, ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo... L’essenziale è rimasto nascosto! Invece, ci sono anche nel nostro tempo i piccoli che hanno conosciuto tale mistero. Pensiamo a santa Bernardette Soubirous; a santa Teresa di Lisieux, con la sua nuova lettura della Bibbia ‘non scientifica’, ma che entra nel cuore della Sacra Scrittura” (Omelia. S. Messa con i membri della Commissione Teologica Internazionale, 1 dicembre 2009).

Infine, Duns Scoto ha sviluppato un punto a cui la modernità è molto sensibile. Si tratta del tema della libertà e del suo rapporto con la volontà e con l’intelletto. Il nostro autore sottolinea la libertà come qualità fondamentale della volontà, iniziando una impostazione che valorizza maggiormente quest'ultima. Purtroppo, in autori successivi al nostro, tale linea di pensiero si sviluppò in un volontarismo in contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista. Per san Tommaso d’Aquino la libertà non può considerarsi una qualità innata della volontà, ma il frutto della collaborazione della volontà e dell’intelletto. Un’idea della libertà innata e assoluta – come si evolse, appunto, successivamente a Duns Scoto – collocata nella volontà che precede l’intelletto, sia in Dio che nell’uomo, rischia, infatti, di condurre all’idea di un Dio che non è legato neppure alla verità e al bene. Il desiderio di salvare l’assoluta trascendenza e diversità di Dio con un’accentuazione così radicale e impenetrabile della sua volontà, non tiene conto che il Dio che si è rivelato in Cristo è il Dio “logos”, che ha agito e agisce pieno di amore verso di noi. Certamente l’amore supera la conoscenza ed è capace di percepire sempre di più del pensiero, ma è sempre l’amore del Dio “logos” (cfr Benedetto XVI, Discorso a Regensburg, Insegnamenti di Benedetto XVI, II [2006], p. 261). Anche nell’uomo l’idea di libertà assoluta, collocata nella volontà, dimenticando il nesso con la verità, ignora che la stessa libertà deve essere liberata dei limiti che le vengono dal peccato. Comunque, la visione scotista non cade in questi estremismi: per Duns Scoto un atto libero risulta dal concorso di intelletto e volontà e se egli parla di un “primato” della volontà, lo argomenta proprio perché la volontà segue sempre l’intelletto.

Parlando ai seminaristi romani, ricordavo che “la libertà in tutti i tempi è stata il grande sogno dell'umanità, sin dagli inizi, ma particolarmente nell'epoca moderna” (Discorso al Pontificio Seminario Romano Maggiore, 20 febbraio 2009). Però, proprio la storia moderna, oltre alla nostra esperienza quotidiana, ci insegna che la libertà è autentica, e aiuta alla costruzione di una civiltà veramente umana, solo quando è riconciliata con la verità. Se è sganciata dalla verità, la libertà diventa tragicamente principio di distruzione dell’armonia interiore della persona umana, fonte di prevaricazione dei più forti e dei violenti, e causa di sofferenze e di lutti. La libertà, come tutte le facoltà di cui l’uomo è dotato, cresce e si perfeziona, afferma Duns Scoto, quando l’uomo si apre a Dio, valorizzando la disposizione all’ascolto della Sua voce: quando noi ci mettiamo in ascolto della Rivelazione divina, della Parola di Dio, per accoglierla, allora siamo raggiunti da un messaggio che riempie di luce e di speranza la nostra vita e siamo veramente liberi.

Cari fratelli e sorelle, il beato Duns Scoto ci insegna che nella nostra vita l’essenziale è credere che Dio ci è vicino e ci ama in Cristo Gesù, e coltivare, quindi, un profondo amore a Lui e alla sua Chiesa. Di questo amore noi siamo i testimoni su questa terra. Maria Santissima ci aiuti a ricevere questo infinito amore di Dio di cui godremo pienamente in eterno nel Cielo, quando finalmente la nostra anima sarà unita per sempre a Dio, nella comunione dei santi.

Preghiera di San Carlo Borromeo al Santo Crocifisso

Concludiamo la giornata pregando insieme a San Carlo Borromeo di cui oggi la Chiesa Cattolica fa memoria, con una delle preghiere da egli scritte e rivolte al Santo Crocifisso:



Ciò che mi attira verso di Voi, Signore,
siete Voi!
Voi solo, inchiodato alla Croce,
con il corpo straziato tra agonie di morte.
E il Vostro amore
si è talmente impadronito del mio cuore
che, quand’anche non ci fosse il Paradiso,
io Vi amerei lo stesso.
Nulla avete da darmi
per provocare il mio amore
perché quand’anche non sperassi ciò che spero,
pure Vi amerei come Vi amo.
Amen.

Angelus di Giovanni Paolo II - 1° Novembre 2000

Al termine di questa giornata meditiamo ancora una volta sul mistero della Santità attraverso l'Angelus del Beato Giovanni Paolo II nel giorno di questa Solennità dell'anno 2000:



GIOVANNI PAOLO II 

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI

ANGELUS

Mercoledì, 1° novembre 2000

1. Al termine di questa solenne Celebrazione in onore di Tutti i Santi, il nostro sguardo si volge verso l'alto. La festa odierna ci ricorda che noi siamo fatti per il Cielo, dove la Madonna è già giunta e ci attende.


La vita cristiana è camminare quaggiù col cuore rivolto verso l'Alto, verso la Casa del Padre celeste. Così hanno camminato i santi e così, in primo luogo, ha fatto la Vergine Madre del Signore. Il Giubileo ci richiama a questa dimensione essenziale della santità: la condizione di pellegrini, che cercano ogni giorno il Regno di Dio confidando nella divina Provvidenza. Questa è l'autentica speranza cristiana, che non ha nulla a che vedere col fatalismo né con la fuga dalla storia. Al contrario, è stimolo all'impegno concreto, guardando a Cristo, Dio fatto uomo, che ci apre la via del Cielo.


2. In questa prospettiva ci disponiamo a celebrare domani la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Ci rechiamo spiritualmente presso le tombe dei nostri cari, che ci hanno preceduto con il segno della fede e che attendono il sostegno della nostra preghiera. Assicuro un ricordo per quanti, nel corso di quest'anno, hanno perso la vita; specialmente penso alle vittime dell'umana violenza: possa ciascuno trovare nel seno di Dio la sospirata pace.


3. In questa luce, Maria ci appare ancor più quale Regina dei Santi e Madre della nostra speranza. E' a Lei che ci rivolgiamo, perché ci guidi sulla via della santità e ci assista in ogni momento della vita, adesso e nell'ora della nostra morte.


Dopo l'Angelus


In questo giorno di Tutti i Santi saluto cordialmente i numerosi pellegrini francofoni venuti per compiere un gesto giubilare e rinnovare la loro fede in Cristo Salvatore. Sono lieto di vedere gli stendardi qui riuniti, fatti con molta cura e dedizione, e ringrazio tutte le persone che hanno voluto così presentare santi di tutti i secoli. Simili immagini permettono di scoprire il tesoro della Chiesa, gli uomini e le donne che hanno seguito Cristo nel sacerdozio, nella vita consacrata o nel matrimonio.


Cari amici, che possiate udire in modo rinnovato l'appello a entrare nella via della santità, a servire il Signore e i vostri fratelli, e a partecipare alla vita della Chiesa e del mondo! La Chiesa conta su di voi.  Vi  benedico  di  tutto cuore.

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Sezione dedicata alla nostra amica Patrizia:

Il Dolore solo se è accettato e offerto diviene gioia, altrimenti può diventare disperazione. Il maligno tenta sempre di farci imboccare questa strada, che porta alla distruzione di sè e degli altri.
La domanda, il grido ci salva, perchè, come un bambino quando invoca la mamma è aiutato da lei, a maggior ragione o tanto più la nostra Mamma Celeste viene in nostro soccorso, portandoci lo Spirito Consolatore che ci fa ritornare la speranza.

Questo dolore non è capito dagli uomini, difficilmente ci possono aiutare, di solito LO aumentano!

Solo TU Signore ci comprendi totalmente, perchè siamo opera Tua. Fa' o Signore che possiamo amare anche chi non comprendiamo o non ci comprende, grazie. (Patrizia)

Gesù Cristo

Gesù Cristo
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

Riflettiamo

Impariamo a soffermarci sulle parole e meditiamone il loro significato

L'importanza della preghiera

Chi prega, certamente si salva; chi non prega certamente si danna. Tutti i beati, eccettuati i bambini, si sono salvati col pregare. Tutti i dannati si sono perduti per non pregare; se pregavano non si sarebbero perduti. E questa è, e sarà la loro maggiore disperazione nell’inferno, l’aversi potuto salvare con tanta facilità, quant’era il domandare a Dio le di lui grazie, ed ora non essere i miseri più a tempo di domandarle

(Sant'Alfonso Maria De' Liguori)

Accrescere la cultura

«Io voglio vivere per Gesù e per la Chiesa. La scienza che serve a farmi vivere sempre più per il Signore e per la Chiesa è la cultura della mia vita e tutta la mia vita di cultura». Ogni giorno, ogni ora, ogni istante io sento il bisogno di accrescere le mie conoscenze. E la Chiesa è una fonte inesauribile di vita e di cultura per me!».

(San Pio da Pietrelcina)

Il dono della Sapienza

Nella Sapienza c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senz’affanni. 
Onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi. 
È un’emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra. 
È un riflesso della Luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà.

Le preghiere dei Santi:

Le preghiere dei Santi:
Noi ci affidiamo a te. Non abbandonarci alla tristezza perché tu, Signore, sei con noi sempre. Tu non ci lascerai un istante. Se non avessi steso la mano, quante volte la nostra fede avrebbe vacillato! Tu, Signore, sei sempre intento ad accogliere le nostre confidenze. Aiutaci a non abbatterci nelle sofferenze fisiche e morali. Non permettere di affliggerci fino a perdere la pace interiore. Fa’ che camminiamo con buona fede, senza inquietudini e sconforti. Noi ci affidiamo a te: prendici la mano e guidaci pur per incogniti sentieri. Insegnaci ad affrontare la prova a mente serena, per amore tuo che la permetti. Donaci di acquistare tesori per la santa eternità. (San Pio da Pietrelcina)

Dio, nostro Padre, tu hai tanto amato gli uomini da mandare a noi il tuo unico Figlio Gesù, nato dalla Vergine Maria, per salvarci e ricondurci a te. Ti preghiamo, Padre buono, dona la tua benedizione anche a noi, ai nostri genitori, alle nostre famiglie e ai nostri amici. Apri il nostro cuore, affinché sappiamo ricevere Gesù nella gioia, fare sempre ciò che egli ci chiede e vederlo in tutti quelli che hanno bisogno del nostro amore. Te lo chiediamo nel nome di Gesù, tuo amato Figlio, che viene per dare al mondo la pace. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.(Venerabile Giovanni Paolo II)

Padre santo e giusto, Signore Re del cielo e della terra, ti rendiamo grazie per il fatto stesso che tu esisti, ed anche perché con un gesto della tua volontà, per l'unico tuo Figlio e nello Spirito Santo, hai creato tutte le cose visibili ed invisibili e noi, fatti a tua immagine e somiglianza, avevi destinato a vivere felici in un paradiso dal quale unicamente per colpa nostra siano stati allontanati. (San Francesco di Assisi)

Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile. E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te. (Sant'Agostino))

“O Dio di grande Misericordia, bontà infinita, ecco che oggi tutta l’umanità grida dall’abisso della sua miseria alla Tua Misericordia, alla Tua compassione, o Dio, e grida con la voce potente della propria miseria. O Dio benigno, non respingere la preghiera degli esuli di questa terra. O Signore, bontà inconcepibile, che conosci perfettamente la nostra miseria e sai che non siamo in grado di innalzarci fino a Te con le nostre forze, Ti supplichiamo, previenici con la Tua grazia e moltiplica incessantemente su di noi la Tua Misericordia, in modo che possiamo adempiere fedelmente la Tua santa volontà durante tutta la vita e nell’ora della morte. L’onnipotenza della Tua Misericordia ci difenda dagli assalti dei nemici della nostra salvezza, in modo che possiamo attendere con fiducia, come figli Tuoi, la Tua ultima venuta...” (Santa Faustina Kowalska))

Affinché coloro che mi guardano non vedano la mia persona, ma Te in me. Rimani con me. Così risplenderò del Tuo splendore e potrò essere luce per gli altri. La mia luce verrà da Te solo, Gesù, non sarà mio nemmeno un piccolo raggio. Sei Tu che illuminerai gli altri attraverso di me. Ispirami la lode che Ti è più gradita, illuminando gli altri attorno a me. Che io Ti annunci non con le parole ma con l'esempio, con la testimonianza dei miei atti, con lo scatto visibile dell'amore che il mio cuore riceve da Te. Amen. (Madre Teresa di Calcutta))

Signore Gesù, tu hai dato la vita per me: io voglio donare la mia a te. Signore Gesù, tu hai detto: «Amore più grande non c'è che dare la vita per gli amici». Il mio supremo amore sei tu. È sera. Il giorno ormai declina. Resta con me Signore. Voglio seguirti portando la mia croce. Signore, vieni in mio aiuto e guidami nel cammino. La tua voce, Signore, ha un'eco profonda nel mio cuore. Gesù, mio Signore e mio Dio, voglio diventare in tutto simile a te, voglio soffrire e morire con te, per raggiungere con te la gioia della risurrezione. Tu, quel gran Dio che l'universo adora, vivi in me giorno e notte. E sempre la tua voce mi implora e mi ripete: «Ho sete, ho sete di amore»! Anch'io voglio ripetere la tua divina preghiera: ho sete d'amore. Io ho sete d'amore! Sazia la mia speranza, accresci in me, o Signore, il tuo ardore divino. Ho sete d'amore! Quale sofferenza, mio Dio, e come grande! Come vorrei volare da te! Il tuo amore, o Gesù, è il mio solo martirio; perché più brucia d'amore, più desidera amarti l'anima mia. Gesù, fa' che io muoia d'amore per te! (Santa Teresa di Gesù Bambino)