Riflettiamo Insieme

nella vigna ...

Insieme nelle mani del Signore

Ci distendiamo oggi con un bellissimo aneddoto che ci insegna qualcosa di molto importante:
 

Durante l'era glaciale molti animali morirono per il freddo. I ricci se ne accorsero e decisero di unirsi in gruppo e di aiutarsi. In questo modo si proteggevano, ma le spine di ognuno ferivano i compagni più vicini che davano calore. Perciò decisero di allontanarsi e iniziarono a congelare e a morire.
Così capirono che o accettavano le spine del compagno vicino oppure sparivano dalla terra o morivano in massa.
Con saggezza decisero di ritornare tutti insieme, in questo modo, imparavano a convivere con le piccole ferite che un compagno vicino può causare, dato che la cosa più importante era il calore dell'altro.
In questo modo sopravvissero ...

Le relazioni migliori non sono quelle su delle persone perfette, ma quelle nelle quali ogni individuo impara a vivere con i difetti degli altri e ad ammirarne le qualità.

Tu sei Pietro, a te darò le chiavi del Regno dei Cieli

 Derogando alla normale programmazione, concludiamo la giornata nella Vigna dedicata ai Santissimi Apostoli Pietro e Paolo, attraverso la lettura del commento di Monsignor Vincenzo Paglia:

Celebriamo oggi la festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo, una memoria che accompagna la storia quasi bimillenaria della Chiesa. Sono chiamati le colonne della Chiesa, in particolare della Chiesa romana. Possiamo cantare, uniti anche alla Chiesa d'Oriente (che li festeggia subito dopo il Natale): "Sia lode a Pietro e a Paolo, queste due grandi luci della Chiesa; essi brillano nel firmamento della fede". Essi brillano non solo nel cielo di Roma, ma anche nel cuore di quei credenti che conservano la loro predicazione e custodiscono la preziosa testimonianza di una fede vissuta sino all'effusione del sangue. È sulla fede di questi due martiri che si fonda la Chiesa di Roma; ed è su questa fede che poggia la nostra povera, fragile e debole fede di cristiani dell'ultima ora. Essi tornano oggi in mezzo a noi e predicano ancora con le loro parole e la loro stessa vita. Scrive Matteo che il Signore chiamò i Dodici e li mandò due a due. Ebbene due di loro, Pietro e Paolo, dalla lontana Palestina, sono stati mandati sino a Roma, capitale dell'impero, per predicare il Vangelo al mondo intero. Potremmo dire che, per far giungere la Parola di Dio sino ai confini della terra, partirono dal cuore dell'impero. Erano due uomini molto diversi l'uno dall'altro: "umile pescatore di Galilea" il primo, "maestro e dottore" l'altro, come canta il prefazio della santa liturgia di questo giorno. Diversa fu anche la loro storia di credenti. Pietro fu chiamato da Gesù mentre riassettava le reti sulle rive del mare di Galilea. Era un semplice pescatore che svolgeva onestamente il suo lavoro, talora molto pesante. Tuttavia, non era assente dal suo animo l'inquietudine per una vita sempre uguale, e soprattutto sentiva il desiderio di un mondo nuovo ove non fosse rara la carità e fossero sconfitte invece l'indifferenza e l'inimicizia. Non appena quel giovane maestro di Nazareth lo chiamò a una vita più larga e a pescare uomini e non pesci, "subito lasciate le reti, lo seguì". Lo troviamo poi tra i Dodici, con il tipico temperamento dell'uomo focoso e sicuro; eppure bastò una serva per portarlo al tradimento. Il vero Pietro è quello debole che si lascia toccare dallo Spirito di Dio e, primo tra tutti, proclama: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente", come abbiamo ascoltato dal Vangelo (Mt 16,16). E il Signore fece di questa debolezza la "pietra" che avrebbe dovuto confermare i fratelli. 

Paolo, da giovane, lo troviamo accanto a coloro che stanno lapidando Stefano; faceva la guardia ai mantelli dei lapidatori. Era zelante nel combattere la giovane comunità cristiana. Si fece persino autorizzare a perseguitarla. Ma sulla via di Damasco il Signore lo fece cadere dal cavallo delle sue sicurezze e del suo orgoglio ben più forti del cavallo su cui stava. Trovatosi a terra, nella polvere, alzò gli occhi al cielo e vide il Signore. Questa volta, come Pietro dopo il tradimento, anche Paolo si sentì toccare il cuore: non sgorgarono le lacrime ma gli occhi rimasero chiusi e non vedeva più. Lui, abituato a guidare gli altri, dovette essere afferrato per mano e condotto a Damasco. Il Vangelo predicato da Anania gli aprì il cuore e gli occhi. Paolo predicò, prima agli ebrei e poi ai pagani, fondando molte comunità. Per compiere questa sua missione non mancò di opporsi neppure a Pietro. "Il Signore mi è stato vicino - scrive a Timoteo - e mi ha dato forza, perché per mezzo mio si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno" (2 Tm 4,17-18). La Chiesa fin dall'inizio li ha voluti ricordare assieme, quasi a ricomporre in unità la loro testimonianza. Essi, con le loro diverse ricchezze, con il loro carisma, hanno fondato un'unica Chiesa di Cristo. Le loro caratteristiche fanno in certo modo parte della fede e della vita di questa Chiesa; vorrei dire, della nostra stessa fede. Si potrebbe affermare che non si può essere cristiani in modo piattamente identico. La nostra fede dovrebbe respirare con lo spirito di questi due testimoni: con la fede umile e salda di Pietro, e il cuore ampio e universale di Paolo.

La missione dello Spirito Santo

Concludiamo la giornata nella Vigna, che ci ha fatto conoscere la figura di Sant'Ireneo, attraverso la lettura di un passo tratto dal celebre trattato "Contro le eresie" che si sofferma sulla missione dello Spirito Santo: 

La missione dello Spirito Santo
Dal trattato «Contro le eresie» di sant'Ireneo, vescovo
(Lib. 3, 17, 1-3; SC 34, 302-306)
 
Il Signore concedendo ai discepoli il potere di far nascere gli uomini in Dio, diceva loro: «Andate, ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 19). E' questo lo Spirito che, per mezzo dei profeti, il Signore promise di effondere negli ultimi tempi sui suoi servi e sulle sue serve, perché ricevessero il dono della profezia. Perciò esso discese anche sul Figlio di Dio, divenuto figlio dell'uomo, abituandosi con lui a dimorare nel genere umano, a riposare tra gli uomini e ad abitare nelle creature di Dio,
operando in essi la volontà del Padre e rinnovandoli dall'uomo vecchio alla novità di Cristo.
Luca narra che questo Spirito, dopo l'ascensione del Signore, venne sui discepoli nella Pentecoste con la volontà e il potere di introdurre tutte le nazioni alla vita e alla rivelazione del Nuovo Testamento. Sarebbero così diventate un mirabile coro per intonare l'inno di lode a Dio in perfetto accorto, perché lo Spirito Santo avrebbe annullato le distanze, eliminato le stonature e trasformano il consesso dei popoli in una primizia da offrire a Dio. Perciò il Signore promise di mandare lui stesso il Paraclito per renderci graditi a Dio. Infatti come la farina non si amalgama in un'unica massa pastosa, né diventa un unico pane senza l'acqua, così neppure noi, moltitudine disunita, potevamo diventare un'unica Chiesa in Cristo Gesù senza l'«Acqua» che scende dal cielo. E come la terra arida se non riceve l'acqua non può dare frutti, così anche noi, semplice e nudo legno secco, non avremmo mai portato frutto di vita senza la «Pioggia» mandata liberamente dall'alto.
Il lavacro battesimale con l'azione dello Spirito Santo ci ha unificati tutti nell'anima e nel corpo in quell'unità che preserva dalla morte. Lo Spirito di Dio discese sopra il Signore come Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di scienza e di pietà, Spirito del timore di Dio (cfr. Is 11, 2). Il Signore poi a sua volta diede questo Spirito alla Chiesa, mandando dal cielo il Paraclito su tutta la terra, da dove, come disse egli stesso, il diavolo fu cacciato come folgore cadente (cfr. Lc 10, 18). Perciò è necessaria a noi la rugiada di Dio, perché non abbiamo a bruciare e a diventare infruttuosi e, là dove troviamo l'accusatore, possiamo avere anche l'avvocato. Il Signore affida allo Spirito santo quell'uomo incappato nei ladri, cioè noi. Sente pietà di noi e ci fascia le ferite, e dà i due denari con l'immagine del re. Così imprimendo nel nostro spirito, per opera dello Spirito Santo, l'immagine e l'iscrizione del Padre e del Figlio, fa fruttificare in noi i talenti affidatici perché li restituiamo poi moltiplicati al Signore.

Camminando con San Giuseppe - L'Ultima ora

 Continua la riflessione di Enza su San Giuseppe, padre putativo di Gesù:   

CAMMINANDO CON GIUSEPPE
9a E ULTIMA PARTE

L’ULTIMA ORA

Gli Ebrei che parlavano con Gesù si misero a protestare perché aveva detto: "Io sono il pane disceso dal cielo". E dicevano: "Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?".
Gesù rispose: "Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a me con fede, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: "E tutti saranno ammaestrati da Dio". Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Giuseppe è arrivato ormai al termine della sua vita, è arrivato al traguardo. La sua vita è stata una dedizione unica, ha vissuto interamente per Gesù, proteggendo il Figlio che Dio gli ha affidato amando di amore puro la Madre. Il suo è stato un amore fino alla fine riconoscendo in quel figliolo il “Figlio di Dio”, e questo l’ha portato a far spazio a Lui, nascondendo se stesso fino a morire tra le sue braccia e quelle di Maria. Da Giuseppe possiamo imparare ad essere “servi inutili”, e come lui metterci anche noi alla scuola di Gesù: “ascoltando quello che profeti e re non poterono ascoltare, vedendo quello che molti non poterono vedere, preparandosi come nessun altro all’ultima ora”.
Viene da se pensare che è giusto invocarlo come “patrono della buona morte”. In effetti è bello e consolante pensare di essere accompagnati nell’ultima ora da Gesù e Maria; quell’ora prima o poi viene per tutti, ogni giorno che passa ci avvicina a quel momento, ed è importante chiedere a Giuseppe e a Maria: “prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte”. Giuseppe ha creduto, così attraverso il Figlio ha conosciuto il Padre il quale gli dona la resurrezione e la vita eterna, la gloria del paradiso, la santità, il riconoscimento in cielo di tutte le sue virtù umili e nascoste sulla terra, e la dichiarazione del suo patrocinio su tutta la chiesa del mondo.
San Giuseppe è proposto come modello per gli sposi e i genitori, i consacrati e i sacerdoti, i lavoratori e gli educatori (molto altro si può aggiungere).
Come a Nazareth Giuseppe ha curato la sua famiglia, così dal paradiso cura la “famiglia” dell’umanità ed essere invocato anche come “padre della Chiesa”. La supplica del Papa Leone XIII “a te o beato Giuseppe”, ripresa da Giovanni Paolo II nella “Redemptoris custos”, è di rinnovata attualità.
Arrivati a questo punto, e a ragion veduta, dall’Annunciazione al suo passaggio alla vita eterna, possiamo dire che Giuseppe con il suo esempio ci fa capire quale percorso anche noi dobbiamo fare. Pure la sua vita è stata umanissima, ma è proprio da questa quotidianità, nel dire continuamente si a Dio sopportando tutte le prove che ha raggiunto la giusta santità. Lui, povero e umile, ma che diversamente da tanti studiosi della Torah, ha saputo ascoltare e discernere la Parola di Dio; come il Padre Abramo ha riversato in Dio tutta la sua fiducia ed è stato premiato. Abramo è padre di tutti i popoli in Dio, Giuseppe è padre di tutti in Gesù.
Per concludere questo cammino con san Giuseppe, possiamo dire che, i passi sono tracciati: intraprendere  la via giusta, mettere l’amore al primo posto, accogliere il Signore, portare la sua presenza e difenderlo con coraggio. Fare famiglia, lavorare con carità e umiltà, cercare ciò che vale di più e prepararsi all’ultima ora.


PREGHIERA
O Giuseppe, padre del Figlio di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte.
Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l’anima mia. Gesù, Giuseppe e Maria, assistetemi nell’ultima agonia. Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in pace con voi l’anima mia.

CORPUS DOMINI: "Io sono il pane della vita"

Concludiamo la giornata liturgica attraverso l'ormai consueto appuntamento di meditazione con le riflessioni di noti sacerdoti e movimenti religiosi. Oggi riflettiamo attraverso le parole di mons. Antonio Riboldi, seguita da una breve riflessione tratta dal famoso "Diario di Bordo" di Michele e segnalateci dalla nostra cara amica Patrizia che salutiamo e abbracciamo con cuore sincero:

"Io sono il pane vivo disceso dal Cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che Io darò è la mia carne per la vita del mondo". (Gv. 6. 51)
Nella solenne affermazione di Gesù c'è una profonda e grande verità, che non ammette discussioni. Lui 'è il pane disceso dal cielo': mangiarne è conoscere la vera Vita, che non si limita a quella materiale, ma va ben oltre, come conviene ad un uomo - noi, usciti da sempre dalle mani di Dio che per 'vivere' ha un gran bisogno di Dio. Un bisogno che Gesù concretizza del 'suo pané.
Siamo abituati ad un'infinità di proposte, che nulla hanno a che fare con la vita eterna - nostro vero destino - ma si limitano a questo momento dell'esistenza, qui sulla terra, e quindi le proposte sono, se tutto va bene, limitate e passeggere.
Sono proposte che si concludono sempre in piccoli progetti per 'migliorare la vità, ma, spesso, neppure sappiamo cosa voglia veramente dire 'migliorare la vità per una persona.
Se per 'vita migliore' intendiamo pane, lavoro, ricchezza, potremmo rispondere che tanti, fra noi, oggi possono avere un pezzo di pane, una casa e fanno gridare allo stupore di sentirsi 'ricchi'. Tanto che uno scrittore ha detto che noi italiani facciamo fatica a 'vivere da ricchi'!
Forse si può essere ricchi di cose materiali, ma coloro che le possiedono sono davvero felici? Migliori? O non ci ritroviamo con tanta infelicità addosso, che fa discutere su questa proclamata ricchezza? Quella fatta di cose materiali è davvero la vera ricchezza di cui abbiamo bisogno: cose che non hanno voce e cuore?
È altro 'il pané che dà la vera felicità, che dura sempre: Gesù tra di noi.
Fatti per il cielo non potevamo assolutamente accontentarci di cose di piccola portata, che non hanno il domani dei figli di Dio. Tutto ciò che c'è attorno a noi, dal pane alla casa non ha eternità e non può essere la vera vita dell'uomo. 'Il Padre sa di quello che avete bisogno" voi... 'Cercate il Regno dei Cieli ed il resto vi sarà dato in sovrappiù '. Gesù ci vuole dare qualcosa che vada oltre e che solo Dio sa indicare e donare. Ed ecco allora il dono dell'Eucarestia.
"Gesù disse alle folle dei Giudei: 'Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo'. Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: 'Come può costui darci la sua carne da mangiare?'. Gesù disse: 'In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è il vero cibo e il mio sangue la vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui". (Gv. 6, 51-59)
Parole difficili forse a capire, ma sono la descrizione dell' Amore, che 'si fa a pezzi' per l'uomo, divenendo suo cibo.
Questo stupendo evento, in cui il pane diventa 'carne di Gesù' e il vino 'Suo sangue', avviene sempre nella S. Messa. Gesù si serve di noi sacerdoti o vescovi per attuare questo prodigio, proprio nella celebrazione Eucaristica.
Sono tanti anni che celebro la S. Messa, ma confesso che ogni volta che arrivo al momento in cui avviene questo incredibile miracolo, mi riempio di stupore. Mi chiedo se Dio poteva fare un dono più grande a noi uomini... per mezzo nostro?!
Fin dove arriva l'Amore di Dio!... mentre noi siamo abituati a vedere solo nelle cose materiali il nostro pane quotidiano!!!
A volte quasi mi attendo che quell'Ostia sanguini, come è avvenuto in qualche luogo.
Di certo è che in quel momento riconosco il grande Dono di Dio. E' uno stupore che trasborda in gratitudine, in amore, ed è come intuire e vedere il Cielo.
E quanto più ammirabile il dono di Dio, che mi fa 'essere Gesù', che trasforma il pane nel Suo Corpo e il vino nel Suo Sangue. Tenere l'Ostia tra le dita è 'tenere' Lui stesso, Gesù. Mistero d'Amore.
E quando Lo riceviamo in noi, Egli diventa 'una cosa sola in noi'.
Com'è possibile che tanti, che si dichiarano cristiani, possano concepire la S. Messa come una 'cosa da pocò, tanto che alla domenica preferiscono una gita o una fermata al bar alla partecipazione della Celebrazione Eucaristica. Non è una consuetudine, tanto meno un peso e neppure uno spettacolo da vedere la S. Messa, ma un partecipare all'Evento.
Ogni cristiano, nel battesimo, partecipa al sacerdozio di Gesù e quindi nella Messa partecipa attivamente all'azione eucaristica.
Occorrerebbe avere la fede dei cristiani di Abilene che, di fronte ai loro carnefici, che chiedevano loro di non celebrare più la S. Messa, risposero: 'Senza Messa non possiamo esistere'.
E così è per tanti - o forse pochi? - oggi.
Mamma da giovane, con le sorelle, ogni giorno d'estate o d'inverno, di prima mattina, percorreva 3 Km, per partecipare alla Messa. È troppo grande questo Dono che Gesù ci fa per esservi indifferenti o tradirlo, perché lo si trascura o lo si sente come un peso. Essere tanto amati può essere considerato un peso o non piuttosto una grande gioia?
Ricordo la letizia che traspariva sul volto di un mio confratello, il famoso poeta Clemente Rebora, quando ogni giorno, alla Sacra di S. Michele, celebrava la Messa e io la servivo. Era indescrivibile come si trasformasse, anche fisicamente, poiché viveva ciò che celebrava.
Così S. Paolo scriveva agli Efesini: "Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c'è un pane per noi, pur essendo molti, noi siamo un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane". (Cor. 10, 16-17)
Penso a tanti nostri fratelli nella fede, in Cina, che devono celebrare clandestinamente la S. Messa, rischiando la vita o al vescovo del Vietnam, che per la sua fede conobbe tanti anni di carcere. Si faceva dare dai carcerieri un poco di vino 'per la sua salute' e poi, alla sera, quando la sorveglianza veniva meno, con poche briciole di pane della mensa e con quel vino celebrava la S. Messa.
Me lo raccontava una volta, viaggiando insieme, quando, liberato, venne in Italia, e mi diceva: 'Quanta gioia durante quelle Messe! Quella cella, in cui ero rinchiuso, diventava la più bella cattedrale' .
"Quale tesoro - affermava Giovanni XXIII - nella S. Messa! Ma come spesso è lasciato, si direbbe, in disparte: sembra che molti, passandovi accanto, non si accorgano di questa mirabile sorgente di luce e di grazia, di santità. È proprio la Messa a suscitare invece la più intima familiarità dell'uomo con il suo Signore, con Colui che l'ha creato e redento.
Grazie a Dio, molti invece sanno ancora apprezzare la ricchezza infinita dell'Eucarestia. Ai piedi dell'altare accorrono umile gente e grandi della terra. Le anime sono come rapite da questa unità col Salvatore, da cui sorgono infinite grazie. È la Comunione ad infondere la risolutezza e il coraggio che nessun intervento o scienza dell'uomo può riuscire ad ottenere fra noi.
La Comunione dona incomparabili energie, che occorrono per il compimento del proprio dovere, per avere pazienza, per operare contro tutto e tutti, non certo in battaglia, ma resistendo, conquistando, diffondendo lo spirito di santificazione e di apostolato sociale".
Con la Chiesa cantiamo e ringraziamo Dio, per il dono dell'Eucarestia, che è la continua Sua Presenza tra di noi.
Quante volte, passando accanto ad una chiesa, penso a Gesù che è lì, mi vede passare, e Lo saluto affettuosamente?
È davvero bello sapere che Gesù è, non solo in noi nella Comunione, ma tra noi, nelle tante chiese, rinchiuso nei tabernacoli.
Lo ringraziamo con l'inno della Messa:
"Ecco il Pane degli angeli, Pane dei pellegrini, vero Pane dei figli: non deve essere gettato.
Buon Pastore, vero Pane, o Gesù, abbi pietà di noi.
Nutrici e difendici, portaci ai beni eterni, nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra,
 conduci i tuoi fratelli alla tavola del Cielo, nella gioia dei tuoi Santi".


Diario di Bordo 22.06.2011.
 
Il Corpo di Mezzo...
 
Tre volte diciamo Corpo di Cristo.
Lo è anche l'Eucaristia"Corpo Sacramentale di Cristo"
Il Pane è il Suo Corpo e il Vino è il Suo Sangue.
L'Eucaristia non è il Corpo Storico e non è La Chiesa Corpo Ecclesiale di Cristo.
Essa è Corpo di Cristo Passaggio e Strumento per Incorporare In Noi
l'Originale del Figlio per Divenire a Lui In Lui Somiglianti
Potere Rigenerativo che la Sua Presenza Perpetua.
Proprio perché Cristo stesso con il Suo Corpo
è il Principio Vitale e Vitalizzante il Progetto del Padre per Noi.
Ecco che Cristo Perpetua il Suo Corpo nella Ritualità della Transunstanziazione
Per le Sue stesse Parole affidate agli Apostoli d'Ogni Tempo, il Pane è Suo Corpo, il Vino è Suo Sangue.
In Ogni Luogo in Ogni Tempo si Rende Attuale, Disponibile, Efficace, Il Principio Vitale, Dio stesso.
A Chi lo ha Accolto e lo Accoglie ha Dato il Potere di Divenire Figlio di Dio
Accogliendo e Ricevendo... Il Corpo di Mezzo... Il Corpo di Cristo
che Viene passa a Noi attraverso le Sacre Specie.
Ecclesia De Eucharistia... La Chiesa fa l'Eucaristia
e l'Eucaristia Fa la Chiesa Donando a Noi Quel Corpo di Cristo
che Crescerà in Noi per la Potenza e la Guida dello Spirito Santo per Conformarci
a Cristo e In Cristo per farci Divenire Suo Corpo Sua Chiesa Comunione che nell'Amore Vive e Serve.
Quel Corpo Glorioso di quel mattino di Pasqua Giunge a Noi attraverso il Pane e Vino Consacrati.

Camminando con San Giuseppe - Giuseppe e Maria perdonano il figlio Gesù

Continua la riflessione di Enza su San Giuseppe, padre putativo di Gesù:  

CAMMINANDO CON SAN GIUSEPPE
8a PARTE

GIUSEPPE E MARIA PERDONANO GESU’ A GERUSALEMME

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando Egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo l’usanza; ma, trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il
fanciullo rimase a Gerusalemme senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti. Non avendolo trovato tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua Madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo angosciati”. Ed egli rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua Madre custodiva tutti questi fatti nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.
(Lc 2,41-50)

Prima di passare alla meditazione di questo Vangelo, bisogna sapere che a quei tempi gli Ebrei potevano avvicinarsi alle Scritture all’età di dodici anni. A quell’età il padre, qualsiasi padre, si sentiva onorato che il figlio potesse entrare in sinagoga e leggere anche lui le scritture. Anche per Gesù è stato così, e Giuseppe, da qui in avanti, si renderà conto che il Figliolo afferma la propria identità e comincia a svelare la missione ricevuta dal Padre celeste. Staccato ormai dalle cose terrene, sicuro va verso quella strada per la quale è venuto al mondo. Al dodicesimo anno di età Gesù viene portato al Tempio da Maria e Giuseppe per il pellegrinaggio annuale in occasione della Pasqua. Da come interpretiamo il Vangelo, Giuseppe e Maria non capiscono appieno il significato delle parole di Gesù, perché non sono ancora preparati alla completa comprensione del messaggio e delle azioni che il Figlio Gesù rivelerà molti anni dopo. Con la sua fermata al Tempio, io vedo che Gesù inizia il graduale distacco dai genitori, anche se il Vangelo dice che dopo questo fatto ha vissuto sottomesso e in sapienza.
Io come genitore però, penso che Gesù a casa abbia parlato con Maria e Giuseppe, abbia spiegato ciò che sentiva dentro di Lui. Come avrebbe potuto alle nozze di Cana Mamma Maria dire con assoluta certezza: fate ciò che vi dirà? Chissà quanto hanno parlato in quegli anni in famiglia! E quante rivelazioni dal Padre Gesù avrà avuto! Maria ha custodito tutto nel suo cuore come solo una vera mamma sa fare.
Con la perdita di Gesù al Tempio, immagino Giuseppe, “suo custode”, quale sofferenza avrà provato. Quest’assenza inspiegabile l’avrà tormentato non poco, ma questi tre giorni diventano un anticipo di ciò che accadrà molti anni dopo sulla croce che lo separeranno dalla resurrezione, la vera Pasqua che ratificherà il passaggio alla nuova ed eterna alleanza.
Infatti, leggendo la Bibbia e i Vangeli, non posso non fermarmi a meditare quante volte Dio ci mostra i segni nei famosi “tre giorni”. La Bibbia è piena di numeri importanti, ma quando si parla dei tre giorni si vede chiaramente, alla luce del Nuovo Testamento, la passione, la morte e la resurrezione di Gesù.
Lo smarrimento di Gesù porta soprattutto a smarrire i genitori che si sentono perduti e angosciati senza di Lui. In quei tempi e in quei luoghi, si formavano carovane nei viaggi lunghi per proteggersi dai briganti e nessuno si fidava a viaggiare da solo. In questo caso però, vediamo Maria e Giuseppe lasciare la carovana per ritornare a Gerusalemme e cercare Gesù rischiando anche la loro vita. Ma loro non disperano e non si lasciano scoraggiare, lo cercano dappertutto finché con grande gioia lo ritrovano nella “Casa del Padre”.
Gesù con questo allontanamento fa capire che arriva il momento in cui deve cominciare ad occuparsi “delle cose del Padre suo”. Giuseppe inizia a intuire quello che Dio gli chiede: da maestro deve diventare discepolo di quel figlio che ha ricevuto in dono, “il tesoro” più prezioso da non perdere. Lui sa che Gesù non gli appartiene e che il suo compito di custode e protettore paterno volge alla fine.
Allora vediamo che la via di Giuseppe diventa a poco a poco quella di Gesù, che bisogna seguire lasciando ogni altra cosa senza rimpianti, perché proprio in Lui si trova quella perla e quel tesoro così immenso che tutto il resto diventa “spazzatura”.
Anche noi dobbiamo mettere in conto che nella nostra vita possiamo smarrire Gesù così come è successo a Maria e Giuseppe. La preghiera si fa arida, pare che il Signore sia lontano, assente o inesistente, e nello smarrimento la nostra fede vacilla. Allora dobbiamo fare come i due santi Coniugi: scendere dalla carovana della vita, camminare insieme a loro e cercare Gesù nel Tempio. San Giuseppe ci aiuta a trascorrere la “notte oscura” e vedervi un passaggio, una “Pasqua” da attraversare verso un nuovo giorno di luce. Noi come lui dobbiamo accettare la sofferenza, senza rinunciare a credere, e senza perdere la speranza, cercando e amando sempre ciò che vale di più: Gesù. 

PREGHIERA

O San Giuseppe, quando siamo persi e soli ti sentiamo particolarmente vicino, perché come hai protetto e custodito Gesù, così fai anche per noi, se tutto mettiamo nel tuo manto: iI nostri figli con la loro poca fede, i bambini orfani, ammalati e sofferenti. Quei genitori che nel momento dello smarrimento non sanno andare incontro a Gesù come avete fatto voi, non lo cercano dove Lui si fa trovare: nella Parola e nell’Eucarestia. Molti cercano chissà dove la felicità quando invece basterebbe fermarsi un attimo e la troverebbero gratuitamente in Gesù. San Giuseppe dolcissimo, sostienici, e con la tua intercessione fa che non perdiamo la speranza, continuando a cercare Gesù e amarlo come hai fatto tu.
Grazie S. Giuseppe

Rosarium Virginis Mariae - XI parte

Carissimi, come ogni Mercoledì e Venerdì, continuiamo la meditazione del Santo Rosario attraverso la Lettera Apostolica "Rosarium Virginis Mariae del Beato Giovanni Paolo II che ha sempre nutrito un amore speciale per la Mamma Celeste: 


CAPITOLO III

PER ME VIVERE È CRISTO

Il Rosario, via di assimilazione del mistero

26. La meditazione dei misteri di Cristo è proposta nel Rosario con un metodo caratteristico, atto per sua natura a favorire la loro assimilazione. È il metodo basato sulla ripetizione. Ciò vale innanzitutto per l'Ave Maria, ripetuta per ben dieci volte ad ogni mistero. Se si guarda superficialmente a questa ripetizione, si potrebbe essere tentati di ritenere il Rosario una pratica arida e noiosa. Ben altra considerazione, invece, si può giungere ad avere della Corona, se la si considera come espressione di quell'amore che non si stanca di tornare alla persona amata con effusioni che, pur simili nella manifestazione, sono sempre nuove per il sentimento che le pervade.

In Cristo, Dio ha assunto davvero un « cuore di carne ». Egli non ha soltanto un cuore divino, ricco di misericordia e di perdono, ma anche un cuore umano, capace di tutte le vibrazioni dell'affetto. Se avessimo bisogno in proposito di una testimonianza evangelica, non sarebbe difficile trovarla nel toccante dialogo di Cristo con Pietro dopo la Risurrezione: « Simone di Giovanni, mi vuoi bene? ». Per ben tre volte è posta la domanda, per ben tre volte è data la risposta: « Signore, tu lo sai che ti voglio bene » (cfr Gv 21, 15-17). Al di là dello specifico significato del brano, così importante per la missione di Pietro, a nessuno sfugge la bellezza di questa triplice ripetizione, in cui l'insistente richiesta e la relativa risposta si esprimono in termini ben noti all'esperienza universale dell'amore umano. Per comprendere il Rosario, bisogna entrare nella dinamica psicologica che è propria dell'amore.

Una cosa è chiara: se la ripetizione dell'Ave Maria si rivolge direttamente a Maria, con Lei e attraverso di Lei è in definitiva a Gesù che va l'atto di amore. La ripetizione si alimenta del desiderio di una conformazione sempre più piena a Cristo, vero 'programma' della vita cristiana. San Paolo ha enunciato questo programma con parole infuocate: « Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno » (Fil 1, 21). E ancora: « Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » (Gal 2, 20). Il Rosario ci aiuta a crescere in questa conformazione fino al traguardo della santità.

Un metodo valido...

27. Che il rapporto con Cristo possa avvalersi anche dell'aiuto di un metodo non deve stupire. Iddio si comunica all'uomo rispettando il modo di essere della nostra natura ed i suoi ritmi vitali. Per questo la spiritualità cristiana, pur conoscendo le forme più sublimi del silenzio mistico, nel quale tutte le immagini, le parole e i gesti sono come superati dall'intensità di una unione ineffabile dell'uomo con Dio, è normalmente segnata dal coinvolgimento totale della persona, nella sua complessa realtà psico-fisica e relazionale.

Questo appare in modo evidente nella Liturgia. I Sacramenti e i sacramentali sono strutturati con una serie di riti, che chiamano in causa le diverse dimensioni della persona. Anche la preghiera non liturgica esprime la stessa esigenza. Lo conferma il fatto che, in Oriente, la più caratteristica preghiera della meditazione cristologica, quella centrata sulle parole: « Gesù, Cristo, Figlio di Dio, Signore, abbi pietà di me peccatore »,(34) è tradizionalmente legata al ritmo del respiro, che, mentre favorisce la perseveranza nell'invocazione, assicura quasi una densità fisica al desiderio che Cristo diventi il respiro, l'anima e il 'tutto' della vita.

... che tuttavia può essere migliorato

28. Ho ricordato, nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte, che c'è oggi anche in Occidente una rinnovata esigenza di meditazione, che trova a volte in altre religioni modalità piuttosto accattivanti.(35) Non mancano i cristiani che, per la poca conoscenza della tradizione contemplativa cristiana, si lasciano allettare da quelle proposte. Esse tuttavia, pur avendo elementi positivi e talvolta integrabili con l'esperienza cristiana, nascondono spesso un fondo ideologico inaccettabile. Anche in quelle esperienze è molto in voga una metodologia che, mirando al traguardo di un'alta concentrazione spirituale, si avvale di tecniche di carattere psico-fisico, ripetitive e simboliche. Il Rosario si pone in questo quadro universale della fenomenologia religiosa, ma si delinea con caratteristiche proprie, che rispondono alle esigenze tipiche della specificità cristiana.

In effetti, esso non è che un metodo per contemplare. Come metodo, va utilizzato in relazione al fine e non può diventare fine a se stesso. Tuttavia, essendo frutto di secolare esperienza, anche il metodo non va sottovalutato. Milita a suo favore l'esperienza di innumerevoli Santi. Ciò non toglie, però, che esso possa essere migliorato. Proprio a questo mira l'integrazione, nel ciclo dei misteri, della nuova serie dei mysteria lucis, unitamente ad alcuni suggerimenti relativi alla recita che propongo in questa Lettera. Con essi, pur rispettando la struttura ampiamente consolidata di questa preghiera, vorrei aiutare i fedeli a comprenderla nei suoi risvolti simbolici, in sintonia con le esigenze della vita quotidiana. Senza questo, c'è il rischio che il Rosario non solo non produca gli effetti spirituali auspicati, ma persino che la corona, con la quale si è soliti recitarlo, finisca per essere sentita alla stregua di un amuleto o di un oggetto magico, con un radicale travisamento del suo senso e della sua funzione.

Camminando con San Giuseppe - Giuseppe esempio di lavoratore umile

Continua la riflessione di Enza su San Giuseppe, padre putativo di Gesù:   

CAMMINANDO CON GIUSEPPE
7a PARTE

GIUSEPPE CI INSEGNA COME LAVORARE NELL’UMILTA’.

Gesù poi ritornò a Nazarerth con i genitori e ubbidiva loro volentieri. Sua Madre custodiva gelosamente dentro di se il ricordo di tutti questi fatti. Gesù intanto cresceva, progrediva in sapienza e godeva il favore di Dio e degli uomini.
(Lc 2,51-52)

Camminando sulla via di Giuseppe, arriviamo ora alla sua bottega. Riportata la sua famiglia a Nazareth dopo la fuga in Egitto, Giuseppe è impegnato nel lavoro quotidiano senza lamentarsi delle fatiche. Con le sue mani e il sudore della sua fronte sostiene la famiglia procurando il necessario per vivere.

Voglio soffermarmi un momento su questo particolare.
Sappiamo bene che il lavoro è molto importante e quando questo viene a mancare l’uomo finisce per ammalarsi. Infatti, vediamo tutti quelli che perdono o non trovano lavoro come cadono in malattie molto serie oppure  come persone che, arrivate all’età del pensionamento e non avendo altri interessi, finiscono per ammalarsi o per vivere un’esistenza fatta di noia facendo soffrire spesso chi sta loro accanto.
Capita però che durante la nostra vita lavorativa, pur avendo un buon lavoro che ci fa vivere tranquilli, abbiamo sempre da lamentarci. Giuseppe no, Giuseppe è abituato ai grandi sacrifici. Non vi sono automobili e si va per forza a piedi; nemmeno le biciclette esistono, ed il mulo serve per portare le cose pesanti, il mulo per Giuseppe è uno strumento del suo lavoro. Non vi sono neppure i rubinetti, e l’acqua si va a prenderla alla fonte. Chissà quante volte anche Giuseppe, quando Maria era incinta, l’avrà aiutata a prendere l’acqua senza lamentarsi. Allora non c’era né televisione né le partite di calcio e neppure i bar, ma Giuseppe con la sua disponibilità e premura ha creato la serenità familiare che noi possiamo ben imparare. Meditando la vita di Giuseppe, possiamo anche noi migliorarci e, come Maria, meditare nel nostro cuore tutte le cose belle e brutte che ci possono accadere. Immagino che pure loro avranno discusso qualche volta, soprattutto quando Gesù si è smarrito a Gerusalemme e mi piace pensare a cosa (come avremmo fatto noi in una situazione del genere) Giuseppe abbia detto a Maria: ma non sai nemmeno badare a tuo figlio? Erano una famiglia, e come tale hanno vissuto le nostre stesse ansie e preoccupazioni, ma non si sente assolutamente dire che si siano maltrattati perché uno voleva aver ragione sull’altro, e questo è bello!
Giuseppe col suo lavoro va incontro ai bisogni della gente che lo chiama per le proprie necessità: riparare, creare, incollare…. Giuseppe non lavora per arricchirsi, magari disonestamente e a scapito degli sprovveduti, ma si accontenta di ciò che guadagna lavorando onestamente così come insegna il Signore: lavorare col sudore della fronte per migliorare il mondo.
Sappiamo che anche Gesù, passando gli anni e diventando un ragazzo, impara il lavoro del padre, tant’è che dopo alcuni anni la gente vedendo le sue opere dirà: ma non è il figlio del carpentiere? E più direttamente: non è costui il carpentiere?
Giuseppe è il modello dei lavoratori, è colui che lavora nel nascondimento, perché grandissimo è il compito che il Signore gli ha affidato, e non può che essere così: buono e umile. Egli mantenne Maria e Gesù, ma seppe rimanersene oscuro nella bottega dicendo si a quelle virtù ignorate dagli uomini. Lui seppe istruire il Salvatore del mondo;  Giuseppe ci insegna l’amore al lavoro, la sua importanza per la dignità dell’uomo, e realizza il progetto divino della Creazione. Da lui possiamo imparare lo spirito di laboriosità, la coscienza della professione, fedeltà al dovere, un’attenzione al tempo da vivere in pienezza.
Ma, Il compito più difficile per Giuseppe, non è tanto fare il carpentiere, ma quello di essere educatore. Cosa non facile: è artigiano ed è un esempio per i lavoratori, ma è principalmente “custode del Redentore” e modello degli educatori. Dobbiamo ammettere che è proprio nella bottega di Nazareth che troviamo l’ispirazione dell’arte educativa.
Qui i padri di famiglia vi si possono rispecchiare, ma pure gli educatori dell’infanzia e dell’adolescenza. Dobbiamo anche ammettere che è colui o colei che non è legato da vincoli di parentela che spesso trova in Giuseppe un riferimento assai significativo. Non per nulla Madre Teresa di Calcutta gli era devotissima. Lei che oltre ad accogliere lebbrosi e poveri doveva educare tutta quella moltitudine di bimbi che accoglieva nel suo grembo, come poteva tralasciare l’insegnamento di Giuseppe? Madre Teresa seppur donna ha seguito nella sua totalità San Giuseppe. Donna di preghiera, di carità, di amore. Ha accolto, ha fatto da madre a molti figli pur non avendo generato.
Non è fuori luogo affermare che qui abbiamo la famiglia ideale e l’indicazione per l’affido e l’adozione di bambini, come pure possiamo attingere per quei compiti educativi tralasciando gli psicologi atei che in questi  50 anni troppi danni hanno fatto alle famiglie avendo voluto escludere Gesù e il suo insegnamento.
Allora c’è da operare una doppia identificazione: noi in Giuseppe e i figli in Gesù.
All’educatore spetta la parte di Giuseppe e di riconoscere Gesù in coloro che sono affidati alle loro cure. Giuseppe infatti viene invocato come “perfetto educatore”.
Allora, bene ha fatto la Chiesa cattolica a pensare ad un giorno dedicato a lui, a Giuseppe  lavoratore.
Impariamo a conoscere quest’uomo per il giusto esercizio della paternità, di cui nella nostra società spesso si sfugge.

PREGHIERA

O San Giuseppe, aiutaci a lavorare nel silenzio e nell’umiltà. Sii d’esempio e d’aiuto a tutti i lavoratori. Nelle tue mani affidiamo i problemi del mondo dell’economia e del lavoro. Sostieni i genitori e che come te mettano in atto la “grazie e sapienza” per educare i bambini e i giovani che vivono un tempo non facile per la loro crescita sia fisica che spirituale.
Grazie caro san Giuseppe!

Rosarium Virginis Mariae - X parte

Carissimi, come ogni Mercoledì e Venerdì, continuiamo la meditazione del Santo Rosario attraverso la Lettera Apostolica "Rosarium Virginis Mariae del Beato Giovanni Paolo II che ha sempre nutrito un amore speciale per la Mamma Celeste:

CAPITOLO II

MISTERI DI CRISTO -
MISTERI DELLA MADRE
 
Dai 'misteri' al 'Mistero': la via di Maria

24. Questi cicli meditativi proposti nel Santo Rosario non sono certo esaustivi, ma richiamano l'essenziale, introducendo l'animo al gusto di una conoscenza di Cristo che continuamente attinge alla fonte pura del testo evangelico. Ogni singolo tratto della vita di Cristo, com'è narrato dagli Evangelisti, rifulge di quel Mistero che supera ogni conoscenza (cfr Ef 3, 19). È il Mistero del Verbo fatto carne, nel quale « abita corporalmente tutta la pienezza della divinità » (Col 2, 9). Per questo il Catechismo della Chiesa Cattolica insiste tanto sui misteri di Cristo, ricordando che « tutto nella vita di Gesù è segno del suo Mistero ».(30) Il « duc in altum » della Chiesa nel terzo Millennio si misura sulla capacità dei cristiani di « penetrare nella perfetta conoscenza del mistero di Dio, cioè Cristo, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza » (Col 2, 2-3). A ciascun battezzato è rivolto l'ardente auspicio della Lettera agli Efesini: « Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di [...] conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio » (3, 17-19).

Il Rosario si pone a servizio di questo ideale, offrendo il 'segreto' per aprirsi più facilmente a una conoscenza profonda e coinvolgente di Cristo. Potremmo dirlo la via di Maria. È la via dell'esempio della Vergine di Nazareth, donna di fede, di silenzio e di ascolto. È insieme la via di una devozione mariana animata dalla consapevolezza dell'inscindibile rapporto che lega Cristo alla sua Madre Santissima: i misteri di Cristo sono anche, in certo senso, i misteri della Madre, persino quando non vi è direttamente coinvolta, per il fatto stesso che Ella vive di Lui e per Lui. Facendo nostre nell'Ave Maria le parole dell'angelo Gabriele e di sant'Elisabetta, ci sentiamo spinti a cercare sempre nuovamente in Maria, tra le sue braccia e nel suo cuore, il « frutto benedetto del suo grembo » (cfr Lc 1, 42).

Mistero di Cristo, 'mistero' dell'uomo

25. Nella già ricordata testimonianza del 1978 sul Rosario quale mia preghiera prediletta, espressi un concetto sul quale desidero ritornare.

Dissi allora che « la semplice preghiera del Rosario batte il ritmo della vita umana ».(31)

Alla luce delle riflessioni finora svolte sui misteri di Cristo, non è difficile approfondire questa implicazione antropologica del Rosario. Un'implicazione più radicale di quanto non appaia a prima vista. Chi si pone in contemplazione di Cristo ripercorrendo le tappe della sua vita, non può non cogliere in Lui anche la verità sull'uomo. È la grande affermazione del Concilio Vaticano II, che fin dalla Lettera enciclica Redemptor hominis ho fatto tante volte oggetto del mio magistero: « In realtà, il mistero dell'uomo si illumina veramente soltanto nel mistero del Verbo incarnato ».(32) Il Rosario aiuta ad aprirsi a questa luce. Seguendo il cammino di Cristo, nel quale il cammino dell'uomo è « ricapitolato »,(33) svelato e redento, il credente si pone davanti all'immagine dell'uomo vero. Contemplando la sua nascita impara la sacralità della vita, guardando alla casa di Nazareth apprende la verità originaria sulla famiglia secondo il disegno di Dio, ascoltando il Maestro nei misteri della vita pubblica attinge la luce per entrare nel Regno di Dio e, seguendolo sulla via del Calvario, impara il senso del dolore salvifico. Infine, contemplando Cristo e sua Madre nella gloria, vede il traguardoa cui ciascuno di noi è chiamato, se si lascia sanare e trasfigurare dallo Spirito Santo. Si può dire così che ciascun mistero del Rosario, ben meditato, getta luce sul mistero dell'uomo.

Al tempo stesso, diventa naturale portare a questo incontro con la santa umanità del Redentore i tanti problemi, assilli, fatiche e progetti che segnano la nostra vita. « Getta sul Signore il tuo affanno, ed egli ti darà sostegno » (Sal 55, 23). Meditare col Rosario significa consegnare i nostri affanni ai cuori misericordiosi di Cristo e della Madre sua. A distanza di venticinque anni, ripensando alle prove che non sono mancate nemmeno nell'esercizio del ministero petrino, mi sento di ribadire, quasi come un caldo invito rivolto a tutti perché ne facciano personale esperienza: sì, davvero il Rosario « batte il ritmo della vita umana », per armonizzarla col ritmo della vita divina, nella gioiosa comunione della Santa Trinità, destino e anelito della nostra esistenza.

Preghiera per l'intercessione di San Luigi Gonzaga

Concludiamo la giornata nella Vigna, che ci ha fatto conoscere la figura di San Luigi Gonzaga, attraverso una preghiera per la sua intercessione, recitata dal Beato Giovanni Paolo II:

Santuario di Castiglione delle Stiviere - Sabato, 22 giugno 1991
 
1. San Luigi, povero in spirito,
a te con fiducia ci rivolgiamo,
benedicendo il Padre celeste,
perché in te ci hai offerto una prova eloquente
del suo amore misericordioso.
Umile e confidente adoratore
dei disegni del Cuore divino,
ti sei spogliato sin da adolescente
di ogni onore mondano
e di ogni terrena fortuna.
Hai rivestito il cilicio della perfetta castità,
hai percorso la strada dell’obbedienza,
ti sei fatto povero per servire Iddio,
tutto a Lui offrendo per amore.

2. Tu, “puro di cuore”,
rendici liberi da ogni mondana schiavitù.
Non permettere che i giovani
cadano vittime dell’odio e della violenza;
non lasciare che essi cedano alle lusinghe
di facili e fallaci miraggi edonistici.
Aiutali a liberarsi da ogni sentimento torbido,
difendili dall’egoismo che acceca,
salvali dal potere del Maligno.
Rendili testimoni della purezza del cuore.

3. Tu, eroico apostolo della carità,
ottienici il dono della divina misericordia,
che smuova i cuori induriti dall’egoismo
e tenga desto in ciascuno l’anelito verso la santità.
Fa’ che anche l’odierna generazione
abbia il coraggio di andare contro corrente,
quando si tratta di spendere la vita,
per costruire il Regno di Cristo.
Sappia anch’essa condividere
la tua stessa passione per l’uomo,
riconoscendo in lui, chiunque egli sia,
la divina presenza di Cristo.

4. Con te invochiamo Maria,
la Madre del Redentore.
A Lei affidiamo l’anima e il corpo,
ogni miseria e angustia,
la vita e la morte,
perché tutto in noi,
come avvenne in te,
si compia a gloria di Dio,
che vive e regna
per tutti i secoli dei secoli.
 Amen!

Camminando con San Giuseppe - La Famiglia di Nazareth

Continua la riflessione di Enza su San Giuseppe, padre putativo di Gesù:  

CAMMINANDO CON SAN GIUSEPPE
6a PARTE

LA FAMIGLIA DI NAZARETH

Dopo la morte di Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe, in Egitto, e gli disse: «Àlzati, prendi il bambino e sua madre, e va' nel paese d'Israele; perché sono morti coloro che cercavano di uccidere il bambino». Egli, alzatosi, prese il bambino e sua madre, e rientrò nel paese d'Israele. Ma, udito che in Giudea regnava Archelao al posto di Erode, suo padre, ebbe paura di andare là; e, avvertito in sogno, si ritirò nella regione della Galilea, e venne ad abitare in una città detta Nazareth, affinché si adempisse quello che era stato detto dai profeti, che egli sarebbe stato chiamato Nazareno.
(Matteo 2, 19-23)

LA FAMIGLIA UNITA
Finalmente per san Giuseppe e la sua famiglia è arrivato il tempo del ritorno in patria, dopo che l’Angelo in sogno l’ha avvertito che poteva ritornare. Leggendo questo Vangelo però, notiamo bene che la situazione politica non è cambiata molto, infatti in Giudea al posto di Erode c’è suo figlio Archelao, dal quale conviene stare bene alla larga.
Giuseppe decide così di cambiar strada e di raggiungere Nazareth di Galilea, dove lo sappiamo tutti, risiederà svolgendo il lavoro di falegname. Passano gli anni, anzi i decenni nella più completa ordinarietà, insomma , agli occhi della gente è una normale e semplicissima famiglia come ve ne sono molte. Nel silenzio e nel nascondimento senza nessun rumore di cronaca, Giuseppe svolge felice il suo dovere di sposo e padre. E’ pure cosciente che il tesoro più prezioso l’ha ricevuto da Dio: Maria, sposa e Madre dolcissima, che gli porta il dono grande di Gesù. Questa famiglia è dotata di: armonia e semplicità, altezza e profondità, e il rapporto tra Gesù, Giuseppe e Maria è fondato sul più grande amore, e rimane il prototipo invidiabile di ogni famiglia e autentica comunità.
Gesù era figlio, come tutti credevano, di Giuseppe, e lo leggiamo nei Vangeli. Infatti durante la sua vita pubblica tornerà la domanda: “Non è il figlio di Giuseppe?”. Gesù, figlio unigenito del Padre celeste, viene accolto da Giuseppe come vero figlio; e Giuseppe non manca al suo dovere di padre per molti anni.
Gesù vede in Giuseppe una meravigliosa persona, il genitore che si prende cura di Lui, che l’aiuta a crescere, il custode che lo protegge davanti ai pericoli, l’amico che lo ascolta e che gli dedica il suo tempo, ma soprattutto è l’uomo di Dio che lo avvia alla preghiera e alla conoscenza della Torah. Il Vangelo infatti
evidenzia che Gesù a Nazareth “era sottomesso ai genitori” e “cresceva in età, in sapienza e in grazia davanti a Dio e agli uomini”. In definitiva Giuseppe si fa tramite nella formazione umana e la crescita materiale e spirituale di Gesù, introducendolo nella comunità civile e religiosa. Accompagna il figlio nella preghiera e nel rapporto con Dio. Ogni giorno recita la preghiera di Israele, e il sabato frequenta la sinagoga.
Anche per noi Giuseppe può diventare il nostro “capofamiglia” se camminiamo con lui. Può essere il padre di casa che ci guida facendoci sentire fratelli, facendoci gustare la bellezza dell’amore vero e puro.
Possiamo così vedere l’intero popolo di Dio come una grande famiglia il cui patrono è il nostro meraviglioso santo. Da Giuseppe impariamo dunque a fare Chiesa e a fare “famiglia”.

PREGHIERA
O San Giuseppe ti invochiamo, fa che non sia solo un sogno, ma che quell’ideale di famiglia unita che vediamo realizzata in voi, sia costruito giorno per giorno nelle nostre famiglie. Aiutaci a costruire nella Chiesa vere comunità, dove cresce l’amore fraterno, la pace e l’unità.
Gesù, Giuseppe e Maria aiutateci a riconoscere in ogni prossimo il nostro fratello.
Grazie San Giuseppe.

Dio ha mandato il Figlio suo perché il mondo sia salvato per mezzo di lui

Concludiamo la giornata liturgica attraverso l'ormai consueto appuntamento di meditazione con le riflessioni di noti sacerdoti e movimenti religiosi. Oggi riflettiamo attraverso le parole di mons. Vincenzo Paglia:

Con la festa della Trinità si apre il tempo liturgico chiamato "ordinario", perché non ha nessuna memoria particolare della vita di Gesù. Tuttavia non è un tempo meno significativo del precedente. Potremmo anzi dire che la festa della SS.ma Trinità proietta la sua luce su tutta la vicenda umana. Infatti l'azione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo è presente sin dalla creazione. "Il Verbo era in principio presso Dio" e "tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste", come scrive Giovanni nel prologo al suo Vangelo. Questo sta a dire che già il momento della creazione è radicalmente segnato dalla comunione tra il Padre e il Figlio. Sì da poter dire che ogni realtà umana è fatta di comunione e per la comunione. Dio, dopo aver creato l'uomo, disse: "non è bene che l'uomo sia solo". Appunto, come Dio stesso non è solo. Il Dio di Gesù non è un essere solitudinario, ma una "famiglia" di tre persone. Si potrebbe dire: si vogliono così bene da essere una cosa sola. E non basta. Non hanno trattenuto per sé la loro gioia. L'hanno riversata sugli uomini. Scrive Giovanni: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque creda in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3, 16). L'invio del Figlio non nasce da un obbligo giuridico, semmai da una sovrabbondanza d'amore. La Trinità non è altro che questo mistero sovrabbondante d'amore che dal cielo si è riversato sulla terra superando ogni frontiera, ogni confine, anche ogni fede. Ed è come un'energia irrefrenabile per chi l'accoglie. Lo Spirito Santo spinge, trascina verso Dio ch'è pienezza di amore. La Trinità, questa incredibile "famiglia", ha scelto di entrare nella storia degli uomini per chiamare tutti a far parte di essa. Questo è l'orizzonte finale che il mistero della Trinità dischiude agli uomini. E tale orizzonte è senza dubbio una sfida lanciata a tutte le Chiese cristiane; potremmo aggiungere anche a tutte le religioni e a tutti gli uomini. È la sfida a vivere nell'amore, proprio mentre sembra irrobustirsi la via dei particolarismi e dell'individualismo. La Trinità spinge a superare i confini, e in ogni caso li relativizza sino a distruggerli. Lì dove c'è amore, lì c'è Dio.

Camminando con San Giuseppe - La Santa Famiglia fugge in Egitto

Continua la riflessione di Enza su San Giuseppe, padre putativo di Gesù:  

CAMMINANDO CON S. GIUSEPPE
5a PARTE

LA SANTA FAMIGLIA FUGGE IN EGITTO

Dopo la partenza dei sapienti, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse:
«Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo».
Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall'Egitto ho chiamato il mio figlio.

Giuseppe era unito nell’esistenza a Gesù e sua Madre, perciò intuisce ciò che lo aspetta: difficoltà, stenti, rifiuti ed incomprensioni saranno i suoi “compagni di viaggio”. Se leggiamo anche le altre riflessioni vediamo: il disagio della grotta, la profezia di Simeone nel tempio e ora la persecuzione di Erode che uccide massacrando i bambini innocenti, così che Giuseppe è costretto a fuggire in Egitto. Allora possiamo notare che la Santa famiglia sperimenta l’ingiustizia che regna tra gli uomini, ma Giuseppe senza lamentarsi accoglie continuamente le richieste di Dio, dice continuamente “Si”.
Se seguiamo la via che Giuseppe ci ha preparato con la sua obbedienza, sapremo affrontare: contrarietà e sofferenze a causa degli altri; quando tocchiamo con mano che la nostra società si regge sull’egoismo e arrivismo, sullo sfruttamento e sopraffazione.
San Giuseppe risponde sempre con il bene, ma soprattutto crede molto nella giustizia di Dio; sopporta senza disperarsi e paga di persona per un mondo migliore. Lui sa cosa significano violenza e persecuzione, ne ha la certezza quando l’Angelo gli dice: “Alzati, prendi il bambino e sua Madre e fuggi in Egitto, perché Erode sta cercando il Bambino per ucciderlo”. L’Angelo lo avverte  che sarà lui ad avvisarlo quando tornare, e la stessa notte Giuseppe fa i bagagli e con il mulo porta la sua amata famiglia in Egitto.
Minacciato, emigrato, esiliato, rifugiato fugge dagli uomini e accetta la prova perché ha fede grande in Dio.
Lui che è innocente, scampa alla strage ordinata da chi sta al potere, per conservare il proprio posto a costo di sangue innocente. Giuseppe condivide il dolore di chi soffre per le ingiustizie vivendole di prima persona sulla propria pelle. Lui rivive le esperienze dei Padri , asserviti in Egitto e poi nel deserto.
Posso a questo punto immaginare il suo desiderio di ritorno in Patria, e pensando alle sofferenze provate da questa nostra Santa Famiglia, non posso non pensare a tutti gli immigrati che stanno fuggendo da persecuzioni e tirannie. La storia continua, proprio perché l’uomo di oggi, come ha fatto Erode, si rifiuta di conoscere Gesù, perché nella conoscenza di Gesù l’uomo non può più ambire al potere solo per dare a se stesso onore e gloria, ma per portare una nazione a vivere nella libertà di leggi fatte a misura d’uomo, per tutti gli uomini, perché davanti a Dio non esiste colore della pelle e neppure nazionalità, avendoci donato la terra per poter vivere tutti come fratelli.
Possiamo inoltre pensare alle guerre e al terrorismo, agli squilibri sociali del nord e sud del mondo, alla giustizia manipolata e all’oppressione dei potenti. Questi sono i moderni “Erode”.
Una cosa altrettanto grave è la diffusa scristianizzazione, la diffusa indifferenza verso la fede e molto spesso, anzi troppo spesso, l’aperta opposizione ai valori del Vangelo; tutto ciò non fa ben sperare.
Io vedo in tutto ciò una mano occulta che vuole estromettere Cristo e la sua Chiesa dalla società odierna.
Così anche noi come Giuseppe, ci troviamo davanti alla via dell’esilio e del deserto e abbiamo il compito di difendere Gesù da chi vuol “farlo fuori”, offrendo con molto coraggio la nostra testimonianza di fede.
Ringrazio perciò Dio, che tramite la Vigna, posso parlare di Gesù senza essere maltrattata e violentata con offese solo perché testimonio Gesù, la Chiesa e la bontà di Dio per noi.

PREGHIERA A S. GIUSEPPE
O San Giuseppe, che hai provato tanto dolore per l’ingiustizia degli uomini, l’amarezza della persecuzione e dell’esilio, che hai protetto Gesù con tanto amore, fa che non ci abbattiamo davanti ai torti e alle sofferenze che incontriamo, che sappiamo rispondere come te alle offese portando sempre il bene dove c’è il male. Donaci perciò di saper difendere Gesù nella nostra vita e testimoniare la nostra fede con coraggio e trasparenza.

Rosarium Virginis Mariae - IX parte

Carissimi, come ogni Mercoledì e Venerdì, continuiamo la meditazione del Santo Rosario attraverso la Lettera Apostolica "Rosarium Virginis Mariae del Beato Giovanni Paolo II che ha sempre nutrito un amore speciale per la Mamma Celeste:

CAPITOLO II

MISTERI DI CRISTO -
 MISTERI DELLA MADRE  

Misteri del dolore

22. Ai misteri del dolore di Cristo i Vangeli danno grande rilievo. Da sempre la pietà cristiana, specialmente nella Quaresima, attraverso la pratica della Via Crucis, si è soffermata sui singoli momenti della Passione, intuendo che è qui il culmine della rivelazione dell'amore ed è qui la sorgente della nostra salvezza. Il Rosario sceglie alcuni momenti della Passione, inducendo l'orante a fissarvi lo sguardo del cuore e a riviverli. Il percorso meditativo si apre col Getsemani, lì dove Cristo vive un momento particolarmente angoscioso di fronte alla volontà del Padre, alla quale la debolezza della carne sarebbe tentata di ribellarsi. Lì Cristo si pone nel luogo di tutte le tentazioni dell'umanità, e di fronte a tutti i peccati dell'umanità, per dire al Padre: « Non sia fatta la mia, ma la tua volontà » (Lc 22, 42 e par). Questo suo 'sì' ribalta il 'no' dei progenitori nell'Eden. E quanto questa adesione alla volontà del Padre debba costargli emerge dai misteri seguenti, nei quali, la salita al Calvario, con la flagellazione, la coronazione di spine, la morte in croce, Egli è gettato nella più grande abiezione: Ecce homo!

In questa abiezione è rivelato non soltanto l'amore di Dio, ma il senso stesso dell'uomo. Ecce homo: chi vuol conoscere l'uomo, deve saperne riconoscere il senso, la radice e il compimento in Cristo, Dio che si abbassa per amore « fino alla morte, e alla morte di croce » (Fil 2, 8). I misteri del dolore portano il credente a rivivere la morte di Gesù ponendosi sotto la croce accanto a Maria, per penetrare con Lei nell'abisso dell'amore di Dio per l'uomo e sentirne tutta la forza rigeneratrice.

Misteri della gloria


23.« La contemplazione del volto di Cristo non può fermarsi all'immagine di Lui crocifisso. Egli è il Risorto! ».(29) Da sempre il Rosario esprime questa consapevolezza della fede, invitando il credente ad andare oltre il buio della Passione, per fissare lo sguardo sulla gloria di Cristo nella Risurrezione e nell'Ascensione. Contemplando il Risorto il cristiano riscopre le ragioni della propria fede (cfr 1 Cor 15, 14), e rivive la gioia non soltanto di coloro ai quali Cristo si manifestò – gli Apostoli, la Maddalena, i discepoli di Emmaus –, ma anche la gioia di Maria, che dovette fare un'esperienza non meno intensa della nuova esistenza del Figlio glorificato. A questa gloria che, con l'Ascensione, pone il Cristo alla destra del Padre, Ella stessa sarà sollevata con l'Assunzione, giungendo, per specialissimo privilegio, ad anticipare il destino riservato a tutti i giusti con la risurrezione della carne. Coronata infine di gloria – come appare nell'ultimo mistero glorioso – Ella rifulge quale Regina degli Angeli e dei Santi, anticipazione e vertice della condizione escatologica della Chiesa.

Al centro di questo percorso di gloria del Figlio e della Madre, il Rosario pone, nel terzo mistero glorioso, la Pentecoste, che mostra il volto della Chiesa quale famiglia riunita con Maria, ravvivata dall'effusione potente dello Spirito, pronta per la missione evangelizzatrice. La contemplazione di questo, come degli altri misteri gloriosi, deve portare i credenti a prendere coscienza sempre più viva della loro esistenza nuova in Cristo, all'interno della realtà della Chiesa, un'esistenza di cui la scena della Pentecoste costituisce la grande 'icona'. I misteri gloriosi alimentano così nei credenti la speranza della meta escatologica verso cui sono incamminati come membri del Popolo di Dio pellegrinante nella storia. Ciò non può non spingerli ad una coraggiosa testimonianza di quel « lieto annunzio » che dà senso a tutta la loro esistenza.

Camminando con San Giuseppe - Gesù viene presentato al Tempio

Continua la riflessione di Enza su San Giuseppe, padre putativo di Gesù: 


CAMMINANDO CON SAN GIUSEPPE

4a PARTE



GESU’ VIENE PRESENTATO AL TEMPIO



Quando furono passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre. Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.

(Lc 2,21-24)



Giuseppe uomo giusto e osservante della Legge di Dio dopo la nascita di Gesù sapeva che doveva compiere il rito della circoncisione, per assegnare così al Bambino Gesù l’appartenenza al popolo dell’alleanza a cominciare da Abramo, capostipite e modello di fede per tutti i discendenti.

Giuseppe è un modello di fede che anche noi dobbiamo seguire, lui che “spera contro ogni speranza”, dobbiamo ritenerlo “Padre dei credenti”. Come Abramo ha obbedito, ha avuto fiducia, ha seguito la voce di Dio diventando Padre di tutti i popoli, così anche san Giuseppe è Padre di tutti noi Cristiani. Lui ha sentito la voce, l’ha ascoltata, ha obbedito, ha avuto fiducia in Dio, e proprio per il suo cuore buono unito alla conoscenza della Scrittura, ci ha donato senza timore alcuno la salvezza, e non da meno ha amato Maria proprio perché ha saputo entrare nel cuore di Dio.

Spesse volte mi trovo a pensare quante coppie di sposi si trovano nello stesso dilemma. Accettare o non accettare il bambino che deve nascere e che non è il bambino che si voleva. Magari è un bambino handicappato, oppure non lo si vorrebbe perché il momento non è il più felice causa ristrettezze economiche o per l’età ecc. Sappiamo che il Signore dona la vita e la prende sempre nel momento migliore per noi, siamo noi che diversamente con le nostre scelte roviniamo i suoi progetti per il nostro bene.

Avevo 15 anni quando mia madre semi-inferma si accorse di aspettare un bambino, lei aveva 41 anni e mio padre 50. Mi ricordo che tutti erano contro questa gravidanza. I miei genitori invece, molto credenti, rispondevano a tutti: “il Signore se ce lo dona avrà i suoi motivi”. Infatti, a parte la vita donata a mia sorella, persona buona e intelligente, mio padre, rimasto vedovo dopo 16 anni dalla nascita della figlia, ha potuto non solo godere dei benefici della sua compagnia essendo io ormai sposata con figli, ma pure di quella piccola e quotidiana assistenza e amorevolezza che lei le dava con la sua presenza. Mio padre non è mai rimasto solo! Posso allora tranquillamente dire, che per mio padre è stata la sua salvezza, perché non è caduto in quella brutta malattia che si chiama depressione causa la vedovanza, senza contare l’infinita gioia che ha prodotto in tutti noi la nascita della mia unica sorella.

Allora vediamo Giuseppe attento ed obbediente ad ogni indicazione che il Signore tramite l’Angelo gli dà. Infatti Giuseppe esercita la sua paternità imponendo al Bimbo il nome Gesù “colui che salva”, nome che è tutto un programma. Come si può vedere, Giuseppe esercita la sua autorità legale sul quel figlio che, davanti a Dio e agli uomini gli appartiene, e ricollegandosi agli antenati diventa stirpe di Davide suggellando le antiche profezie. A questo punto possiamo dire che Giuseppe sa rispettare molto bene la legge civile e religiosa, a vedere gli eventi contemplando Dio nella storia.

Otto giorni dopo la nascita il Bambino Gesù deve essere portato al tempio per la circoncisione, e gli sposi offrono in sacrificio due colombe. Anche da questa offerta possiamo immaginare le condizioni economiche di Maria e Giuseppe. Possiamo perciò pensare che anche la loro esistenza non era ricca di beni, ma vissuta nella semplicità del lavoro di Giuseppe artigiano falegname. Però questi due colombi che rappresentano la povertà, sono in realtà il dono più prezioso: la presentazione stessa del Salvatore.

Camminando sulla “via di Giuseppe”, ci imbattiamo nella nascita di Gesù dove siamo chiamati a riconoscerlo come Signore e Messia. Maria lo ha dato a noi fisicamente, ma ora tocca a Giuseppe e non a Maria, presentarlo al Tempio.

E’ bello vedere nei dipinti e nelle rappresentazioni d’arte, Giuseppe che è raffigurato col Bambino in braccio! Non porta se stesso e non ci manda in una direzione errata, ci indica invece in quel Figlio “la via giusta”.

Con Giuseppe siamo al centro della nostra fede e non in qualche bordo marginale. Come cristiani dobbiamo presentare, come fa Giuseppe, Cristo al mondo, per seguire Lui e percorrere la via della salvezza.

Poi vediamo un altro grande uomo al tempio: Simone, che suggella l’evento della presentazione. Dalle sue parole infatti, si realizza in quel Bambino il compimento delle profezie. Ci mostra subito Gesù come “luce per illuminare le genti, e gloria del popolo d’Israele”.

C’è però anche un presagio in ciò che dice a Maria: “quel Figlio sarà segno di contraddizione” e “una spada le trafiggerà l’anima. Sicuramente queste parole non saranno state leggere neppure per Giuseppe, il quale avrà capito che la via non sarebbe stata per loro, né facile né spianata, e che la sua missione, insieme alla sua sposa, sarebbe stata carica di dolore.

Come per il nostro santo anche noi dobbiamo mettere in conto che la vita non è “rose e fiori”, che la via giusta non è quella larga e in discesa, ma piuttosto stretta e in salita. Il Signore non ci risparmia dalle fatiche e dalle sofferenze, che anzi proprio il “presentare Cristo” può diventare motivo di contraddizione e di persecuzione.



PREGHIAMO

Ti preghiamo caro san Giuseppe, tu che hai dato il nome a Gesù , esercita la tua paternità su di noi che ricorriamo a te come figli tuoi. Insegnaci la forza della fede e aiutaci a presentare Gesù al mondo con amore, con una buona testimonianza di vita, affrontando ogni difficoltà e opposizione. Possiamo essere coerenti e fedeli credendo sempre nella verità e nella grazia del Signore con noi.

Sezione dedicata alla nostra amica Patrizia:

Il Dolore solo se è accettato e offerto diviene gioia, altrimenti può diventare disperazione. Il maligno tenta sempre di farci imboccare questa strada, che porta alla distruzione di sè e degli altri.
La domanda, il grido ci salva, perchè, come un bambino quando invoca la mamma è aiutato da lei, a maggior ragione o tanto più la nostra Mamma Celeste viene in nostro soccorso, portandoci lo Spirito Consolatore che ci fa ritornare la speranza.

Questo dolore non è capito dagli uomini, difficilmente ci possono aiutare, di solito LO aumentano!

Solo TU Signore ci comprendi totalmente, perchè siamo opera Tua. Fa' o Signore che possiamo amare anche chi non comprendiamo o non ci comprende, grazie. (Patrizia)

Gesù Cristo

Gesù Cristo
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

Riflettiamo

Impariamo a soffermarci sulle parole e meditiamone il loro significato

L'importanza della preghiera

Chi prega, certamente si salva; chi non prega certamente si danna. Tutti i beati, eccettuati i bambini, si sono salvati col pregare. Tutti i dannati si sono perduti per non pregare; se pregavano non si sarebbero perduti. E questa è, e sarà la loro maggiore disperazione nell’inferno, l’aversi potuto salvare con tanta facilità, quant’era il domandare a Dio le di lui grazie, ed ora non essere i miseri più a tempo di domandarle

(Sant'Alfonso Maria De' Liguori)

Accrescere la cultura

«Io voglio vivere per Gesù e per la Chiesa. La scienza che serve a farmi vivere sempre più per il Signore e per la Chiesa è la cultura della mia vita e tutta la mia vita di cultura». Ogni giorno, ogni ora, ogni istante io sento il bisogno di accrescere le mie conoscenze. E la Chiesa è una fonte inesauribile di vita e di cultura per me!».

(San Pio da Pietrelcina)

Il dono della Sapienza

Nella Sapienza c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senz’affanni. 
Onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi. 
È un’emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra. 
È un riflesso della Luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà.

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Le preghiere dei Santi:

Le preghiere dei Santi:
Noi ci affidiamo a te. Non abbandonarci alla tristezza perché tu, Signore, sei con noi sempre. Tu non ci lascerai un istante. Se non avessi steso la mano, quante volte la nostra fede avrebbe vacillato! Tu, Signore, sei sempre intento ad accogliere le nostre confidenze. Aiutaci a non abbatterci nelle sofferenze fisiche e morali. Non permettere di affliggerci fino a perdere la pace interiore. Fa’ che camminiamo con buona fede, senza inquietudini e sconforti. Noi ci affidiamo a te: prendici la mano e guidaci pur per incogniti sentieri. Insegnaci ad affrontare la prova a mente serena, per amore tuo che la permetti. Donaci di acquistare tesori per la santa eternità. (San Pio da Pietrelcina)

Dio, nostro Padre, tu hai tanto amato gli uomini da mandare a noi il tuo unico Figlio Gesù, nato dalla Vergine Maria, per salvarci e ricondurci a te. Ti preghiamo, Padre buono, dona la tua benedizione anche a noi, ai nostri genitori, alle nostre famiglie e ai nostri amici. Apri il nostro cuore, affinché sappiamo ricevere Gesù nella gioia, fare sempre ciò che egli ci chiede e vederlo in tutti quelli che hanno bisogno del nostro amore. Te lo chiediamo nel nome di Gesù, tuo amato Figlio, che viene per dare al mondo la pace. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.(Venerabile Giovanni Paolo II)

Padre santo e giusto, Signore Re del cielo e della terra, ti rendiamo grazie per il fatto stesso che tu esisti, ed anche perché con un gesto della tua volontà, per l'unico tuo Figlio e nello Spirito Santo, hai creato tutte le cose visibili ed invisibili e noi, fatti a tua immagine e somiglianza, avevi destinato a vivere felici in un paradiso dal quale unicamente per colpa nostra siano stati allontanati. (San Francesco di Assisi)

Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile. E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te. (Sant'Agostino))

“O Dio di grande Misericordia, bontà infinita, ecco che oggi tutta l’umanità grida dall’abisso della sua miseria alla Tua Misericordia, alla Tua compassione, o Dio, e grida con la voce potente della propria miseria. O Dio benigno, non respingere la preghiera degli esuli di questa terra. O Signore, bontà inconcepibile, che conosci perfettamente la nostra miseria e sai che non siamo in grado di innalzarci fino a Te con le nostre forze, Ti supplichiamo, previenici con la Tua grazia e moltiplica incessantemente su di noi la Tua Misericordia, in modo che possiamo adempiere fedelmente la Tua santa volontà durante tutta la vita e nell’ora della morte. L’onnipotenza della Tua Misericordia ci difenda dagli assalti dei nemici della nostra salvezza, in modo che possiamo attendere con fiducia, come figli Tuoi, la Tua ultima venuta...” (Santa Faustina Kowalska))

Affinché coloro che mi guardano non vedano la mia persona, ma Te in me. Rimani con me. Così risplenderò del Tuo splendore e potrò essere luce per gli altri. La mia luce verrà da Te solo, Gesù, non sarà mio nemmeno un piccolo raggio. Sei Tu che illuminerai gli altri attraverso di me. Ispirami la lode che Ti è più gradita, illuminando gli altri attorno a me. Che io Ti annunci non con le parole ma con l'esempio, con la testimonianza dei miei atti, con lo scatto visibile dell'amore che il mio cuore riceve da Te. Amen. (Madre Teresa di Calcutta))

Signore Gesù, tu hai dato la vita per me: io voglio donare la mia a te. Signore Gesù, tu hai detto: «Amore più grande non c'è che dare la vita per gli amici». Il mio supremo amore sei tu. È sera. Il giorno ormai declina. Resta con me Signore. Voglio seguirti portando la mia croce. Signore, vieni in mio aiuto e guidami nel cammino. La tua voce, Signore, ha un'eco profonda nel mio cuore. Gesù, mio Signore e mio Dio, voglio diventare in tutto simile a te, voglio soffrire e morire con te, per raggiungere con te la gioia della risurrezione. Tu, quel gran Dio che l'universo adora, vivi in me giorno e notte. E sempre la tua voce mi implora e mi ripete: «Ho sete, ho sete di amore»! Anch'io voglio ripetere la tua divina preghiera: ho sete d'amore. Io ho sete d'amore! Sazia la mia speranza, accresci in me, o Signore, il tuo ardore divino. Ho sete d'amore! Quale sofferenza, mio Dio, e come grande! Come vorrei volare da te! Il tuo amore, o Gesù, è il mio solo martirio; perché più brucia d'amore, più desidera amarti l'anima mia. Gesù, fa' che io muoia d'amore per te! (Santa Teresa di Gesù Bambino)