Riflettiamo Insieme

nella vigna ...

La Via Crucis: IX - X stazione

 Torniamo a meditare la Via Crucis attraverso le riflessioni di don Tonino Bello e della nostra Patrizia: 



IX Stazione 

Gesù cade per la terza volta

Dal libro delle Lamentazioni (3, 27-32)

E’ bene per l’uomo portare il giogo fin dalla giovinezza. Sieda costui solitario e resti in silenzio, poiché egli glielo ha imposto; cacci nella polvere la bocca, forse c’è ancora speranza; porga a chi lo percuote la sua guancia, si sazi di umiliazioni. Poiché il Signore non rigetta mai… Ma, se affligge, avrà anche pietà secondo la sua grande misericordia.

Riflessione

Un giorno, quando avrete finito di percorrere la mulattiera del calvario e avrete sperimentato come Cristo l'agonia del patibolo, si squarceranno da cima a fondo i veli che avvolgono il tempio della storia, e finalmente saprete che la vostra vita non è stata inutile. Che il vostro dolore ha alimentato l'economia sommersa della grazia. Che il vostro martirio non è stato assurdo, ma ha ingrossato il fiume della redenzione raggiungendo i più remoti angoli della terra.

Pensiero di Patrizia

Terza caduta per TE. Per noi riguarda la carità. Quanto è difficile la Vera Carità , quella che non cerca niente per sè,
quella che dà tutto a tutti, senza venir meno alla Verità! Se Verità e Carità viaggiassero sempre abbracciate quante ingiustizie in meno accadrebbero! A volte vere e proprie persecuzioni sono state perpetrate in nome della verità!
La Verità sei TU. TU sei morto per noi, questa è la CARITA' !


[pausa di silenzio]

C. Aiutaci, Signore, a capire che la nostra storia crocifissa è già impregnata di risurrezione.

***



X Stazione 

Gesù è spogliato delle vesti

Dal Libro dei Salmi (22, 17-19) 
 
"Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi; hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano, mi osservano: si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte

Riflessione

"Chi sta alla tavola dell'eucaristia deve "deporre le vesti". Le vesti del tornaconto, del calcolo, dell'interesse personale, per assumere la nudità della comunione. Deporre le vesti della ricchezza, del lusso, dello spreco, della mentalità borghese, per indossare le trasparenze della modestia, della semplicità, della leggerezza. Dobbiamo abbandonare i segni del potere, per conservare il potere dei segni."

Pensiero di Patrizia

Spogliamoci, non certo delle vesti, ( Ci sono anche troppi che lo fanno) ma delle nostre pretese, di ciò che riteniamo giusto noi, del nostro borghesismo, della nostra ipocrisia, della nostra tiepidezza, della nostra vigliaccheria, del nostro perbenismo!!! Anche i Farisei erano così! Moriamo a noi stessi! Mostriamo il Suo Volto , il Suo Cuore, la Sua Umiltà, il Suo AMORE!
 
[pausa di silenzio]

C. Dacci, Signore, di divenire compagni di tutti coloro che rimangono indietro o sono scavalcati dagli altri. 

Preghiera per la guarigione

Carissimi fratelli e sorelle della Vigna, questa sera e per i prossimi mesi vogliamo pregare per la nonna del nostro caro fratello e amico Angel poiché le è stato diagnosticato un brutto male. Vi invitiamo pertanto a unirvi spiritualmente assieme a noi in preghiera perché il Signore Gesù ascoltando le nostre preghiere, ci esaudisca secondo la nostra fede. Dobbiamo avere quindi una fede forte perché ci accordi la grazia che tanto desideriamo. Dobbiamo avere fede certa in Colui che ha guarito ciechi, storpi, sordi, paralitici etc. E oltre la preghiera che leggeremo di seguito, alziamo il nostro cuore alla Madonna, scorciatoia per arrivare a Dio, e preghiamo anche per Angel e la sua famiglia perché possano vivere questo momento difficilissimo nella speranza e nella fede in Gesù Cristo.


Vi ringraziamo e vi abbracciamo. E un abbraccio particolare al nostro caro Angel.


Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, Amen.


O Dio, forza dei deboli
e conforto dei sofferenti.
Accetta benevolmente
le nostre preghiere e
concedi alla Tua serva Anna,
nonna del nostro fratello
e Tuo figlio Angel... l'aiuto del tuo
potere in modo che la
sua malattia possa essere
cambiata in salute
ed il nostro dolore in gioia.
Te lo chiediamo
attraverso Gesù Cristo,
nostro Signore, Amen.



Meditando con San Giovanni della Croce

Concludiamo la giornata nella Vigna, che ci ha fatto conoscere la figura di San Giovanni della Croce, attraverso una breve raccolta delle sue celebri perle di meditazione:
 

A che serve che tu dia al Signore una cosa quando da te ne richiede un'altra? Rifletti a quello che Dio vuole e cómpilo; per questa via il tuo cuore sarà soddisfatto piú che con quelle cose alle quali ti porta la tua inclinazione.

Per innamorarsene, Dio non posa lo sguardo sulla grandezza dell'anima, ma sulla grandezza della sua umiltà.

Anche se tu compi molte azioni, non profitterai nella perfezione se non imparerai a rinnegare la tua volontà e a sottometterti, lasciando ogni cura di te e delle tue cose

Vivi in pace allontanando da te le preoccupazioni senza darti pensiero di quanto accade; servirai cosí a Dio come a Lui piace e ti riposerai in Lui.

Chi è innamorato di Dio non pretende né guadagno né premio, ma desidera solo perdere se stesso e ogni cosa per amore di Lui, riponendo in ciò il suo vantaggio. 

In primo luogo l'anima abbia un costante desiderio di imitare Cristo in ogni sua azione, conformandosi ai suoi esempii, sui quali méditi per saperli imitare e per comportarsi in ogni sua azione come Egli si diporterebbe.

 In secondo luogo, per riuscire in questo è necessario che ella rinunzi a qualunque piacere sensibile che non sia puramente a onore e gloria di Dio e che rimanga vuota di ciò per amore di Gesú Cristo il quale, in questa vita, non ebbe e non volle altro piacere che quello di fare la volontà del Padre, la quale era per Lui suo cibo e nutrimento. Se, per esempio, le si offre il piacere di ascoltare cose che non hanno importanza per il servizio e la gloria di Dio, ella rinunzi al gusto di ascoltarle; se le si porge il diletto di vedere cose che non servono ad avvicinarla al Signore, reprima il desiderio di guardarle. Faccia lo stesso quando le si presenta l'occasione di conversare, di compiere qualche altra azione o di soddisfare qualche altro senso, purché lo possa fare facilmente; se ciò non le sarà possibile, basta che ella non assapori il gusto delle cose che non può evitare.  

Per mortificare e calmare le quattro passioni naturali: gioia, tristezza, timore e speranza, dalla cui concordia e pace procedono questi e tanti altri beni, come rimedio efficace, fonte di grandi meriti e causa di grandi virtú serve quanto segue:  

L'anima cerchi sempre di inclinarsi: 
non al piú facile, ma al piú difficile;
non al piú saporoso, ma al piú insipido;
non a quello che piace di piú, ma a quello che piace di meno;
non al riposo, ma alla fatica;
non al conforto, ma a quello che non è conforto;
non al piú, ma al meno;
non al piú alto e pregiato, ma al piú vile e disprezzato;
non alla ricerca di qualche cosa, ma a non desiderare niente;
non alla ricerca del lato migliore delle cose create, ma del peggiore e a desiderare nudità, privazioni e povertà di quanto v'è al mondo per amore di Gesú Cristo.

La pratica scrupolosa di questi avvisi da parte di un'anima, basta perché essa possa entrare nella notte del senso; tuttavia, per spiegarmi ancora meglio, aggiungerò altre norme che insegnano a mortificare la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, tre inclinazioni che, secondo San Giovanni, spadroneggiano nel mondo e sono causa di tutti gli altri appetiti (I Gv., 2, 16). 

Per giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente. 
Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente.
Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.
Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente.
Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi.
Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai.
Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai.
Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei. 
 
Quando ti fermi su qualche cosa,
tralasci di slanciarti verso il tutto.
E quando tu giunga ad avere il tutto,
devi possederlo senza voler niente,
poiché se tu vuoi possedere qualche cosa del tutto,
non hai il tuo solo tesoro in Dio. 
 
In questa nudità lo spirito trova il suo riposo poiché non desiderando niente, niente lo appesantisce nella sua ascesa verso l'alto e niente lo spinge verso il basso, perché si trova nel centro della sua umiltà. Quando invece desidera qualche cosa, proprio in essa si affatica.  
  
POESIA

I
Me ne entrai dove non seppi,
vi rimasi non sapendo,
ogni scienza trascendendo.

1 - Non capivo dove entravo,
però quando lí mi vidi,
non sapendo dove stavo,
cose eccelse molto intesi;
non dirò quel che sentii,
ché rimasi non sapendo,
ogni scienza trascendendo.

2 - Di gran pace e di pietà
scienza quella era perfetta,
in profonda solitudine
io l'intesi per via retta;
era cosa sí segreta,
che rimasi balbettando,
ogni scienza trascendendo.

3 - Mi trovai cosí rapito,
cosí assorto ed alienato,
che il mio senso ne rimase
privo d'ogni sentimento,
ogni scienza trascendendo.

4 - Chi vi giunge veramente,
da sé stesso viene meno;
quanto prima egli sapeva,
molto poco allor gli pare;
la sua scienza tanto cresce,
ch'ei rimane non sapendo,
ogni scienza trascendendo.

5 - Quanto piú si sale in alto,
tanto meno si capisce,
ché una nube tenebrosa
va la notte illuminando,
perciò chi questo conosce
resta sempre non sapendo,
ogni scienza trascendendo.

6 - Tal sapere non sapendo
ha un cosí alto potere,
che i sapienti argomentando
mai lo posson superare;
ché la scienza lor non giunge
ad un non saper sapendo,
ogni scienza trascendendo.

7 - Sí sublime è l'eccellenza
di cotesto alto sapere,
che non v'è potenza, o scienza
che lo possa conquistare;
chi sé stesso vincer sappia
con un non saper sapendo,
andrà sempre trascendendo.

8 - Or conoscere volete
questa scienza sovrumana?
Essa è un alto sentimento
dell'essenza di Dio vivo;
opra è di sua clemenza
farci stare non sapendo,
ogni scienza trascendendo. 
 
III
Dopo un amoroso slancio
e non privo di speranza,
volai sí alto, sí alto,
che raggiunsi il mio desir.

1 - Per poter raggiungere
questo slancio divino,
tanto volar mi convenne
che di vista mi perdei;
però, in tale ímpeto,
nel mio volo venni meno;
ma l'amor fu cosí alto,
che raggiunsi il mio desir.

2 - Quanto piú alto salivo,
abbagliavasi la vista,
e la piú alta conquista
tra le tenebre avveniva;
ma poiché lancio è di amore,
con un cieco e oscuro salto
mi trovai tanto in alto
che raggiunsi il mio desir.

3 - Quanto piú alto giungevo
in questo slancio sublime,
tanto piú basso, arreso
e umiliato mi trovavo.
Dissi: non vi sarà chi l'arrivi,
e mi umiliai cosí tanto
che mi trovai tanto alto
che raggiunsi il mio desir.

4 - In una strana maniera
mille voci feci in uno,
ché la celeste speranza
tanto acquista quanto spera;
attesi solo questo lancio,
la mia speme non fu vana,
ché mi trovai tanto in alto
che raggiunsi il mio desir. 

(SAN GIOVANNI DELLA CROCE, Opere, Poesie, Postulazione Generale dei Carmelitani scalzi, Roma, 1991.)

Lectio divina quaresimale

La Pasqua è sempre più vicina e comunque siamo nel pieno del periodo Quaresimale, un periodo di preparazione che ci chiama sempre più alla riflessione e alla preghiera. Oggi, vi proponiamo una Lectio divina quaresimale dell'Arcivescovo Mons. Cesare Nosiglia (qui a fianco) che si sofferma sull'importanza del perdono e del sacramento della riconciliazione, esortadoci ad accostarci alla Confessione prima della celebrazione pasquale:

DIO AMA PER PRIMO E LA SUA MISERICORDIA È SENZA LIMITI
MOLTO LE È STATO PERDONATO PERCHÉ MOLTO HA AMATO 

Il brano della peccatrice di Luca 7,36-50, commovente e ricco di insegnamenti, è un racconto tipico dell’evangelista della misericordia, che vuole rivelarci l’amore di Cristo verso i peccatori. Si tratta di un incontro che avviene nella casa di un fariseo, osservante della Legge, per dirci che Gesù non fa differenze di persone, accoglie tutti e va a casa di tutti: farisei, peccatori, scribi, pubblicani, ricchi e poveri. Ogni occasione è buona per fare visita alle persone ed annunciare il regno di Dio, non solo a parole, ma con i gesti dell’amicizia e della condivisione.
Per l’Oriente partecipare alla mensa comune significa mostrarsi amici e ospitali.
Il fariseo non gli è ostile. Con ogni probabilità era curioso di conoscere quel Gesù di cui tutti parlavano. Ma dimentica alcuni gesti importanti dell’ospitalità, segni usuali di accoglienza e cordia-lità.
Ora nella casa dove si trovava l’ospite potevano entrare come spettatori anche persone non in-vitate. La donna, al centro di tutto il racconto, che entra in quella casa, è, al di là di ogni ragionevole dubbio, una meretrice, e non solo una donna di cattiva fama o una peccatrice, nel senso di una che non osservava la Legge secondo la rigida usanza dei farisei. Il fatto che si sia fatta avanti presuppo-ne che lei pure abbia sentito parlare di Gesù, e che con ogni probabilità si sia già ravveduta dei suoi peccati (non avrebbe potuto, in caso contrario, entrare nella casa del fariseo senza contaminarlo e dare scandalo).
Mostra subito lo scopo della sua venuta ungendo di olio i piedi di Gesù, un’usanza abbastanza comune nei confronti dell’ospite (di norma i servi lavavano agli ospiti i piedi, che poi venivano unti come gesto di benevolenza e di grande rispetto). E mentre il bacio dei piedi è il segno di una grande umiliazione, le lacrime indicano sia il pentimento che la gioia per aver ritrovato la pace interiore dopo il peccato.
Ma ciò che crea scandalo è il fatto che Gesù si lasci toccare da una donna simile («Lui, che si dice profeta, non sa che razza di donna è questa?»). Gesù conosce i pensieri del fariseo, dimostrando così di essere profeta, e racconta la parabola non solo per giustificarsi nei suoi confronti, ma anche per spiegare il comportamento della donna e, di conseguenza, il suo modo di agire.
La parabola è chiara, come esatta è la risposta del fariseo. Il padrone che condona il debito ai due creditori riceve più amore e riconoscenza certamente da quello che gli doveva una somma molto maggiore di soldi rispetto a chi gliene doveva pochi.
Gesù ne trae un insegnamento facendo rilevare il contrasto tra i due atteggiamenti:
- quello del fariseo, che non ha compiuto i gesti della cortesia;
- quello della donna, sottolineandone, invece, il grande amore nei suoi confronti.
Gesù però aggiunge una espressione di sintesi che è il cuore dell’episodio e rivela un fatto sor-prendente del comportamento di Dio verso i peccatori: dice Gesù:
«Le sono perdonati i suoi molti peccati perché molto ha amato».
«Invece quello a cui si perdona poco, ama poco».
All’apparenza possiamo dare al testo due spiegazioni.
1. Alla donna sono perdonati i suoi molti peccati perché con il suo comportamento ha manife-stato un grande amore. Quindi è il suo amore che indica la sua richiesta di essere perdonata e per questo Gesù le dice: «Ti sono perdonati i tuoi peccati».
Le sue lacrime e la sua umiliazione sono espressione di vergogna e di pentimento. Questa in-terpretazione ben si accorda con le parole di perdono di Gesù, che si rivela come «colui che sulla terra ha il potere di rimettere i peccati», un potere che appartiene solo a Dio. E così sono intese an-che dai commensali, che si interrogano: «Chi è mai costui che perdona i peccati?».
Gesù congeda quindi la donna sottolineando che è stata salvata grazie alla sua fede, dando l’impressione che proprio in quel momento essa abbia ricevuto il perdono dei peccati. I gesti di umiliazione della donna hanno manifestato il suo pentimento, ricevendo di conseguenza il perdono delle colpe.
2. Ma questa spiegazione non convince, perché in netto contrasto con la parabola appena rac-contata da Gesù. In essa è il padrone che di sua iniziativa condona il debito, scelta che fa scaturire in chi è stato liberato l’amore. Un amore tanto più grande quanto più lo era il debito così inaspetta-tamente condonato.
Dalla parabola emerge infatti che non è l’amore dei servi la causa del condono, ma che esso è frutto della iniziativa totalmente gratuita del padrone, che ama i suoi servi fino a condonare loro tutto. E come conseguenza essi lo amano, in proporzione della grandezza del debito condonato.
L’amore, anziché essere la causa del perdono, ne è l’effetto e la conseguenza. L’amore è proporzionale alla grandezza del debito così liberamente e gratuitamente condonato. È questo il senso vero della parabola, come anche delle parole di Gesù alla donna. L’amore della donna non è la causa, ma la conseguenza del perdono ricevuto. Potremmo perciò tradurre così il versetto 47: «Le sono state condonate le sue colpe, e per questo essa (come tu vedi) dimostra un così grande amore riconoscente».
Chi si crede giusto e non si umilia nel cuore, non crede in Gesù, e non può quindi ricevere il perdono… e così ama anche poco. Prima viene l’amore di Dio che perdona, e poi l’amore di chi, scoprendosi perdonato, lo manifesta con un reale cambiamento di vita.
Accade lo stesso anche nell’episodio di Zaccheo, che troviamo in Luca 19. Gesù per primo perdona i suoi peccati e lo ama. Zaccheo non aveva chiesto di essere perdonato ma proprio perché si sente accolto gratuitamente, prima ancora di dare segni di conversione, si pente e cambia vita. La sorpresa di essere amato così come è lo fa sentire perdonato e per questo cambia radicalmente la sua vita.
Ugualmente vediamo nella parabola del Padre misericordioso, dove Gesù afferma che: «il Padre lo vide (il figlio) quando era ancora lontano, gli corse incontro e lo baciò». Non è il figlio che vede il padre e corre verso di lui; è il padre che ama, e perciò vede e perdona ancor prima di sapere che cosa il figlio desideri. È questo abbraccio del padre, che ama in modo preveniente, che scioglie il cuore del figlio nella conversione (Lc 15).
E così è per la pecorella smarrita, ritrovata per la costante ricerca del pastore che non vuole as-solutamente perderla (Lc 15; Mt 18).
Certo l’amore e il perdono di Gesù resterebbero inutili se chi li riceve non si pentisse e restasse nel suo peccato. Proprio questo impediva ai farisei di accogliere la salvezza del Signore: il non sen-tire la necessità di essere amati e di accogliere il perdono del Signore.
I pubblicani e le peccatrici, invece, ne sentono il bisogno e lo accolgono con gioia, e per questo sono liberati e salvati.
Questa donna peccatrice, di cui ci viene parlato in Luca 7, esprime con i suoi gesti il ringrazia-mento a Dio per essere stata perdonata. Ciò che l’ha condotta a Gesù non è stato il desiderio di esse-re perdonata dalle colpe, ma di rivelare il suo stato d’animo di peccatrice già perdonata, e per questo gioiosamente riconoscente al Signore per il dono ricevuto («la tua fede ti ha salvata…»).
Nell’Enciclica Deus Caritas est, il Papa Benedetto XVI richiama questa sorprendere realtà dell’amore di Dio che perdona, sottolineandolo come uno degli aspetti primari della rivelazione di Gesù che è già presente nei profeti. Cita il profeta Osea, il cantore dell’amore e del perdono di Dio verso il suo popolo in cui si rivela che Dio è Dio proprio perché non si lascia vincere dal peccato di adulterio del suo popolo, ma lo perdona con un atto preveniente e assolutamente gratuito: «Come potrei abbandonarti Efraim? Come consegnarti ad altri Israele?... Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a di-struggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te» (Os ,11,8-9).
L’amore appassionato di Dio per il suo popolo – per ogni uomo – è nello stesso tempo un amore che perdona. Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia. Il cristiano vede in questo il profilarsi velatamente del mistero della croce. Dio ama tanto l’uomo che, facendosi uomo Egli stesso, lo segue fin nella morte e in questo modo riconcilia giustizia e amore (cfr. Deus Caritas est, 10).

LASCIATEVI RICONCILIARE CON DIO

Questo messaggio è sorprendente, scandalizza i farisei e spiazza pure noi, perché mette in crisi la nostra idea di Dio ed il nostro senso di giustizia. “Se pecco e mi pento, ottengo il perdono”: questo schema mentale, logico, razionale, è normale nel concepire il rapporto uomo-Dio.
Gesù, invece, sconvolge questa maniera di pensare ed annuncia che Dio ama per primo e gra-tuitamente, senza richiedere in anticipo la conversione dal peccato. Dio ama, e dal suo perdono na-sce il pentimento e la salvezza in chi lo accoglie.
Del resto tutti ricordiamo il gesto di Gesù che sulla croce perdona quelli che lo hanno crocifisso e lo stanno bestemmiando e insultando. Essi non chiedono di essere perdonati, né dopo che hanno ricevuto il perdono si pentono e cambiano atteggiamento verso Gesù. Eppure lui li ama sinceramente vincendo il male che riceve da loro con un supplemento di amore e di perdono. A chi gli sta to-gliendo la vita egli dona vita e amore.
Questo ci può riempire di felicità, ma ha delle conseguenze sul nostro modo di comportarci verso il fratello che pecca nei nostri confronti: se vogliamo essere figli di questo Dio, che ama gra-tuitamente, dobbiamo comportarci allo stesso modo, perdonando senza attendere la richiesta di chi ci ha offeso. È il senso della richiesta inserita da Gesù nel Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». E ad essa Gesù aggiunge: «perché siate figli del Padre vo-stro celeste ricco di bontà e di misericordia verso tutti».
La gratuità del perdono di Dio verso i peccatori rappresenta il cuore del Vangelo. L’apostolo Paolo afferma nella Lettera ai Romani: «Dio dimostra il suo amore verso di noi, perché mentre era-vamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi…» (5,8), come pure nelle lettere ai Corinzi, dove l’essere nuove creature, santificati e redenti dal sangue di Cristo, è riferito al dono preveniente della riconciliazione operata da Dio in Cristo: «Tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliato a sé me-diante Cristo, e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio, infatti, a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo dunque da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva co-nosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2 Cor 5, 18-20).
L’appello di Paolo è forte e appassionato. Poche volte l’apostolo si rivolge con questi accenti ai suoi cristiani. Sembra quasi che li voglia scongiurare per una cosa assolutamente necessaria. Si tratta di permettere a Dio di donare loro la grazia della riconciliazione, il dono della redenzione compiuta per loro in Cristo Gesù.
In primo piano è dunque posta l’opera di Dio, la sua volontà di salvezza nei confronti di ogni uomo, chiamato a riconoscere e ad accogliere il dono gratuito e sorprendente di un amore che lo precede, e a non opporre ostacolo all’azione della grazia.
La disponibilità e l’apertura del cuore e della vita alla riconciliazione è necessaria da parte dell’uomo, ma non è il primo passo, che resta prerogativa ed opera di Dio misericordioso e fedele. Lui ama per primo, desidera salvare, offre il suo perdono. E lo compie mediante un’azione incredi-bile: tratta da peccato Colui che era senza peccato, Cristo suo Figlio. Trattare da peccato significa che lo chiama a farsi solidale fino in fondo con noi peccatori, affinché noi possiamo diventare soli-dali con Lui nella salvezza che ci offre.
Tutto questo avviene nel sacramento della riconciliazione che è la seconda tavola di salvezza, dopo il Battesimo, vera creazione nuova, che cambia radicalmente la nostra vita e la innesta nuo-vamente in Cristo, perché possa dare frutti di bene e di giustizia. Quando celebriamo il sacramento della riconciliazione, noi permettiamo a Dio di esercitare il suo grande amore di misericordia verso di noi; gli offriamo la possibilità di perdonarci e di gioire perché c’è più gioia in cielo per un peccatore che si converte che per novantanove giusti che pensano di non aver bisogno di penitenza.
E Gesù ha deciso che sia la sua Chiesa a donarci la certezza della liberazione dal peccato: come nessuno si può dare la vita o la guarigione da una terribile malattia da se stesso, così non ci si può dare la salvezza e la liberazione dal male da soli. Occorre la forza dello Spirito e le vie che il Signore ci offre nella sua Chiesa che ci permettano di partecipare alla sua Pasqua di risurrezione e di vita nuova.
Non è facile oggi riconoscerci peccatori sia perché siamo sempre portati a giustificare le nostre colpe quasi fossero debolezze inevitabili della nostra umanità debole, sia perché il peccato è visto solo come un male che fai agli altri e non a te stesso. Invece il peccato è anzitutto una autodistru-zione di te stesso, delle tua libertà che viene svenduta al male e non produce frutti di bene ma di malvagità e infedeltà a quanto la coscienza e la legge di Dio ci indicano con chiarezza.
All’inizio della Messa diciamo sempre tutti, da me vescovo ai sacerdoti e a voi cari giovani: «Confesso a Dio e ai fratelli che ho molto peccato in pensieri, opere e omissioni». È una confessione pubblica personale davanti a tutti e un riconoscerci peccatori perché nessuno può dire di essere santo e giusto e se dice di essere senza peccato è un bugiardo.
Ci ricorda Papa Giovanni Paolo II: «La vita spirituale e pastorale del sacerdote, come quella dei suoi fratelli laici e religiosi, dipende, per la sua qualità e il suo fervore, dall’assidua e coscienziosa pratica personale del Sacramento della Penitenza. La celebrazione dell’Eucaristia e il ministero degli altri Sacramenti, lo zelo pastorale, il rapporto con i fedeli, la comunione con i confratelli, la collabo-razione col Vescovo, la vita di preghiera, in una parola tutta l’esistenza sacerdotale subisce un ineso-rabile scadimento, se viene a mancarle, per negligenza o per qualsiasi altro motivo, il ricorso, periodico e ispirato d’autentica fede e devozione, al Sacramento della Penitenza. In un prete che non si confessasse più o si confessasse male, il suo essere prete e il suo fare il prete ne risentirebbero mol-to presto, e se ne accorgerebbe anche la Comunità, di cui egli è pastore». Per cui – aggiungo io – guai se in quanto cristiano, sacerdote e vescovo non mi confessassi.
Una confessione regolare (se possibile con un Maestro dello spirito che ci segua con continuità) e, nei tempi forti, preceduta da un congruo tempo di conversione (riflessione sulla Parola di Dio, preghiera, digiuno, penitenza ed elemosina… le consuete vie che la Chiesa suggerisce ai peccatori), ci assicura una sponda sicura, alla quale ancorarci anche se presi dalle nostre debolezze, che ci per-mette di non soccombere all’indifferenza delle colpe, all’orgoglio di sentirsi a posto o allo scorag-giamento di chi si convince che, in fin dei conti, non serve confessarsi sempre delle stesse mancanze.
Non dobbiamo mai dimenticare, infine, che i nostri peccati personali incidono pesantemente sulla comunione nella Chiesa. Esiste infatti tra noi una solidarietà nel bene, ma c’è anche una soli-darietà nel male, che si alimenta delle nostre colpe e produce divisioni profonde nelle famiglie e nelle comunità. Il male genera sempre male e come una peste si diffonde e contagia le altre persone e la comunità e società. Per cui dobbiamo sempre sentirci un po’ responsabili del male che c’è nel mondo perché esso si alimenta anche attraverso i nostri peccati. Se ce ne liberiamo aiutiamo il bene a crescere in noi e attorno a noi fino ad essere più forti di ogni male di cui subiamo a volte il fascino e la tentazione. In qualche modo la celebrazione del sacramento della riconciliazione non resta chiuso dentro la nostra vita personale ma diventa forza di cambiamento anche familiare e comunitaria e contribuisce a pacificare il mondo e ad aprirlo all’amore, alla giustizia e alla pace per tutti.

IN SINTESI

Questa riflessione sul perdono e sul sacramento della riconciliazione è ricca di consolazione e di speranza. Ci fa comprendere che siamo amati e cercati dal Signore e da Lui costantemente arricchiti della sua grazia, nonostante le nostre debolezze.
Ogni volta, infatti, che penso alla mia vita e mi preparo a confessare i miei peccati nel sacra-mento, come pure quando confesso qualche fedele, mi risuonano dentro il cuore le dolci parole che Cristo dice all’apostolo Paolo, che si lamenta di non poter liberarsi da quella spina conficcata nella carne, quel messo di Satana, come egli lo chiama, incaricato di schiaffeggiarlo, perché non vada in superbia: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza» (2 Cor 12,9). Come dire: ricorri alla mia grazia, se vuoi essere forte e usufruire della mia potenza.
Che il Signore ci renda sempre consapevoli che, se ci fidiamo del suo amore e lo celebriamo con gioia, nel sacramento della riconciliazione, quando riconosciamo d’essere deboli, diventiamo forti e niente può allora farci paura: il male sarà sconfitto in noi e mediante la nostra buona volontà negli altri e negli ambienti in cui viviamo e operiamo.

PREGHIAMO

Salmo 50
Pietà di me o Dio secondo la tua misericordia

IMPEGNO

Prepariamoci bene a celebrare il sacramento della riconciliazione prima della Pasqua e dopo es-serci confessati operiamo il bene impegnandoci verso qualche persona, in famiglia o in parrocchia o a scuola e nella società per testimoniare la gioia del perdono ricevuto, perdonando o lavorando perché si ristabiliscano rapporti di pacificazione e di accoglienza tra persone che conosciamo e che vivono momenti di difficoltà e di separatezza o rifiuto tra loro.

Io credo, Signore!

Concludiamo la giornata liturgica attraverso l'ormai consueto appuntamento di meditazione con le riflessioni di noti sacerdoti e movimenti religiosi. Oggi riflettiamo attraverso le parole mons. Gianfranco Poma:
 
L'incontro di Gesù con la donna samaritana ci ha fatto rivivere il primo contatto con la fede. La pagina del Vangelo di Giovanni che la Liturgia della IV domenica di quaresima ci presenta (Giov.9,1-41), l'incontro con l'uomo cieco dalla nascita, è un racconto molto articolato e preciso con il quale l'evangelista mostra come la fede passi attraverso prove difficili e sofferenza. "Il Signore illumina i ciechi; - commenta S.Agostino - ora, o fratelli, i nostri occhi sono curati con il collirio della fede. Anche noi siamo nati ciechi da Adamo e abbiamo bisogno di essere illuminati da lui": l'uomo, cieco dalla nascita, è dunque simbolo di tutta l'umanità che ha bisogno di incontrare Gesù, che ha appena proclamato: "Io sono la luce del mondo: chi segue me, non cammina nelle tenebre" (Giov.8,12). Sarebbe riduttiva e persino deviante una lettura semplicistica di questa pagina, come se l'incontro con Cristo fosse un'esperienza irenica, e non un'esperienza che cambia radicalmente la vita ma solo a chi ha il coraggio di abbandonarsi totalmente a lui: l'incontro di Gesù con questo uomo, è davvero un incontro difficile, persino drammatico.
Tutto comincia bene, anche molto bene: "Gesù, passando vide un uomo, cieco dalla nascita". Siamo nel Vangelo di Giovanni: per due volte, all'inizio e alla fine, Giovanni richiama la missione che Gesù ha ricevuto da Colui che lo ha mandato. Gesù è disceso dal Padre per camminare nella storia, guardare la realtà umana con gli occhi di Dio, amarla, rivelarne il senso pieno che solo Dio vede, e ricondurla al Padre. Quando gli uomini vedono la sofferenza umana, la collegano con il peccato. Quando Gesù vede l'uomo cieco, è subito interpellato dai discepoli: se lui è cieco, è perché o lui o i suoi genitori hanno peccato, chi dunque? La risposta di Gesù è una luce folgorante: egli separa radicalmente il peccato personale dalla malattia e dalla sofferenza, affermando:"Né lui ha peccato, né i suoi genitori, ma perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che si compiano le opere di Colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte quando nessuno può agire. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo". E si capisce così quale sia il senso vero dell'incontro di Gesù con l'uomo cieco: la presenza di Gesù nel mondo (il suo giorno), la sua opera, la sua parola, è una luce che risplende perché "in lui si manifestino le opere di Dio". "Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo": senza di lui non riusciamo a percepire il senso del mondo, ne sentiamo il limite, il male e lo interpretiamo come castigo di Dio per i nostri peccati, ma con lui, la Parola di Dio, vediamo la carne dell'uomo e contempliamo la gloria. Gesù. E' lui che ci rivela che nel suo discendere fino alla morte in croce, l'Amore di Dio raggiunge il sui vertice. "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito": nella croce di Cristo risplende la forza della risurrezione. Gesù ci rivela che tutto è Amore, fragile, debole, ma che è tanto più grande quanto più accetta di essere piccolo. Incontrare Gesù significa incontrare l'Amore che ci cambia il senso della vita: nella fragile concretezza di ciò che noi siamo, scopriamo il dono di Dio, che va accolto, vissuto, gustato, donato: ma è solo la fede in lui che ci apre gli occhi perché sappiamo vedere ciò che i nostri occhi da soli non riuscirebbero a vedere. Tutto inizia da Gesù che porta a compimento l'opera di Dio, la creazione di un uomo che sappia entrare in relazione con lui, ascoltare la sua Parola e percepire il senso pieno di ciò che Dio fa. "Va' a lavarti nella piscina di Siloe" - che significa inviato. "Quegli andò, si lavò, e tornò che ci vedeva": l'opera che Gesù inizia, si compie soltanto quando l'uomo ascolta e mette in pratica la Parola di Gesù. Dall'incontro con Gesù è nato un uomo nuovo (era stato cieco, ora non lo è più), che ha trovato la sua identità ("Sono io", mentre gli altri stentano a riconoscerlo o dubitano della sua sincerità precedente), libero (non è più mendicante). Ma il delinearsi di questa nuova identità, avviene con degli strappi duri dalla precedente situazione, dalle precedenti garanzie che la sua condizione di uomo cieco comunque gli assicurava: il cammino verso la libertà che inizia con l'irrompere della luce nella sua vita, produce uno scontro violento con "i vicini e con quelli che lo avevano visto prima", con i farisei, con i Giudei, con tutti coloro che in nome della ragione comune o della loro interpretazione della tradizione religiosa, lo avevano definitivamente rinchiuso nei confini ristretti della sua cecità. E quanto più la luce vince la tenebra, l'uomo che era nato cieco si trova emarginato, rifiutato, scacciato da tutti coloro che, chiusi nell'illusione di possedere la verità sull'uomo, sulla famiglia, su Dio in realtà hanno perso il gusto dell'esperienza di una verità che è continua ricerca, sorpresa e fonte di libertà. Nel coraggio della solitudine continua il cammino verso la libertà che diventa sempre più vera, quanto più gli occhi si aprono, cadono gli ostacoli, i condizionamenti, le falsificazioni, e l'incontro con Gesù raggiunge la sua pienezza. Sono almeno quattro le tappe che segnano la progressione verso la libertà dell'incontro con Cristo nel quale l'uomo si trova pienamente rinato. Nella prima egli sa soltanto che "l'uomo che si chiama Gesù" lo ha guarito, e di fronte a chi vorrebbe saperne di più, ha il coraggio di dire: "Non lo so". Poi, condotto dai farisei e pressato da questioni teologiche suggerisce: "E' un profeta". In seguito, sotto la minaccia di essere scacciato dalla sinagoga, afferma: "E' un uomo che viene da Dio". Al termine di questo percorso "avendolo scacciato dalla sinagoga ed avendolo trovato, Gesù gli parlò": è bellissima l'avventura di quest'uomo, iniziata con gli occhi che si aprono e che si conclude dopo essere passata attraverso l'esperienza del coraggio della solitudine, della spogliazione di tutti gli orpelli, in nome di una presenza nuova, all'inizio appena intravista e che gradualmente si rivela, di una persona che non chiude, ma apre orizzonti per una esperienza umana sorprendentemente libera e bella. Quando tutti lo hanno allontanato, Gesù lo raggiunge, lo trova e gli parla: "Tu credi nel Figlio dell'uomo?" Egli rispose: "E chi è, Signore, perché io creda in lui?" Gli disse Gesù: "Lo hai visto, e colui che parla con te, è lui". Ed egli disse: "Credo, Signore!" Adesso sappiamo che Gesù gli ha davvero aperto gli occhi: vede Gesù e ascolta la sua Parola. Adesso è l'uomo libero che può dire: "Credo, Signore". La fede è l'esperienza più vera della libertà dell'uomo: liberato da ogni paura, condizionamento, l'uomo che era cieco, si affida a Colui che lo rende capace di vedere il mistero della carne piena di gloria e di ascoltare la Parola di Colui che offre una vita così grande che vince anche la morte. Ma l'uomo che era cieco ha avuto il coraggio della solitudine per lasciarsi incontrare da Colui che è la luce del mondo.

Preghiera per implorare grazie per intercessione di Giovanni Paolo II

Oggi, preghiamo per l'intercessione di Giovanni Paolo II che presta sarà beatificato:


O Trinità Santa,

ti ringraziamo per aver donato alla Chiesa il papa Giovanni Paolo II

e per aver fatto risplendere in lui la tenerezza della tua paternità,

la gloria della Croce di Cristo e lo splendore dello Spirito d’amore.

Egli, confidando totalmente nella tua infinita misericordia

e nella materna intercessione di Maria

ci ha dato un’immagine viva di Gesù Buon Pastore,

e ci ha indicato la santità come misura alta della vita cristiana ordinaria

quale strada per raggiungere la comunione eterna con te.

Concedici, per sua intercessione, secondo la tua volontà,

la grazia che imploriamo,

nella speranza che egli sia presto annoverato nel numero dei tuoi santi.

Amen.

con aprrovazione ecclesiastica

La Via Crucis: VII - VIIII stazione

Torniamo a meditare la Via Crucis attraverso le riflessioni di don Tonino Bello e della nostra Patrizia: 


VII Stazione 

Gesù cade per la seconda volta

Dal libro delle Lamentazioni (3,1-2. 9,16)

Io sono l’uomo che ha provato la miseria sotto la sferza della sua ira. Egli mi ha guidato, mi ha fatto camminare nelle tenebre e nella luce…Ha sbarrato le mie vie con blocchi di pietra, ha ostruito i miei sentieri…mi ha spezzato con la sabbia i denti, mi ha steso nella polvere:

Riflessione

Stare con Gesù significa mettere il Vangelo al centro della nostra vita personale e comunitaria. Lasciarsi contaminare inguaribilmente dalla speranza della risurrezione. Affrontare le tribolazioni, il dolore e perfino la morte, sapendo che verranno giorni in cui "non ci sarà né lutto né pianto", e tutte le lacrime saranno asciugate dal volto degli uomini.
 
Pensiero di Patrizia

Per noi, per me, forse, la Tua seconda caduta riguarda la speranza. Come dice Péguy, la speranza è la sorella minore, la più piccola, ma quella che trascina le altre due (Fede e Carità).
Infatti se non speriamo più siamo come spenti e anche le altre virtù possono venir meno.
Maria, madre della Speranza, rialzaci subito da questa caduta, grazie.

[pausa di silenzio]

C.  Signore, quando ci sentiamo feriti nell'amore, fa' che ricordiamo le tue parole: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore".

 *** *** *** 

VIII Stazione 

Gesù incontra le donne di Gerusalemme

Dal Vangelo secondo Luca (23, 28-31)

Gesù, voltandosi verso le donne, disse: Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! E ai colli: Copriteli! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?

Riflessione

Coraggio, fratello che soffri. Non angosciarti tu che, per un tracollo improvviso, vedi i tuoi beni pignorati, i tuoi progetti in frantumi, le tue fatiche distrutte. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Coraggio! La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre "collocazione provvisoria".
 
Pensiero di Patrizia

Noi donne piangiamo facilmente, ci commuoviamo, vedendo soffrire una persona, ma TU ci dici di non piangere su di TE, ma su noi stesse e sui nostri figli!
Mio Signore, quanti figli fanno piangere!!! Com'è possibile non amare l'AMORE? Signore non dirci "Non vi conosco" sarebbe terribile! Abbi Misericordia di noi!

[pausa di silenzio]

C.  0 Signore, la visione del tuo volto ci aiuti a rientrare in noi stessi e a piangere sinceramente sui nostri peccati. 

Sezione dedicata alla nostra amica Patrizia:

Il Dolore solo se è accettato e offerto diviene gioia, altrimenti può diventare disperazione. Il maligno tenta sempre di farci imboccare questa strada, che porta alla distruzione di sè e degli altri.
La domanda, il grido ci salva, perchè, come un bambino quando invoca la mamma è aiutato da lei, a maggior ragione o tanto più la nostra Mamma Celeste viene in nostro soccorso, portandoci lo Spirito Consolatore che ci fa ritornare la speranza.

Questo dolore non è capito dagli uomini, difficilmente ci possono aiutare, di solito LO aumentano!

Solo TU Signore ci comprendi totalmente, perchè siamo opera Tua. Fa' o Signore che possiamo amare anche chi non comprendiamo o non ci comprende, grazie. (Patrizia)

Gesù Cristo

Gesù Cristo
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».

Riflettiamo

Impariamo a soffermarci sulle parole e meditiamone il loro significato

L'importanza della preghiera

Chi prega, certamente si salva; chi non prega certamente si danna. Tutti i beati, eccettuati i bambini, si sono salvati col pregare. Tutti i dannati si sono perduti per non pregare; se pregavano non si sarebbero perduti. E questa è, e sarà la loro maggiore disperazione nell’inferno, l’aversi potuto salvare con tanta facilità, quant’era il domandare a Dio le di lui grazie, ed ora non essere i miseri più a tempo di domandarle

(Sant'Alfonso Maria De' Liguori)

Accrescere la cultura

«Io voglio vivere per Gesù e per la Chiesa. La scienza che serve a farmi vivere sempre più per il Signore e per la Chiesa è la cultura della mia vita e tutta la mia vita di cultura». Ogni giorno, ogni ora, ogni istante io sento il bisogno di accrescere le mie conoscenze. E la Chiesa è una fonte inesauribile di vita e di cultura per me!».

(San Pio da Pietrelcina)

Il dono della Sapienza

Nella Sapienza c’è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senz’affanni. 
Onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi. 
È un’emanazione della potenza di Dio, un effluvio genuino della gloria dell’Onnipotente, per questo nulla di contaminato in essa s’infiltra. 
È un riflesso della Luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e un’immagine della sua bontà.

Le preghiere dei Santi:

Le preghiere dei Santi:
Noi ci affidiamo a te. Non abbandonarci alla tristezza perché tu, Signore, sei con noi sempre. Tu non ci lascerai un istante. Se non avessi steso la mano, quante volte la nostra fede avrebbe vacillato! Tu, Signore, sei sempre intento ad accogliere le nostre confidenze. Aiutaci a non abbatterci nelle sofferenze fisiche e morali. Non permettere di affliggerci fino a perdere la pace interiore. Fa’ che camminiamo con buona fede, senza inquietudini e sconforti. Noi ci affidiamo a te: prendici la mano e guidaci pur per incogniti sentieri. Insegnaci ad affrontare la prova a mente serena, per amore tuo che la permetti. Donaci di acquistare tesori per la santa eternità. (San Pio da Pietrelcina)

Dio, nostro Padre, tu hai tanto amato gli uomini da mandare a noi il tuo unico Figlio Gesù, nato dalla Vergine Maria, per salvarci e ricondurci a te. Ti preghiamo, Padre buono, dona la tua benedizione anche a noi, ai nostri genitori, alle nostre famiglie e ai nostri amici. Apri il nostro cuore, affinché sappiamo ricevere Gesù nella gioia, fare sempre ciò che egli ci chiede e vederlo in tutti quelli che hanno bisogno del nostro amore. Te lo chiediamo nel nome di Gesù, tuo amato Figlio, che viene per dare al mondo la pace. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.(Venerabile Giovanni Paolo II)

Padre santo e giusto, Signore Re del cielo e della terra, ti rendiamo grazie per il fatto stesso che tu esisti, ed anche perché con un gesto della tua volontà, per l'unico tuo Figlio e nello Spirito Santo, hai creato tutte le cose visibili ed invisibili e noi, fatti a tua immagine e somiglianza, avevi destinato a vivere felici in un paradiso dal quale unicamente per colpa nostra siano stati allontanati. (San Francesco di Assisi)

Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile. E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te. (Sant'Agostino))

“O Dio di grande Misericordia, bontà infinita, ecco che oggi tutta l’umanità grida dall’abisso della sua miseria alla Tua Misericordia, alla Tua compassione, o Dio, e grida con la voce potente della propria miseria. O Dio benigno, non respingere la preghiera degli esuli di questa terra. O Signore, bontà inconcepibile, che conosci perfettamente la nostra miseria e sai che non siamo in grado di innalzarci fino a Te con le nostre forze, Ti supplichiamo, previenici con la Tua grazia e moltiplica incessantemente su di noi la Tua Misericordia, in modo che possiamo adempiere fedelmente la Tua santa volontà durante tutta la vita e nell’ora della morte. L’onnipotenza della Tua Misericordia ci difenda dagli assalti dei nemici della nostra salvezza, in modo che possiamo attendere con fiducia, come figli Tuoi, la Tua ultima venuta...” (Santa Faustina Kowalska))

Affinché coloro che mi guardano non vedano la mia persona, ma Te in me. Rimani con me. Così risplenderò del Tuo splendore e potrò essere luce per gli altri. La mia luce verrà da Te solo, Gesù, non sarà mio nemmeno un piccolo raggio. Sei Tu che illuminerai gli altri attraverso di me. Ispirami la lode che Ti è più gradita, illuminando gli altri attorno a me. Che io Ti annunci non con le parole ma con l'esempio, con la testimonianza dei miei atti, con lo scatto visibile dell'amore che il mio cuore riceve da Te. Amen. (Madre Teresa di Calcutta))

Signore Gesù, tu hai dato la vita per me: io voglio donare la mia a te. Signore Gesù, tu hai detto: «Amore più grande non c'è che dare la vita per gli amici». Il mio supremo amore sei tu. È sera. Il giorno ormai declina. Resta con me Signore. Voglio seguirti portando la mia croce. Signore, vieni in mio aiuto e guidami nel cammino. La tua voce, Signore, ha un'eco profonda nel mio cuore. Gesù, mio Signore e mio Dio, voglio diventare in tutto simile a te, voglio soffrire e morire con te, per raggiungere con te la gioia della risurrezione. Tu, quel gran Dio che l'universo adora, vivi in me giorno e notte. E sempre la tua voce mi implora e mi ripete: «Ho sete, ho sete di amore»! Anch'io voglio ripetere la tua divina preghiera: ho sete d'amore. Io ho sete d'amore! Sazia la mia speranza, accresci in me, o Signore, il tuo ardore divino. Ho sete d'amore! Quale sofferenza, mio Dio, e come grande! Come vorrei volare da te! Il tuo amore, o Gesù, è il mio solo martirio; perché più brucia d'amore, più desidera amarti l'anima mia. Gesù, fa' che io muoia d'amore per te! (Santa Teresa di Gesù Bambino)